Spese, maledette spese

di Andrea Moro, Michele Boldrin e Thomas Manfredi *

Dove si descrive come il BelPaese lo affossi, rodendoselo, la Casta. In complicità con quelli che della Casta sono dipendenti, clienti, o mantenuti. Dopo i salari ed i redditi disponibili esaminiamo il capitolo delle spese, pubbliche ovviamente. E di nuovo le tasse, perché quelle spese le finanziano gli altri italiani, a mezzo dell'(op)pressione fiscale subita.

Nelle due puntate precedenti abbiamo visto che:

(1) I salari degli italiani non crescono perché non cresce la produttività del lavoro. Quindi il PIL, la torta da cui tutti mangiano, cresce poco. Più tardi spiegheremo perché alla torta vada tolta la crosta, per cui ciò che si può mangiare è una quantità più piccola, ossia il PIN (Prodotto Interno Netto) che è cresciuto ancora meno del PIL. Ad essere precisini, e far contenti i nostri amati lettori che son ben secchioni, dovremmo guardare ad una quantità leggermente ancora più piccola, ma vi risparmiamo la solfa. La sostanza non cambierebbe.

(2) Di ciò che è mangiabile – che è cresciuto molto poco – il settore pubblico si è andato prendendo, dal 1990 al 2006, una fetta sempre più grande: dal 14% al 24%. Il che spiega perché i redditi disponibili delle famiglie siano aumentati, in media, di quasi niente. Quando usciranno i dati per 2007 e 2008 la fetta del settore pubblico sul PIN risulterà essere ancor maggiore, azzardiamo il 25-26%. Ma non fa più tanta differenza: la situazione è folle comunque.

Nella puntata (2) si è anche evidenziata un’anomalia: a fronte di un reddito lordo disponibile che in 16 anni è cresciuto di circa il 5%, le famiglie sembrano aver accresciuto i propri consumi di circa il 18%, ossia tanto quanto è cresciuto il reddito nazionale (famiglie + imprese + settore pubblico). Questo fatto non è necessariamente un’anomalia, anzi: potrebbe essere spiegato da una semplice ipotesi teorica che, seppur qualcuno di noi la ritenga fondamentalmente valida, è considerata comunemente alquanto “ardita”. Vi è un’altra spiegazione, meno ardita e più triste, ossia che le famiglie italiane si stanno mangiando il capitale. Non avendo ancora trovato il tempo di studiare con cura quei dati, sospendiamo il giudizio sino ad un nuovo articolo – che verrà ovviamente intitolato “Consumi, maledetti consumi”.

Questo articolo è dedicato invece a chiarire un altro problema, che qualche lettore si è, e ci ha, posto: com’è possibile che il reddito a disposizione del settore pubblico – una volta pagati gli stipendi netti ai suoi dipendenti pubblici, le pensioni e le altre prebende monetarie, nette a pensionati, invalidi, cassintegrati e capitalisti di stato – possa essere cresciuto, in proporzione al PIN, di dieci punti percentuali se, da quanto ci dicono, la pressione fiscale è rimasta costante o quasi, dal 1993 al 2006? Ce lo siamo chiesti anche noi, e siccome siamo dei testoni duri ma metodici siamo andati a rifare i conti per benino, memori del famoso detto secondo cui ci sono le bugie, le maledette bugie e le statistiche. Il quarto mistero di Roma ci è stato, ahinoi, rivelato. Ve lo raccontiamo, sommariamente ma, speriamo, precisamente.

Cominciamo riportando l’evoluzione del rapporto fra spesa pubblica totale (azzurro) ed entrate pubbliche totali (puntini) sul PIN. Normaliziamo a 100 il livello di entrambi i rapporti nel 1990 per facilitare il calcolo dell’evoluzione nel tempo. Per i lettori interessati ai valori assoluti, quelli iniziali e finali erano:

– SPESA PUBBLICA: 48% del PIN nel 1990, 59% del PIN nel 2006.

– ENTRATE PUBBLICHE: 38% del PIN nel 1990, 54% del PIN nel 2006.

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Prima osservazione: sia le spese che le entrate sono cresciute MOLTO di più di quanto sia cresciuto il PIN. Il PIN è cresciuto (in termini nominali) di circa il 62%, mentre entrambe le altre due poste son cresciute, sempre in termini nominali, di più del 100%. Infatti, nel 2006 il valore (Spese/PIN) è del 24% più alto che nel 1990, mentre quello (Entrate/PIN) lo è del 43%. Quando è successo cosa e quale governo abbia compiuto quale crimine i lettori lo possono facilmente inferire dal grafico.

La seconda osservazione è che, nonostante le spese siano aumentate, le entrate son cresciute ancor di più: la linea punteggiata si distacca dall’azzurra nel 1993-94 e non torna mai sotto, anzi. Per questa ragione, mentre il deficit dello stato era pari a circa 10% del PIN nel 1990, nel 2006 esso era “solo” il 5% circa.

Terza cosa da notare: come mentire con le statistiche. La procedura è in due parti. Anzitutto, si mette al denominatore il PIL e non il PIN. La differenza fra i due, praticamente, consiste nel deprezzamento dello stock di capitale, ossia quella parte di quanto si produce annualmente che non è consumabile a meno di non volersi trovare con uno stock di capitale inferiore a quello dell’anno precedente. Si dà il caso che – per una serie di ragioni che, se volete proprio fare i super-secchioni, discutiamo nei commenti augurandoci però che non succeda – il tasso di deprezzamento del capitale è andato crescendo un po’ in tutto il mondo dalla metà degli anni ’80. Questo vuol dire che la distanza tra PIL e PIN è aumentata: mettendo il primo al denominatore al posto del secondo si ottengono non solo numeri più piccoli sia nel 1990 che nel 2006, ma numeri particolarmente più piccoli nel 2006. Questo attenua l’impressione statistica del reale aumento dell'(op)pressione fiscale. Ma, di nuovo, ciò che conta è il PIN, perché a tassare anche il deprezzamento del capitale si finisce senza capitale. Seconda parte della procedura: si prende un anno fra il 1993 ed il 1995 come punto di partenza, non il 1990. Come vedete in quegli anni, e nel 1995 in particolare, sono &$%# particolarmente amari. Ragione? L’Italia è in recessione, quindi il PIN (ed il PIL ed anche il PIM, il POM e la PAM) cala mentre tasse e spese rimangono stabili. Qualche anima, beata ma altamente confusa, chiama questa tragedia “effetto stabilizzatore della spesa pubblica”; sospettiamo si riferisca allo stabile far nulla degli uscieri di Montecitorio … Effettivamente, dal 1993-95 le tasse sono cresciute più o meno tanto quanto il PIN e, rispetto al 1995, le spese sono cresciute anche meno del PIN. Noterete, però, che la tendenza a crescere meno del PIN (già debole per le prime) si è invertita negli anni recenti. E gli anni recenti NON sono anni di recessione, anzi: in termini relativi il PIN italiano è cresciuto nel 2006 (e nel 2007) più del “normale”. Nonostante questo, tasse e spese pubbliche son cresciute ancor di più. Scommettiamo che quando fra un anno rifaremo questi calcoli entrambi i rapporti saran cresciuti? E l’anno dopo (oramai già deciso dalla finanziaria 2007) pure?

Nel prossimo grafico vedete l’evoluzione, sempre in rapporto al PIN, di alcune delle spese pubbliche principali. Si commentano da sole. Notiamo solo che, per una volta, i cosidetti capitalisti han ragione a lamentarsi (relativamente parlando): fra tutti gli eleganti suini che pasciono alla mensa pubblica, loro son gli unici che sono andati perdendo quota relativa.

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Per quelli che stanno seguendo il ragionamento di contabilità nazionale, ricordiamo che le tre voci di spesa pubblica riportate nella figura qui sopra vanno sottratte al totale delle entrate pubbliche della prima figura per ottenere il reddito disponibile del settore pubblico. Al netto delle tasse esse confluiscono nel reddito disponibile delle famiglie e delle imprese. La seconda figura è rilevante perché prova che l’aumento della quota di reddito disponibile nazionale che va al settore pubblico (evidenziata nell’articolo di Andrea e Thomas) NON è dovuto ad una moderazione nella crescita delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici in rapporto alla crescita del PIN. Queste due ultime voci, strumenti chiave per l’acquisto del consenso elettorale alla casta, han continuato a crescere più rapidamente del PIN, ossia della torta mangiabile.

Però, e qui si chiude il cerchio, siccome [l'(op)pressione fiscale]/PIN è cresciuta più rapidamente – da 100 a 143, vedasi primo grafico – di (previdenza+compensi+sussidi)/PIN – da 100 a 130 circa, vedasi secondo grafico – la differenza fra i due – che è praticamente il reddito disponibile del settore pubblico – è cresciuta ancor di più. Questo spiega i due grafici riportati nell’articolo “Tasse, maledette tasse” di Andrea e Thomas il cui titolo, ad alcuni oscuro, speriamo sia ora meno tale.

Dove se li sono spesi questi extra soldi “disponibili”? Per ripagare il debito? Nemmeno per sogno. Il debito, in rapporto al PIN, è rimasto lì, come tutti sappiamo. Il che vuol dire che non solo non è stato ripagato, ma è cresciuto più o meno come il PIN. Se li sono spesi, come riporta il grafico che segue, in parte in beni e servizi per il settore pubblico ed in parte per ridurre il deficit. Attenzione, ridurre il deficit NON vuol dire ridurre il debito, vuol dire farlo crescere meno o non farlo crescere.

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Siccome sospettiamo che i nostri lettori siano non solo dei simpatici secchioni ma anche degli attenti contabili, sgombriamo il campo da un ultimo dubbio: non è che son gli interessi sul debito che si mangiano il reddito disponibile del settore pubblico, mentre la spesa al netto dei medesimi è stata messa sotto controllo? Magari! Purtroppo è vero quasi tutto il contrario: guardate il primo grafico. Vedete quel piacevole e salutare calo nel rapporto spese/PIN dal 1995 al 2000? La prima parte, dal 1995 al 1996, è chiaramente dovuta ad un effetto ciclico (PIL e PIN calarono alla grande nel 1995 per poi risalire nel 1996) ma dal 1996, che è più o meno a livello 1993-94, al 2000 il rapporto cala. La cosa triste è che quella discesa si deve (non interamente ma in gran parte) al calo del costo del debito, causato dal trend favorevole dei tassi d’interesse internazionali. Infatti, il rapporto fra spesa al netto degli interessi e PIN non cala mai (c’è un blip in giù, di -4% circa nel 2000, immediatamente recuperato nel 2001) e ricomincia poi a crescere, accelerando nel 2006 (e, continuiamo a scommettere, nel 2007 e 2008). Gli interessi sul debito sono calati da dieci anni a questa parte, ed il loro peso sul reddito nazionale è ora di circa 7 punti percentuali minore. Nonostante questo, lo stato e chi lo (s)governa non ha restituito un-euro-uno di quei miracolosi risparmi – miracolosi, perché dovuti a un trend mondiale – agli italiani, riducendo l'(op)pressione fiscale. Li ha spesi tutti, e non contento ha tassato ulteriormente per spendere ancor di più.

Riassumendo: l'(op)pressione fiscale è cresciuta, eccome. La spesa pubblica è cresciuta, eccome. Entrambe son cresciute più, molto di più, del reddito nazionale. Di conseguenza, lo stato controlla oggi quasi il 60% della torta. A chi lavora nel settore privato rimane solo il 40%. Le conclusioni tiratele voi, che a noi per una volta mancano le brutte parole.

* Andrea Moro  è Professore Associato di Economia presso la Vanderbilt University, Michele Boldrin è Professore Ordinario di Economia presso la Washington University in St. Louis, Thomas Manfredi lavora all’OCSE presso il dipartimento di analisi del lavoro.

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3 Comments

  1. Gentilissimo professore, come costringere Berlusconi Walter e Veltroni Silvio (gulp!) a rispondere nel merito di questo suo articolo e a dichiarare pubblicamente che diavolo hanno in mente per spezzare il circolo vizioso?

  2. Giovanni, rispondo io al posto dei professori. Spero non le dispiaccia.

    Prossimamente, su queste pagine e su quelle di noiseFromAmerika.org sara` pubblicato un ulteriore articolo, contenente un’analisi dettagliata dei consumi in Italia negli ultimi vent’anni (dati permettendo). Dopodiche`, faremo le nostre proposte di politica economica. Quelle che noi riteniamo essere necessarie per l’economia italiana. Il caso e` quasi disperato, ma, forse, qualcosa si puo` ancora fare.

    Come fa giustamente notare, occorre, pero`, spezzare il circolo vizioso. Occorrerebbe indurre Berlusconi e Veltroni (cito loro due perche` sono i candidati premier alle prossime elezioni politiche, ma il discorso vale ad ogni livello, naturalmente) a considerare proposte e politiche sensate, lasciando perdere le solite misure populiste (nel migliore dei casi) o prive di ogni logica cui ci hanno abituato e che non risolvono un bel niente. Questo significa che il cittadino dovra` fare la sua parte: le riforme e le politiche necessarie sono socialmente costose, e quanto piu` si aspettera`, tanto piu` il costo della loro implementazione sara` elevato. Prima di giungere al punto di non ritorno, al di la` del quale il declino diventa inevitabile. Difficile che un politico metta in pericolo una sua possibile rielezione per realizzare politiche necessarie ma che non gli faranno di certo guadagnare voti. Ma vogliamo essere ancora ottimisti, e forse un po’ ci speriamo!

    Spero che continui a leggerci, in attesa delle prossime, imminenti, analisi a riguardo.

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