Armonizzare le tasse è controproducente

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il prossimo primo luglio la Francia assumerà la presidenza del Consiglio Europeo. Un tema particolarmente sentito da Nicolas Sarkozy è quello della armonizzazione della tassazione aziendale a livello comunitario. Già anni addietro, da ministro, Sarkozy propose di armonizzare le aliquote di tassazione aziendale, per contrastare la “concorrenza al ribasso” attuata soprattutto dai paesi dell’Est Europa. Proposta priva di senso dal punto di vista economico, e palesemente finalizzata a cristallizzare la situazione a vantaggio dei paesi della “Vecchia Europa”, in crescente difficoltà con i propri costosi ed inefficienti sistemi di welfare. Oggi la Francia ritenta la carta dell’armonizzazione, ma dal versante della base imponibile e non da quello dell’aliquota.

Si tratta di un tema non nuovo nell’agenda dell’Unione, che non ha finora condotto a nessuna decisione operativa, a causa delle forti resistenze di alcuni paesi (soprattutto, ma non esclusivamente, Irlanda). Un ulteriore vincolo viene poi dalla circostanza che ogni decisione di armonizzazione richiederebbe l’unanimità dei ventisette membri dell’Unione. Quello che sembra sfuggire ai francesi è che l’armonizzazione della base imponibile, lungi dall’essere il cavallo di Troia dell’armonizzazione delle aliquote, sarebbe in realtà controproducente all’obiettivo strategico di Parigi di controllare la “race to the bottom”, la corsa al ribasso dell’imposizione fiscale aziendale. Vediamo perché.

L’armonizzazione della base imponibile, secondo i suoi sostenitori, consentirebbe di spingere l’integrazione transfrontaliera dei mercati, riducendo i costi di compliance fiscale per le imprese, stimolandone la competitività anche verso l’esterno dell’Unione. Argomentazioni astrattamente condivisibili, che si pongono nella tradizione dell’integrazione europea perseguita attraverso la riduzione dei costi di transazione ed integrazione, di cui l’introduzione della moneta unica rappresenta l’esito più eclatante. Ma dall’armonizzazione della base imponibile deriverebbe anche un aumento della trasparenza riguardo il reale peso fiscale sopportato dalle imprese. Di fatto, quindi uno strumento nato per contrastare la concorrenza fiscale finirebbe con l’accentuare la pressione competitiva tra stati, se non compensato da altre misure.

Ma da una base imponibile univocamente definita in tutta l’Unione deriverebbe anche la perdita, per i singoli stati nazionali, della possibilità di utilizzare la leva fiscale per stimolare la crescita durante le recessioni. Si pensi allo strumento di maggiori ammortamenti per stimolare l’investimento aziendale, utilizzato ad esempio dalla Grande Coalizione tedesca nel 2006 e 2007, oltre che da George W.Bush nel 2004. Poiché gli investimenti aziendali sono significativamente correlati con l’occupazione, armonizzare la base imponibile sottrarrebbe agli stati nazionali un’importante leva fiscale anticiclica. Per correggere questa nuova rigidità occorrerebbe definire regole per consentire agli stati membri di agire in deroga, ampliando le deduzioni di imponibile in caso di condizioni congiunturali avverse particolarmente gravi. Una stratificazione normativa che reintrodurrebbe dalla finestra la complessità eliminata con l’armonizzazione, aggiungendo un ulteriore strato di negoziazione politica a livello intergovernativo. Il tutto senza contare la strenua opposizione di paesi di nuova adesione alla Ue, che hanno disegnato i propri sistemi fiscali puntando maggiormente sulla tassazione dei consumi rispetto a quella del reddito, personale ed aziendale.

La proposta Sarkozy appare quindi mal ponderata: aumenterebbe, come conseguenza involontaria, la rigidità nella gestione delle problematiche di crescita in singole aree dell’Unione e contrasterebbe quella competizione fiscale che, attraendo l’investimento diretto estero, appare il miglior antidoto alla crisi.


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