Paulson e la casta

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Iniziano ad emergere alcune contraddizioni ed incoerenze sul grande salvataggio pubblico che la Federal Reserve ed il Tesoro statunitense hanno compiuto nelle scorse settimane. Molte di queste incoerenze si riconducono ad AIG, l’assicurazione che volle farsi hedge fund all’insaputa dei propri regolatori. Prima di analizzarle, un passo indietro: lo scorso 24 settembre Warren Buffett, il leggendario value investor degli Stati Uniti, entra nel capitale di Goldman Sachs attraverso Berkshire Hathaway, la propria compagnia d’investimento. L’operazione prevede l’emissione di 5 miliardi di dollari di azioni privilegiate che pagano a Buffett una ricca cedola del 10 per cento, e la sottoscrizione di warrant che consentiranno all’”Oracolo di Omaha” di sottoscrivere 5 miliardi di dollari di azioni Goldman al prezzo di esercizio di 115 dollari (oggi le azioni quotano poco sotto gli 80 dollari). L’elevata cedola che Buffett riceverà sulle azioni privilegiate è da porre in relazione al deterioramento del merito di credito di Goldman, e quindi alla sua maggiore rischiosità.

Il pagamento dell’interesse rappresenta un drenaggio di risorse di capitale, ma viene considerato gestibile, anche alla luce della ristrutturazione di Goldman, che da broker si trasforma in holding bancaria. Buffett è un noto filantropo, ma non quando si tratta di business. Nel caso del piano Paulson il ruolo di Buffett spetta ai contribuenti, ma il manager che dovrebbe agire in loro nome e per loro conto, Henry Paulson, sembra invece impegnato a tutelare gli azionisti esistenti. Il piano   prevede infatti che il Tesoro investa nelle principali 9 banche attraverso azioni privilegiate senza diritto di voto che pagano tuttavia solo il 5 per cento, la metà di quanto Buffett ottiene da Goldman. Proseguendo nei raffronti, il piano di salvataggio britannico prevede l’utilizzo di azioni privilegiate con diritto di voto e cedola del 12 per cento. Le banche americane potranno inoltre riacquistare le azioni privilegiate entro tre anni dall’emissione, a condizioni per loro molto vantaggiose. A differenza dell’investimento di Buffett, nel piano Paulson non ci sono warrant azionari, che avrebbero consentito al Tesoro (cioè ai contribuenti) di beneficiare di ogni aumento di valore del capitale azionario delle banche. Dopo aver ripetutamente espresso il proprio (condivisibile) disagio ideologico per l’intervento pubblico nelle banche, Paulson ha finito col proteggerne gli azionisti, anche a costo di infliggere rilevanti danni di lungo periodo al contribuente americano.

Solo una settimana prima dell’ingresso di Buffett in Goldman, la Fed ed il Tesoro avevano salvato AIG, con un accordo che prevedeva un prestito biennale di 85 miliardi di dollari da parte della banca centrale statunitense, e l’assunzione di una partecipazione azionaria del 79,9 per cento da parte del Tesoro, attraverso warrants. Il prestito della Fed prevedeva un tasso d’interesse pari al Libor più 850 punti-base, cioè poco meno del 13 per cento, all’epoca. Passano le settimane, e la Fed lancia l’ennesima facility per impedire il completo collasso dell’economia statunitense, la CPFF (Commercial Paper Funding Facility), con la quale fornisce la propria disponibilità a riacquistare la carta commerciale emessa da istituzioni con elevato merito di credito. La facility parte il 27 ottobre, ed il nuovo management di AIG decide di approfittarne, grazie allo status ormai pubblico dell’assicurazione: ottiene dalla Fed una linea di circa 20 miliardi di dollari, e inizia ad utilizzarla per rimborsare parte del prestito contratto con la Fed. Da rilevare che il tasso pagato da AIG sulla carta commerciale è di circa 9 punti percentuali inferiore a quello erogato a “condizioni punitive” dalla Fed. Si apre quindi una prima falla nel canovaccio regolatorio del salvataggio: come è possibile applicare tassi punitivi e poi consentire alla società salvata di sfruttare un simile arbitraggio? I problemi che AIG sta dando a Fed e Tesoro si stanno aggravando di settimana in settimana, a causa della impressionante velocità con cui la compagnia perde liquidità, che ha costretto il governo, dopo l’originario prestito di 85 miliardi di dollari, ad una seconda erogazione di 37,5 miliardi. Ad oggi, AIG ha già tirato oltre 92 miliardi di dollari di queste linee di fido, ma sembra sempre più un buco nero perché gli attivi, la cui liquidazione avrebbe dovuto garantire il flusso di cassa per il rimborso del prestito, si dimostrano invendibili.

Ciò ha condotto alla modifica, annunciata lunedì, dei termini del salvataggio, con un aumento di importo e durata del prestito pubblico (utilizzando i fondi del TARP), un abbattimento significativo della sua onerosità e soprattutto, il riacquisto da parte del Tesoro di cartolarizzazioni tossiche presenti nel bilancio di AIG. Sfortunatamente per i contribuenti americani, il prestito originario della Fed era inteso come una soluzione-ponte per evitare che una disordinata liquidazione degli investimenti di AIG provocasse devastanti danni sistemici. Per contro, oggi il management posto dal Tesoro alla guida di AIG si trova in difficoltà tali da chiedere al governo di comprare quelle stesse cartolarizzazioni che, negli accordi di settembre, dovevano invece essere poste a garanzia e protezione del denaro dei contribuenti. Delle due l’una: o le autorità pubbliche (Fed e Tesoro) non hanno fatto una adeguata due diligence ai conti di AIG, oppure si tratta di una mossa deliberata da parte di una casta finanziaria che oggi negli Stati Uniti sembra presidiare saldamente controllori e controllati. A tutto danno del bilancio federale. Forse per preservare i propri top manager dallo stress di mercati così difficili, pochi giorni dopo il salvataggio pubblico AIG ha speso 440.000 dollari presso un esclusivo resort californiano, come rivelato da un’audizione parlamentare. E già affiorano evidenze di un monte-bonus appena scalfito dalla crisi, per le principali banche statunitensi salvate dal denaro dei contribuenti.

Nel frattempo, è giunta la notizia che la Fed di New York ha nominato a capo del proprio Bank Supervision Group l’ex responsabile del risk management di Bear Stearns, Michael Alix. Cioè l’uomo che avrebbe dovuto segnalare l’incipiente catastrofe della propria azienda, ma non lo fece. Si potrebbe pensare alla cooptazione, da parte della Fed, di uno specialista in manipolazioni contabili, in modo da ricorrere alle sue competenze per individuare precocemente comportamenti a rischio da parte delle banche vigilate. Nulla di ciò: stampa e blogger specializzati hanno riportato alla luce interviste in cui Alix magnificava i sofisticatissimi sistemi matematici di controllo del rischio costruiti da Bear Stearns: “In questo momento tutti gli indicatori di rischio davanti ai miei occhi stanno lampeggiando in rosso, ma la cosa non mi rende nervoso: la macchina funziona” dichiarava trionfante  nel 2006 a Business Week. Tre anni prima, nel 2003, Alix (all’epoca presidente del comitato risk management della Securities Industry Association), aveva cercato di convincere i regolatori che le banche d’investimento necessitavano di minore capitale di vigilanza rispetto alle banche commerciali; nel 2004, durante un’audizione alla Camera dei Rappresentanti su Basilea II, aveva sostenuto che si sarebbe dovuto consentire alle banche d’investimento di operare con maggiore leverage, grazie alle virtù protettive della contabilità a mark-to-market. L’esito è ora noto.

Il modello statunitense di bailout appare quindi sempre più come orientato a proteggere gli azionisti esistenti. Un drastico cambiamento di rotta rispetto alla tradizione del capitalismo finanziario americano, storicamente spietato nei confronti degli azionisti che sbagliano. Un altro segno della involuzione oligarchica che ha marcato gli ultimi anni a Wall Street e dintorni. Contrastare e rovesciare questa tendenza rappresenta una delle tante sfide epocali che Barack Obama dovrà affrontare, se avrà la forza di mettersi contro alcuni tra i suoi principali finanziatori.

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