Disneyland finanziaria

Il disastro Usa è figlio di una truffa generalizzata

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Come uno stillicidio, la stampa statunitense riporta ormai su base settimanale le evidenze aneddotiche della grande abbuffata di credito facile che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. L’ultima storia è quella, raccontata domenica dal New York Times, di Washington Mutual, la banca di Seattle che, al culmine della propria espansione, apriva sportelli al passo di una catena di fast food, ed i cui manager si impasticcavano di metamfetamine per reggere il passo delle domande di mutuo, accolte sulla base di una semplice autocertificazione di reddito e patrimonio. E’ un vero articolo di costume, quello del New York Times, il costume di un’epoca: insegnanti che dichiaravano lo stipendio di broker di borsa, baby sitter che millantavano il reddito di presidi di college, un giardiniere con reddito mensile di 12.000 dollari.

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Barlumi

di Mario Seminerio

Negli Stati Uniti, il dato sulla spesa per consumi personali in novembre, pubblicato la vigilia di Natale, mostra un calo dello 0,6 per cento in termini nominali. Un dato certamente non positivo, ma forse destinato a contribuire ad una spesa per consumi del quarto trimestre meno disastrosa del previsto. Utilizzando la stima dei primi due mesi del trimestre, si otterrebbe infatti un calo della spesa reale per consumi personali nel quarto trimestre del 2,9 per cento, su base annualizzata. E’ verosimile che altri componenti del Pil, soprattutto gli investimenti, saranno molto deboli nel quarto trimestre, ma occorre considerare che l’attuale stima di consenso del Pil nel trimestre, pari a meno 5 per cento annualizzato, è basata su un calo della spesa dei consumi dell’ordine del 4-4,5 per cento. Quindi, se la tendenza dei primi due mesi del trimestre sarà confermata, e se non vi saranno crolli di altre componenti del Pil, è verosimile attendersi una revisione al rialzo del Pil del quarto trimestre, nel senso di una contrazione minore del previsto. Visti i tempi che corrono, bisogna farsi andar bene anche questo.

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La Fed allenta la politica monetaria e si incammina verso l’inflazione

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

In occasione del taglio dei tassi ufficiali di martedì scorso (con l’obiettivo dei Fed Funds indicato entro un corridoio compreso tra 0 e 0,25 per cento), la Federal Reserve ha emesso un comunicato  che per molti versi si può considerare storico, poiché in esso si fa riferimento alla possibilità di acquisti di titoli governativi a scadenza intermedia e lunga da parte della banca centrale, per combattere la trappola della liquidità in cui si trova l’economia statunitense. Molti osservatori hanno interpretato questo come l’inizio del processo di “quantitative easing”, cioè di allentamento su basi quantitative della politica monetaria. Ma la Fed, in alcune dichiarazioni di propri esponenti, ha osservato che vi sono fondamentali differenze tra la propria azione odierna e quella attuata anni addietro dalla Bank of Japan.

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Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme

di Piercamillo Falasca e Andrea Giuricin – da L’Occidentale

Infine è successo: l’aiuto che l’amministrazione Bush ha fornito al settore automobilistico lo scorso 19 dicembre è la prova che i governi hanno la memoria corta. Tante volte gli interventi pubblici di sostegno a grandi imprese e a importanti settori industriali sono stati la regola delle crisi, in America e ancor più in Europa, ma mai la soluzione. Nell’immediato, General Motors e Chrysler useranno i 13,4 miliardi di dollari (altri 4 miliardi giungeranno a marzo) concessi dal governo per sopravvivere ma le perdite accumulate (più di 50 miliardi all’anno) e le prospettive molto negative per il 2009 faranno sì che il prestito pubblico esaurirà i suoi effetti salvifici in pochi mesi, proprio come è accaduto ad Alitalia. Continua a leggere “Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme”

Divisi sul dopo crisi

Bernanke ha paura dell’inflazione, Trichet teme la frammentazione

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Nei giorni scorsi è circolata la notizia di un approccio della Federal Reserve presso il Congresso, per valutare la possibilità (ad oggi preclusa dalla legge) che la banca centrale statunitense possa emettere propri titoli di debito fruttiferi. Secondo gli analisti, questa eventualità avrebbe soprattutto l’obiettivo di modificare la composizione delle passività della banca centrale, ad evitare che, quando la ripresa economica si manifesterà, possa verificarsi una devastante fiammata inflazionistica. Pare singolare discutere di inflazione proprio nelle settimane in cui va formandosi un preoccupato consenso sul rischio di deflazione. Ma la natura e le implicazioni di questa crisi epocale portano con sé anche rischi molto eterogenei e potenziali rovesciamenti di scenario. Per valutare la mossa della Fed occorre comprendere che, storicamente, le riserve detenute dalle banche statunitensi presso la banca centrale sono ammontate ad una cifra compresa tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Oggi, sono pari a 650 miliardi e la recente decisione di Bernanke di procedere ad acquisti a titolo definitivo di mutui ipotecari e cartolarizzazioni aggiungerà non meno di altri 800 miliardi di dollari al totale.

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Sull’Italia pesa il debito pensionistico

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Giorni addietro, in un’intervista concessa ad un quotidiano, il presidente del Consiglio ha enfatizzato la capacità di risparmio degli italiani, che metterebbe il paese in condizioni relativamente migliori rispetto a molti dei nostri principali competitori internazionali. In particolare, come rimarcato dall’intervistatore, il debito aggregato dell’Italia, ottenuto sommando debito pubblico e debito delle famiglie, ci porrebbe in condizioni finanziarie complessivamente migliori rispetto a paesi come il Regno Unito che, prima dell’attuale crisi, godevano di alti voti di affidabilità da parte di mercati e agenzie di rating. E proprio riguardo quest’ultimo aspetto, il premier nell’intervista ratificava il suggerimento di promuovere un cambiamento dei criteri utilizzati dalle agenzie di rating per includere il debito del settore privato, a noi più favorevole. Si tratta di un’ipotesi suggestiva, ma purtroppo dotata di scarsa efficacia. Vediamo il perché.

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Il piano italiano anti crisi

Sostegni alla liquidità più che stimoli espansivi

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Un numero crescente di governi sta ricorrendo alla politica fiscale per sostenere le proprie economie, a causa della ridotta efficacia delle politiche monetarie in un contesto di violenta e rapida riduzione della leva finanziaria. Ed è nell’ambito di questo scenario che la Commissione Europea, la scorsa settimana, ha annunciato alcune proposte di stimolo fiscale per l’Europa. E’ importante evidenziare che la Commissione non è un’autorità fiscale federale; né che l’attuale assetto della Ue prevede forme di effettivo federalismo fiscale. Dalla crisi nasce quindi un forte spunto di riflessione per compiere ulteriori passi in direzione dell’Unione politica, da cui deriverebbe una politica fiscale comune. In attesa che tale sogno (o incubo, per alcuni) si avveri, è utile altresì ricordare che la Commissione non dispone autonomamente delle risorse per stimolare la domanda, né ha il potere di costringere i governi nazionali a fare qualcosa che essi non intendono fare.

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La minaccia dell’Islam(?)/2

di Andrea Gilli

A pochi giorni dalla fine degli scontri di Mumbai, la retorica anti-islamica ha raggiunto picchi onestamente inimmaginabili. In un precedente articolo avevamo cercato di contrastarla, ma a quanto pare l’onda è cresciuta in maniera smisurata. Poiché ci è impossible contro-argomentare a tutti i miti spacciati in questi giorni per verità soverchianti, ci soffermiamo su un unico solo punto: la presunta aggressività storica dell’Islam.

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