Il piano salva-banche non eviterà la frenata

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Auspicando la rapida approvazione del piano Paulson-Bernanke, che prevede il riacquisto di cartolarizzazioni per l’importo di 700 miliardi di dollari, George W.Bush ha enfatizzato che l’operazione permetterà di rimuovere la principale causa della stretta creditizia in corso, consentendo al paese di ripartire ed evitando “una profonda e dolorosa recessione”. Si tratta, a nostro giudizio, di una verità “politica” nel senso che l’approvazione del Troubled Assets Relief Plan servirà in realtà solo ad evitare (forse) guai peggiori al sistema finanziario statunitense, ma per la crescita occorrerà attendere, forse piuttosto a lungo. Vediamo perché.

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Se fallisce il salvataggio rischia anche l’Europa

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

L’Amministrazione Bush ha formalmente proposto al Congresso quello che potrebbe diventare il maggiore salvataggio finanziario della storia degli Stati Uniti, con una sintetica richiesta (contenuta in poco meno di tre pagine) di autorizzazione per il Tesoro ad acquistare fino a 700 miliardi di dollari di attivi collateralizzati, non solo da mutui. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza dell’intervento basti pensare che 700 miliardi di dollari è l’importo finora speso in costi diretti per la guerra in Iraq, ed eccede la dotazione finanziaria annua del Pentagono. Il piano dà mani libere al Tesoro sull’operatività del fondo, con il solo obbligo di mantenersi in ogni momento entro il limite di spesa di 700 miliardi (quindi al netto delle rivendite di titoli), e di informare ogni sei mesi il Congresso su tale operatività. Ora inizia un negoziato che non si preannuncia facile perché i Democratici, che controllano il Congresso, hanno già chiesto di trasformare il provvedimento in una sorta di pacchetto-omnibus, inserendovi anche misure a sostegno delle famiglie che rischiano di perdere la propria abitazione e misure a sostegno dei disoccupati. Restano soprattutto interrogativi a cui occorrerà dare una risposta, ad esempio in termini di procedura di acquisto delle cartolarizzazioni. Mai come in questa circostanza il diavolo si nasconde nei particolari.

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La rivincita di Keynes. O no?

di Marco Botta*

Il quotidiano La Repubblica è stato lestissimo ad approfittare dell’intervento sul mercato finanziario del Tesoro americano e della Fed per sancire la sconfitta del liberismo e la rivincita di Keynes.

Ma davvero si può parlare di rivincita di Keynes, o, meglio, dell’economia keynesiana? Mario Monti sul Corriere invita alla calma nei giudizi.

Un aspetto interessante di cui tener conto nell’analizzare la crisi è che, se uno si spulcia i bilanci delle principali banche di investimento americane, scopre che, prescindendo dagli utili contabili che hanno un interesse relativo, il cash flow, che è l’indicatore preferito per valutare la capacità di generare ricchezza, corrisponde più o meno perfettamente all’ammontare di fondi che la banca stessa aveva ricevuto nell’anno da parte della Fed. Ovvero, le banche non generavano liquidità né ricchezza, se non in misura pari a quanto ricevuto dalla banca centrale: forse è per questo che il sito internet della Zecca americana si chiama MoneyFactory. In pratica, il sistema era continuamente gonfiato dalla banca centrale: colpa di Greenspan e Bernanke, quindi?

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Regole da riscrivere

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il prossimo anno, quando inizieranno a scrivere le nuove regole per le istituzioni finanziarie statunitensi, i regolatori federali non potranno esimersi dal richiedere profondi cambiamenti al modo in cui investment bankers e traders vengono retribuiti, pena il fallimento di qualsiasi riforma. Per anni, infatti, sono stati pagati bonus su guadagni pressoché indipendenti dai rischi a cui l’istituzione finanziaria veniva esposta, malgrado i pubblici proclami del contrario. E’ ormai evidente che la distorsione della struttura di incentivi rappresenta una causa determinante dell’attuale crisi finanziaria. Al termine dello scorso anno, malgrado l’evidenza di enormi perdite, le banche d’investimento hanno continuato a pagare bonus rivolti al passato e comparabili al monte-bonus corrisposto a fine 2006, quando i profitti erano molto più elevati ed il futuro appariva ben più roseo.

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La politica estera deve servire gli interessi nazionali: Risposta a Casini e Andreatta

di Mauro Gilli

In una lettera al Corriere della Sera, il professor Filippo Andreatta e l’onorevole Pierferdinando Casini hanno espresso il loro disappunto verso l’equidistanza tra Mosca e Tbilisi mostrata dal Ministro degli Esteri e dal suo omologo ombra del Partito Democratico relativamente alla crisi nel Caucaso (6 settembre). Per Andreatta e Casini il consenso in politica estera, un valore, finisce per essere “doppiamente dannoso quando le decisioni sono sbagliate”. Di fronte alle azioni della Russia, scrivono, “non è [infatti] sufficiente esprimere ‘rammarico’”. Sarebbe stata opportuna “una posizione più netta dell’Italia, che segnalasse, ovviamente senza una rottura nei rapporti con la Russia, una maggiore preoccupazione.”

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L’economia Usa è in recessione, basta guardare i dati sui redditi

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il dato di venerdì scorso sul mercato del lavoro statunitense, con la perdita di ulteriori 84.000 posti di lavoro ed un tasso di disoccupazione balzato al 6,1 per cento, nuovo massimo da settembre 2003, dovrebbe aver messo definitivamente la parola fine alle congetture sull’esistenza di una recessione americana, volgendole in realtà. Ad oggi, si tratterebbe di una recessione “shallow”, cioè superficiale e tutto sommato poco dolorosa, ma il vero problema è che nulla ci garantisce che non si tratti invece dell’avvio di un processo recessivo che si starebbe approfondendo. Vediamo alcuni dati.

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La Russia e la politica internazionale

di Mauro Gilli

Con lo scoppio della guerra tra Russia e Georgia, molti commentatori si sono convinti che la ritrovata politica espansionistica russa sia spiegabile dal sistema autocratico che si e’ imposto all’interno del paese negli ultimi anni. Stando a questa prospettiva, assai comune sia in Europa e negli Stati Uniti, il sistema di potere creatosi e rafforzatosi sotto la presidenza di Vladimir Putin sarebbe infatti il vero responsabile della rinata ambizione russa di aumentare la propria influenza al di la’ dei propri confini, anche attraverso l’uso della forza. Sfortunatamente, si tratta di una visione ben poco oggettiva. Invece di considerare i fattori determinanti, questa impostazione si sofferma su quelli piu’ immediatamente riscontrabili, ma anche meno rilevanti.

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E’ l’economia il punto debole di Putin

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

La recente guerra tra Russia e Georgia e la sequenza di azioni e reazioni che hanno condotto al congelamento delle relazioni diplomatiche e militari tra Mosca e l’Occidente, hanno suscitato timori di una nuova Guerra Fredda. Per tentare di comprendere lo scenario evolutivo della crisi può essere utile analizzare le attuali condizioni economiche della Russia. L’ultimo dato del pil russo, relativo al periodo gennaio-maggio, indica una crescita del 7,9 per cento annuale, in linea con quella che può essere considerata la velocità di crociera dell’economia della Federazione. Ma dietro questo numero di sintesi si celano irrisolti problemi strutturali.

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