Troppo peso alla politica può far saltare il deficit

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Si è più volte sottolineato che vi sono molte differenze tra la condizione delle istituzioni finanziarie al tempo della Grande Depressione e quella odierna. Vi sono tuttavia anche degli interessanti paralleli nella tipologia dei problemi e nelle risposte dei governi. Ad esempio, nel 1932 l’Amministrazione Hoover istituì la Reconstruction Finance Corporation (RFC), un’agenzia governativa la cui missione iniziale fu di erogare aiuti ai governi statali e locali ed a banche, ferrovie, imprese agricole. Nel 1933, Franklin Delano Roosevelt mantenne in vita l’agenzia e ne ampliò l’ambito di intervento, con l’Emergency Banking Act che le permise di acquistare azioni privilegiate delle banche, proprio come sta accadendo oggi con l’Emergency Economic Stabilization Act. Ieri come oggi, il potere politico cercò di “persuadere” le banche a trasformare le iniezioni di capitale governativo in accresciuta disponibilità di credito a imprese e privati.

Nel 1935, quasi un terzo del capitale azionario delle banche era detenuto dalla RFC. Curiosamente, quelle azioni privilegiate pagavano il 5 per cento di interesse, proprio come quelle emesse oggi. Ma la sola ricapitalizzazione delle banche non fu abbastanza per indurre le banche a riaprire i rubinetti del credito, per mancanza di debitori di standard accettabile. Ma negli Anni Trenta, a differenza di oggi, le azioni privilegiate delle banche sottoscritte dal governo erano in realtà dotate di diritto di voto che le parificava alle azioni ordinarie. Ciò permise alla RFC di porre propri manager alla guida delle banche e sbloccare il credito. Il risultato fu un sostanziale capitalismo di stato.

La scorsa settimana Henry Paulson ha “persuaso” le nove principali banche statunitensi ad accettare un’iniezione governativa di capitale per 125 miliardi di dollari, ma convincerle a tornare a prestare potrebbe essere impresa ardua. L’acquisto governativo di quote di capitale in Citigroup, Morgan Stanley ed altre sette grandi istituzioni avviene infatti senza alcuna garanzia che l’investimento possa scongelare i mercati del credito, né fornisce al Tesoro posti nei consigli di amministrazione o qualsiasi altra leva per fare in modo che le banche utilizzino effettivamente i fondi per sostenere l’economia. Sono peraltro gli stessi funzionari governativi a riconoscere questo limite dell’intervento, che è concepito esclusivamente come incentivo a fare utili prestando fondi anziché tesaurizzandoli per rafforzare i propri bilanci. La garanzia pubblica sull’accesso alle fonti di finanziamento ed il rafforzamento della base di capitale dovrebbero quindi servire a rendere visibile e manifesta la convenienza a far soldi attraverso il credito.

Anche se l’intervento è progettato per minimizzare l’invasività pubblica nella governance delle banche, non si può negare che viviamo tempi eccezionali ed interessanti, e che negli ultimi due mesi di fatto l’Amministrazione Bush ha detto alle banche cosa fare per sopravvivere. Come sempre, i regolatori possono comunicare con i regolati attraverso direttive formalizzate, ma sono possibili anche forme più sottili di pressione per costringere il cavallo a bere, o meglio a prestare. L’assenza di diritti di voto nelle partecipazioni appena assunte dal governo, e l’orientamento pro-market di Paulson, che ha espresso pubblicamente il proprio rammarico per l’intervento pubblico in quelle che dovrebbero restare aziende private, sono condizioni necessarie ma non sufficienti dell’assenza di ingerenza pubblica.

Più in generale è proprio il passaggio del controllo del credito in mani governative a produrre molteplici effetti collaterali. Il piano di riacquisto di commercial paper da parte della Fed, istituito due settimane fa, non prevede che la facility possa essere utilizzata anche dai prestatori che finanziano gli acquisti di auto. I lobbysti del settore stanno quindi muovendosi in massa per ottenere l’inclusione nel programma. Contemporaneamente, si osserva un ampio (e razionale) restringimento degli standard creditizi: ad esempio GMAC, il finanziatore di prestiti auto in parte posseduto da General Motors, ha annunciato che presterà solo a soggetti che abbiano credit scoring pari almeno al punteggio di 700 (il livello mediano dei consumatori statunitensi è 720).

Ma cosa succederà se (o meglio, quando) questi prestatori saranno inclusi nel programma federale? Che gli americani con una cattiva storia di credito sulle spalle si rivolgeranno ai propri politici di riferimento, che a loro volta faranno pressioni sui prestatori sussidiati per allentare le maglie del credito, estendendolo anche ai cattivi pagatori, e sarà molto difficile che ne ottengano in cambio un rifiuto, per evidenti motivi. L’esito più probabile sarà un aumento delle insolvenze che, attraverso il meccanismo della garanzia pubblica in bianco, finirà col gonfiare il deficit al punto da costringere ad azioni di monetizzazione, che sarebbero l’inizio della fine del sistema.

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