Il tramonto dell’era americana?

di Mauro Gilli Sul prossimo numero di Teoria Politica, rivista di filosofia politica e teoria politica diretta dal professor Luigi Bonanate, Mauro Gilli analizza il dibattito sul declino dell’era unipolare. Partendo da una riflessione sul saggio di Fareed Zakaria, The Post-American World, l’articolo sottolinea le cause e le possibili conseguenze del lento, ma inesorabile declino relativo … Continua a leggere Il tramonto dell’era americana?

Inutili i test di Obama, meglio nazionalizzare

Si può analizzare degli zombie?

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

Mentre negli Stati Uniti infuria ormai la battaglia “filosofica” sulla nazionalizzazione degli istituti di credito, il Tesoro inizia la serie di stress test sulle principali banche del paese, per verificare la loro capacità di restare solvibili a fronte di scenari in ulteriore deterioramento rispetto alla situazione attuale. E già qui sorgono forti dubbi, metodologici e sostanziali. La burocrazia federale del Tesoro, ammesso e non concesso di disporre dello staff numericamente necessario ad eseguire i test, è anche in possesso delle competenze specialistiche per analizzare i documenti aziendali a supporto dell’erogazione di crediti e dell’effettuazione di investimenti? Soprattutto, come effettuare lo stress test di cartolarizzazioni se non si dispone neppure dei documenti relativi ai crediti in esse incorporati?

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Europa: scoperta di un’identità o costruzione di una geopolitica

di Enzo Marongiu

Il processo di integrazione europea ha ormai superato la boa dei 50 anni, tuttavia il problema di definire l’Europa come soggetto politico rimane vivo ed irrisolto. Il dibattito sull’individuazione dei valori fondanti ha conosciuto un rinnovato interesse durante i lavori preparatori ed alla vigilia della firma del Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, nel 2004. Prescindendo dalla formula di compromesso utilizzata per titolare l’Accordo, la proclamazione di una Costituzione, dotata nel preambolo di un esplicito riferimento alle “radici comuni”, avrebbe comportato il definitivo salto di qualità del processo di unificazione. Sarebbero infatti state poste le basi perché l’Europa si definisse come soggetto nuovo, munito di un’identità propria e definita, “altra” rispetta alla somma dei paesi membri.

Il Trattato-costituzione, come pure il successivo accordo di Lisbona, non è mai entrato in vigore, e lo stesso dibattito sulle radici culturali comuni europee ha progressivamente perso  l’attenzione dell’opinione pubblica; nondimeno, scelte strategiche fondamentali non potranno prescindere dal riconoscimento di un’identità comune: una politica unitaria implicherebbe infatti il sacrificio di un’ampia sfera di competenze connaturate alla sovranità statale
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Un nuovo FMI per salvare i paesi dell’Est

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

E’ di questi giorni la notizia che un consorzio delle principali banche russe sta contattando i creditori occidentali per proporre una rinegoziazione dei termini dei finanziamenti in essere. L’iniziativa deriva dalla vera e propria emergenza sulle riserve in valute forti che la Russia sta affrontando. Quest’anno, banche ed imprese russe dovranno infatti rimborsare o rinnovare debiti in valuta estera per 117 miliardi di dollari, ma le riserve ufficiali del paese stanno inesorabilmente prosciugandosi a causa dell’effetto congiunto del rimpatrio di capitali esteri, e del debole andamento delle quotazioni del greggio, che impedisce al paese di ricostituire le proprie scorte valutarie. A ciò si aggiunge la gestione del cambio finora adottata dalle autorità russe, che hanno dilapidato riserve nel futile tentativo di frenare il deprezzamento del rublo. Mosca ha già iniziato a concedere prestiti a società pericolanti, dietro pegno di azioni che porteranno entro breve tempo alla nazionalizzazione di interi settori dell’economia. Ma anche così il sistema appare già insolvente rispetto ai creditori internazionali, rappresentati in larga misura da banche europee.

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L’inganno di Pino Arlacchi e la paura della verità

di Andrea Gilli

Pino Arlacchi, ex-vice segretario dell’ONU, ha recentemente scritto un volume, al quale il Corriere della Sera ha dato un notevole risalto. L’inganno e la paura, questo il titolo del testo, si pone due obiettivi. Svelerebbe innanzitutto, sulla base di semplici dati, come non ci sia ragione di credere che il mondo sia insicuro e, in secondo luogo, che una fabbrica della menzogna lavorerebbe accanitamente per diffondere paure e insicurezze nella società. In altre parole, mentre il mondo sarebbe un luogo calmo e pacifico, il senso di insicurezza che ci porta a spendere in armamenti e a temere per il futuro sarebbe dovuto da una cospirazione mondiale.

Purtroppo il testo di Arlacchi è viziato da serie incongruenze logiche e metodologiche, oltrechè fattuali. In questo articolo ci proponiamo di demistificarle, così come le conclusioni a cui giunge.

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Obama comincia a deludere

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

Martedì scorso, sul Financial Times, è comparso un editoriale di Martin Wolf piuttosto preoccupato e critico nei confronti dei primi passi dell’Amministrazione Obama. Wolf si chiedeva: la presidenza Obama ha già fallito? Il sospetto si irrobustisce, osservando le prime decisioni “operative” o presunte tali del presidente: l’annuncio – con annessa faccia feroce – del tetto alle retribuzioni dei manager apicali delle banche che richiederanno assistenza alle casse federali, ed il nuovo, ennesimo salvataggio annunciato dal Segretario al Tesoro, Timothy Geithner, nella giornata di martedì. Andiamo con ordine.

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La Rivoluzione dei 30 anni

di Andrea Gilli

La Rivoluzione Islamica iraniana compie trent’anni. Era il febbraio 1979 quando i turbanti guidati dall’Ayatollah Khomeini presero definitivamente il potere a Tehran. Nel 1979, l’Iran era un Paese cardine del sistema internazionale. Le sue riserve di idrocarburi rappresentavano una garanzia energetica per l’Occidente, mentre la sua forza militare fungeva da potente barriera all’infiltrazione sovietica in Medio Oriente.

Trent’anni dopo, l’Iran è ancora al centro del sistema internazionale – come i quotidiani ci ricordano quasi giornalmente. Paradossalmente, però, la sua importanza è cresciuta nonostante la sua economia e la sua società non abbiano progredito al passo degli altri Paesi. E ciò lo si deve a ragioni opposte a quelle del 1979: proprio le disponibilità gassifere e petrolifere iraniane, insieme alla sua posizione strategica nel Medio Oriente, turbano i sonni dei governanti occidentali e non, mentre gli obiettivi politici e militari di Tehran gettano scompiglio sui delicati equilibri etnici, politici, religiosi e militari della regione.

A trent’anni dalla Rivoluzione, conviene guardare alle prospettive future della Repubblica Islamica, alle sue relazioni con gli Stati Uniti, alla sua politica estera e ai suoi sviluppi interni.

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Il declino dell’egemonia americana e il ritorno dello spettro del protezionismo

di Mauro Gilli

Usando una formula retorica, si potrebbe dire che “uno spettro si aggira per l’Europa, il protezionismo”. Infatti, pur essendo ancora “una prospettiva lontana”, come ha scritto il Financial Times il 5 febbraio, esiste una paura crescente che gli Stati europei adottino politiche discriminatorie verso i prodotti esteri.

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Afghanistan, Kyrgizstan, Russia e Iran: la sfida impossible

di Andrea Gilli

La situazione afghana sta peggiorando sensibilmente. Non da oggi, ma da diversi anni e ora la situazione è quanto mai incerta. Dalla fine del 2002, almeno, le vicende del Paese sono andate in maniera alterna. Tempo, risorse e uomini sono stati persi per via di strategie miopi e obiettivi verosimilmente irrealizzabili. Purtroppo, le dinamiche internazionali sembrano destinate a rendere la questione afghana ancora più complicata. Gli Stati Uniti, per bocca del Segretario della Difesa Robert Gates, hanno affermato di mirare oramai solo ad obiettivi minimi: la domanda è se anche questi obiettivi minimi siano ancora raggiungibili. I dubbi che nutriamo a proposito verranno esplicitati nell’articolo.

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