Sui disordini in Cina: l’inevitabilità di maggiore apertura politica?

di Andrea e Mauro Gilli

“Il forte non è mai abbastanza forte da poter comandare a meno che non trasformi la sua forza in diritto, e l’obbedienza in dovere” – J.J. Rousseau

“Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che essere amati” – N. Machiavelli

A proposito della dicotomia tra imposizione dell’ordine con la forza e il suo raggiungimento tramite il consenso (che permette a sua volta a chi comanda di godere di un concetto tanto astratto quanto importante, la legittimità), così si esprimevano rispettivamente due dei più importanti filosofi e studiosi di problemi sociali occidentali, Jean-Jacques Rousseau e Nicolò Machiavelli. Questa dicotomia oggi sembra quanto mai evidente relativamente ai recenti disordini in Cina. Oggi è la rivolta degli uighuri nella regione dello Xinjiang. Lo scorso anno erano i tibetani. Alcuni anni fa erano i contadini che si opponevano allo sfollamento voluto dal governo per costruire la diga delle Tre Gole.

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