La rivincita di Keynes. O no?

di Marco Botta*

Il quotidiano La Repubblica è stato lestissimo ad approfittare dell’intervento sul mercato finanziario del Tesoro americano e della Fed per sancire la sconfitta del liberismo e la rivincita di Keynes.

Ma davvero si può parlare di rivincita di Keynes, o, meglio, dell’economia keynesiana? Mario Monti sul Corriere invita alla calma nei giudizi.

Un aspetto interessante di cui tener conto nell’analizzare la crisi è che, se uno si spulcia i bilanci delle principali banche di investimento americane, scopre che, prescindendo dagli utili contabili che hanno un interesse relativo, il cash flow, che è l’indicatore preferito per valutare la capacità di generare ricchezza, corrisponde più o meno perfettamente all’ammontare di fondi che la banca stessa aveva ricevuto nell’anno da parte della Fed. Ovvero, le banche non generavano liquidità né ricchezza, se non in misura pari a quanto ricevuto dalla banca centrale: forse è per questo che il sito internet della Zecca americana si chiama MoneyFactory. In pratica, il sistema era continuamente gonfiato dalla banca centrale: colpa di Greenspan e Bernanke, quindi?

A ben vedere, i due governatori della Fed non hanno fatto altro che seguire ciò che l’ordinamento della banca centrale prevede: contenimento dei prezzi e difesa del pieno impiego; per conseguire il secondo obiettivo, hanno trascurato il primo (dato che comunque la bassa crescita conteneva temporaneamente l’inflazione) pompando continuamente liquidità nel sistema. Nel breve periodo, la loro politica ha avuto indubbiamente successo, tanto che pochi, all’epoca, osavano criticare Greenspan.

Ma questo sistema su cosa si basa? L’economista americano John Taylor alcuni anni fa ha elaborato una regola di comportamento (nota appunto come Taylor Rule) per descrivere il comportamento delle banche centrali, e della Fed in particolare, secondo la quale il tasso di interesse è fissato in funzione dello scostamento dell’inflazione e del Pil dai livelli considerati ottimali. Questo tipo di politica monetaria a quale corrente economica si avvicina? Alla scuola keynesiana, a quella austriaca, al monetarismo, alla nuova economia classica, o qualche altra ancora?

Nella teoria economica, la derivazione matematica di una Taylor Rule presuppone il seguente schema: una banca centrale che minimizzi una funzione di perdita (una Loss Function che altro non è che una funzione di utilità o benessere sociale) avente come variabili di policy il tasso di inflazione ed il Pil, sotto il vincolo di una curva di Phillips (che lega inflazione e Pil) ed una curva IS (che lega tasso di interesse e Pil). Questo è, di fatto, il modello di comportamento seguito dalla Fed negli ultimi anni: chiunque mastichi un minimo di teoria economica sa che concetti come quelli appena descritti sono propri della scuola keynesiana. Questo è, infatti, il modello di politica monetaria descritto in questo articolo di Galì, Clarida e Gertler: il titolo, “The Science of Monetary Policy: A New Keynesian Perspective”, non dovrebbe lasciare dubbi.

Di contro, la BCE che ora molti lodano era tacciata, specie da Rifondazione Comunista (ma addirittura anche da parte della destra, e persino dal quotidiano Il Foglio), di “dogmatismo neoliberale” per il suo atteggiamento severo nella lotta all’inflazione e nel controllo della moneta (ci sono gli stenografici di sedute del Senato a documentare queste critiche). Dogmatismo neoliberale che, talvolta, era declinato nella formula più esplicita di “dogmatismo monetarista”.

Ora, a cosa abbiano condotto la politica della Bce e quella della Fed dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: e allora, perché non richiamare alla memoria le parole di quei ministri del fu governo di centrosinistra, e di qualcuno che allora stava all’opposizione, che invocava una modifica del regolamento della BCE per allinearlo a quello della Fed, poiché quest’ultima aveva il duplice obiettivo di contenere l’inflazione e promuovere il pieno impiego, a differenza della BCE che ha come solo obiettivo dichiarato il mantenimento nel medio-lungo termine di un tasso di inflazione del 2%?

Dunque quale politica monetaria ha condotto al disastro: il monetarismo della Bundesbank-BCE, o l’indirizzo keynesiano della Fed?

Un’ultima nota: quando citano Keynes, i suoi sostenitori acritici amano ricordare questa frase:

But this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the strom is long past the ocean is flat again.

Quello che dimenticano, è che questa frase viene dal libro A Tract on Monetary Reform, che è spesso definito (anche da economisti di “sinistra”) come il miglior libro di Keynes. Nonché, come uno dei migliori libri monetaristi.

Quindi Keynes ha vinto? Certo, il governo americano è intervenuto, ma principalmente per stabilizzare la moneta, per evitare l’errore che fu fatto nel famigerato 1929; ovvero, assecondando la critica che la scuola monetarista ha da sempre mosso alle autorità di politica economica in carica all’epoca della Grande Depressione. Indubbiamente è intervenuto anche per rassicurare i mercati e generare aspettative più favorevoli, ma il fatto che Keynes abbia reso celebre nel mondo economico l’espressione animal spirits non significa che nessuno prima di lui si fosse preoccupato del ruolo delle aspettative sull’economia. A voler proprio essere pignoli, il boom-bust dell’economia a seguito di una espansione forsennata del credito è dai tempi di Mises parte del patrimonio della scuola austriaca. Ma l’obiettività non è il piatto forte, sulla stampa italiana.

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*Marco Botta (1979) ha conseguito il PhD in economia ed è assistente presso l’Università Cattolica di Milano nelle facoltà di economia e di scienze bancarie per i corsi di econometria, finanza aziendale ed economia politica. Ha frequentato studi post-laurea alla University of Warwick, dove ha conseguito un MSc in economics and finance. Collabora inoltre con uno studio professionale, dove svolge attività di consulenza aziendale.

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