E’ Wall Street il punto debole di Bernanke

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Ha ragione Oscar Giannino quando, analizzando le nascenti fondamenta teoriche della futura attività di vigilanza della Fed, tratteggiate a Jackson Hole da Ben Bernanke e basate sull’affascinante concetto di “macrovigilanza sistemica”, assimila il processo di comprensione di tali concetti all’arte divinatoria. La verità è che tutti, nell’ultimo anno, ci siamo interrogati su cosa potesse essere andato storto in quell’irresistibile macchina da soldi che è (era) la securities industry statunitense. E dopo questa domanda, che ha ricevuto risposte necessariamente parziali e non esaustive, tutti abbiamo cercato di ipotizzare le linee guida di una nuova regolazione, che contemperasse mercato ed innovazione, minimizzando sia le distorsioni al gioco di domanda e offerta ma anche l’azzardo morale che sembra essere la pietra angolare su cui l’edificio di “quella” finanza è stato costruito.

A Jackson Hole è risuonato soprattutto il durissimo atto d’accusa di Willem Buiter, docente alla London School of Economics ed ex membro della Bank of England, che ha accusato la Fed di essere “la meno indipendente” delle tre grandi banche centrali occidentali, e di essere affetta da “cattura regolatoria cognitiva” da parte di Wall Street, cioè di essere assai sensibile agli interessi della grande finanza rispetto al più generale quadro macroeconomico. A Jackson Hole Buiter ha presentato un ponderoso paper dove, in estrema sintesi, sostiene che la Fed avrebbe sovra-reagito al rallentamento economico, assegnando un peso eccessivo alla stabilità dei mercati finanziari rispetto all’economia globale e creando così un profondo problema inflazionistico. Tra le altre critiche mosse alla Fed, Buiter cita la cattiva applicazione del “principio di precauzione”, la sovrastima degli effetti dei prezzi immobiliari sul livello di attività economica, l’erroneo focus sul concetto di inflazione “core” (quella al netto di energia ed alimentari), il fallimento nel valutare la magnitudine della correzione richiesta per ottenere un equilibrio esterno sostenibile ed un adeguato tasso di risparmio negli Stati Uniti, dopo gli eccessi del passato. E ancora, la sovrastima del probabile impatto sull’economia reale del processo di deleveraging nel settore finanziario e troppa poca attenzione rivolta all’andamento degli aggregati monetari e creditizi durante il boom dei mercati degli scorsi anni. Inoltre, per Buiter l’intervento di salvataggio di Fed, Bce, e BoE si sarebbe concretizzato nella fornitura di sussidi alle banche e ad altre istituzioni ad alta leva finanziaria, fornendo assistenza alla loro ricapitalizzazione pur tenendo l’esposizione alle perdite potenziali fuori dal bilancio pubblico. Un simile, inedito ruolo di supplenza dell’autorità fiscale finisce col danneggiare l’indipendenza della banca centrale anche nell’area della politica monetaria.

Accuse tanto dure quanto circostanziate, a cui i membri della Fed hanno risposto con stizza, accusando Buiter di eccesso di accademia. Come quando l’ex governatore Alan Blinder (peraltro anch’egli accademico) ha raccontato la storia del bimbo olandese che, vedendo un giorno una crepa nella diga che proteggeva il paese, si astenne dal tenere il proprio dito nella fessura in attesa dei soccorsi, dicendo che il costruttore della diga e gli sprovveduti cittadini che avevano commissionato l’opera non meritavano quel favore. Egli tornò a casa, la diga cedette e tutta la popolazione (lui incluso) annegò. L’aspetto più perfido è forse il fatto che Buiter è di origine olandese, ma Blinder ha  subito raccontato il più rassicurante finale alternativo, in cui il ragazzino tiene il dito nella crepa fino all’arrivo dei soccorsi.

Eppure, fuori di metafora sul rischio sistemico e di scambi di artiglieria tra addetti ai lavori, in tutta questa vicenda della crisi finanziaria statunitense e sul ruolo della Fed c’è una notizia, passata pressoché inosservata, che noi invece non riusciamo a toglierci dalla mente. Solo lo scorso 14 luglio (cioè a circa un anno dall’inizio della crisi dei subprime), infatti, la Fed ha alfine deciso di esercitare le proprie prerogative di regolatore delle istituzioni creditizie statunitensi. Poco più di un mese fa, infatti, la Fed ha finalmente proibito ai prestatori di erogare credito ipotecario “senza considerare la capacità di rimborso dei debitori“. Meglio tardi che mai. Quello che lascia perplessi e sconcertati è che Greenspan possa essersi astenuto dall’applicare questa lapalissiana regolazione perché (verosimilmente) contraria alla sua concezione di “capitalismo di mercato”. E soprattutto, una “benevola negligenza” verso gli intermediari che ha poco o nulla di esoterico, rispetto al disastro da essa originato.
La ricerca del Graal di nome “macrovigilanza sistemica” prosegue, ma a volte è sufficiente il buonsenso del regolatore per impedire effetti a catena di portata rovinosa. Nel caso della Fed di Greenspan, la storia dirà se si è trattato di semplice negligenza o di collusione con un’industria che volle farsi oligarchia.

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