Tasse, maledette tasse

di Andrea Moro e Thomas Manfredi * 

Qualche mese fa Mario Draghi, in una relazione alla Società degli Economisti, mostrò alcuni dati sull’andamento dei consumi e redditi in alcuni paesi europei sui quali Andrea rilevò alcune discrepanze. Bankitalia ha confermato l’errore nel grafico relativo alla Germania; uno dei suoi economisti ci ha gentilmente spiegato come ricavare il loro grafico relativo all’Italia, che siamo riusciti a riprodurre. C’è molto da imparare dal confronto fra i grafici ricavati da Andrea e quello di Bankitalia.

La differenza fra i grafici, evidente nella figura seguente che li riporta entrambi assieme al consumo delle famiglie, riguarda la definizione di reddito: Bankitalia ha usato il reddito disponibile delle famiglie, la linea tratteggiata. Andrea il reddito disponibile totale dell’intera economia, la linea punteggiata.

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Il reddito disponibile delle famiglie è essenzialmente costituito dal reddito da esse percepito meno il pagamento di tasse di pertinenza, più l’insieme di trasferimenti in denaro ricevuti da parte dello stato. Su questo ammontare di risorse le famiglie basano le proprie decisioni annuali di consumo e risparmio, che ad esso algebricamente sommano. Il reddito disponibile totale tiene invece conto dell’insieme delle risorse disponibili a livello nazionale. Poiché il reddito disponibile delle imprese risulta essere un ammontare relativamente piccolo ed abbastanza costante (in percentuale del nazionale), la grande differenza fra il reddito disponibile totale e quello delle famiglie viene dal prelievo fiscale. Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

La differenza fra le due misure del reddito disponibile è ancora più chiara nel grafico seguente, che riporta la percentuale del reddito disponibile nazionale a disposizione delle famiglie (famiglie e governo assieme fanno quasi il 100%). Esso dimostra chiaramente l’espropriazione massiccia di risorse perpetuata dallo stato negli ultimi 15 anni. Dopo la crisi del 1991-1992 ancora un 85% del reddito disponibile era controllato dalle famiglie. Le punte massime di aumento della “(op)pressione fiscale” si hanno nel 1996-1997 (eurotassa et similia) nel 1999 e nel 2006. Tutti periodi in cui il centrosinistra era al governo, quasi sempre sotto la guida di Romano Prodi. Crediamo che al di là dell’usuale tasso di (op)pressione fiscale questi dati spieghino chiaramente ciò che è successo e sta succedendo in Italia.

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Insomma, da un peso dello stato del 14% nel 1990 si è passati al 24% nel 2006, quasi il doppio, mentre il reddito disponibile alle famiglie per consumi e risparmio è crollato di dieci (10!) punti percentuali nello spazio di un decennio, ed è stabile da allora (diamo a cesare quel che è di cesare: era risalito un pelo sotto Berlusconi, ed è ridisceso poi nel 2006, ultimo anno per cui i dati sono disponibili).

Questo fatto rende anche problematico spiegare la differente evoluzione degli indici di reddito disponibile e dei consumi delle famiglie. I consumi pro capite delle famiglie crescono quasi del 20% dal 1993 (praticamente tanto quanto il reddito nazionale disponibile) mentre i redditi delle famiglie aumentano solo del 4%: questo è possibile, per ragioni di vincolo di bilancio, solo se i risparmi delle famiglie (in percentuale del reddito disponibile) diminuiscono vertiginosamente. In questo caso neanche la solita soluzione “economia sommersa” funziona, perché nella contabilità nazionale i consumi ed i risparmi delle famiglie devono sommare al reddito disponibile delle famiglie. Insomma, dopo aver mandato in malora l’azienda con politiche folli e spese pubbliche ancor più folli, gli italiani (invece di riformare il sistema) han deciso di ignorare il fatto che il loro reddito disponibile non cresce da praticamente quindici anni a questa parte! Continuano a far crescere allegramente i loro consumi, mangiandosi il capitale che avevano precedentemente accumulato. I capitali, come sanno tutti coloro che se li son mangiati, finiscono sempre più rapidamente di quanto dovrebbero …

Come ha speso questi maggiori introiti, dunque, la pubblica amministrazione? Le maggiori spese in pensioni, stipendi dei pubblici dipendenti, ed altri trasferimenti in denaro a cittadini non concorrono a spiegare l’andamento del grafico perché, facendo parte del reddito disponibile delle famiglie, sono una partita di giro. Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni ’70 ed ’80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un’altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

Per concludere, la stagnazione dei redditi deriva certamente dalla magra dinamica della produttività, tesi giustamente supportata da Draghi e documentata recentemente su questo sito. Ma il contributo negativo dell'(op)pressione fiscale, oltre a poter essere (per gli incentivi che distrugge) concausa della scarsa crescita della produttività, ha anche pesato direttamente sul reddito disponibile della famiglie. Si potrebbe arguire, con spirito da mero contabile, che con un debito pubblico così alto non ci fosse altra soluzione possibile che quella di reperire risorse per abbatterlo. Dopo anni in cui a più tasse è seguita solo e soltanto più spesa (che ha raggiunto il 50,1% del PIL (!!!) nei dati ISTAT più recenti), con un debito pressoché immutato (106% del PIL), noi crediamo che ammazzare il paziente febbricitante con dosi massicce di tax and spending, invece di stimolarlo con misure di libertà economiche (taglio della spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni, taglio delle aliquote marginali) si sia rivelata la più miope delle politiche.

* Andrea Moro è Professore Associato di Economia presso la Vanderbilt University, Thomas Manfredi lavora all’OCSE presso il dipartimento di analisi del lavoro.

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