Mercato degli organi e diritti di proprietà

di Andrea Asoni

In questa nota si offre uno schema logico utile a comprendere le implicazioni economiche ed etiche del mercato degli organi. Dimostreremo come la distribuzione dei diritti di proprietà sugli organi (tema etico) e l’esistenza o meno di un mercato per tali organi ha fondamentali implicazioni sul benessere collettivo (tema economico). Inoltre discuteremo all’interno dello stesso schema anche la proposta di un sistema di donazione degli organi strutturato intorno al principio “si è dentro se non si decide di essere fuori” (opt-out), per evidenziarne i meccanismi economici ed etici che lo contraddistinguono. Una parte importante della conclusione riguarderà il fatto che, in questo caso specifico, anche analisi di efficienza economica non possono astrarre da considerazioni etiche.

Una premessa doverosa riguarda il tema etico. Il principio a cui facciamo riferimento è quello di esclusività della proprietà, ovvero ogni individuo, sia persona sia soggetto giuridico, proprietario di un bene ha il diritto di disporne come meglio crede, attraverso l’interazione volontaria con altri soggetti. Partendo da questo principio risulta chiaro come la chiave di volta sia il “modo di acquisizione” di tale diritto di proprietà, ovvero il modo in cui gli individui diventano titolari di beni. A tale processo ci riferiremo parlando di “distribuzione dei diritti di proprietà”.

Contrattazione e distribuzione dei diritti di proprietà
Immaginate due individui, A e B, che devono prendere una decisione su come dividersi degli organi sani (ci scusiamo per la crudezza dell’immagine ma il tema di cui stiamo parlando mal sopporta eufemismi e perifrasi). Immaginate che l’individuo A valuti il possesso di tali organi 100 e l’individuo B li valuti 200 (ed entrambi valutino zero il non avere tali organi). L’allocazione efficiente in questa economia è data dall’attribuzione degli organi a B, ovvero alla persona che li valuta di più (perché questa allocazione massimizza il benessere collettivo della comunità composta da A e B). In assenza di mercato, in questo caso cioè della possibilità di scambiarsi gli organi in seguito a compenso, la distribuzione dei diritti di proprietà iniziale determina anche la distribuzione degli organi finale e il benessere collettivo: chiunque sia proprietario di tali organi li terrà con sé. Se B è il proprietario iniziale degli organi allora siamo in presenza di una allocazione efficiente anche in assenza di mercato, mentre nel caso in cui sia A a godere di tale diritto non abbiamo una allocazione efficiente.

Si consideri invece il caso in cui i due individui hanno la possibilità di scambiarsi gli organi in seguito a compenso. In questo caso a prescindere dal proprietario iniziale la distribuzione finale degli organi sarà quella efficiente. Se A è il proprietario degli organi, B può chiederne la vendita e pagare un prezzo, P, compreso tra 100 e 200. In questo caso A accetterà lo scambio ed entrambi si troveranno in una situazione migliore rispetto a quella iniziale: A avrà ottenuto P>100 e B avrà invece 200-P>0.
Qualora B sia il proprietario degli organi A non potrà offrire nulla perché è disposto a pagare al massimo P=100 mentre B vorrebbe almeno P=200. In entrambi i casi però l’allocazione finale è quella efficiente (il bene è andato all’individuo che lo valuta di più) ma la distribuzione finale della ricchezza dipende da quella iniziale dei diritti di proprietà.

Questo semplice esempio cattura il cuore dell’argomento in favore di un mercato degli organi: in seguito a scambi volontari le persone raggiungono una situazione finale migliore rispetto a quella iniziale. Mostra inoltre l’importanza della distribuzione iniziale dei diritti di proprietà; essa infatti determina la direzione delle compensazioni che avvengono nell’economia. Personalmente, non vediamo alcun impedimento morale o etico ad un mercato degli organi, ben regolato, che si svolga tra individui consenzienti. Il primo dei diritti di proprietà è quello alla proprietà del proprio corpo. In assenza di tale mercato la situazione invece è quella di cui sopra: la distribuzione iniziale degli organi determina la distribuzione finale del benessere collettivo che è necessariamente inefficiente (ovvero causa sofferenze ingiustificate ad alcuni individui) e minimo è il beneficio introdotto da poche anime coraggiose che donano i propri organi.

Tre brevi commenti riguardano l’annosa questione dei costi di transazione e del teorema di Coase (a cui l’esempio precedente fa riferimento): l’impossibilità di un individuo senza vita di contrattare la fine dei propri organi o ricevere compensazioni e la questione della distribuzione della ricchezza finale. I primi due sono problemi importanti ma il loro effetto è quello di imporre una riflessione più attenta e un’analisi più dettagliata del problema quando si tratterà di implementare tale mercato, piuttosto che la negazione delle intuizioni di cui sopra. I costi di transazioni possono infatti essere ridotti al minimo in un mercato degli organi efficiente o addirittura in un sistema in cui vi è un solo acquirente (lo Stato), mentre l’impossibilità di contrattare quando morti implica solo che questi contratti sarebbero contratti stipulati in vita per regolare situazioni che avvengono una volta passati a miglior vita.

Il problema della distribuzione della ricchezza è invece la solita questione che tende a dividere destra e sinistra e le soluzioni sono sempre le stesse: da una parte si prevede l’intervento redistributivo dello Stato, dall’altra la creazione di un mercato del credito per gli organi. Se si può contrarre un mutuo per pagarsi la casa si può contrarre un mutuo per pagarsi un rene. Se poi si considera che probabilmente il costo di tali organi non sarebbe proibitivo (almeno per i più comuni come un rene) si nota come anche questo problema non sembra rilevante. In ogni caso, se ne è già parlato su questo sito (si vedano gli articoli di Pierangelo De Pace sull’argomento).

Opt-out
La proposta dell’opt-out, ovvero un sistema in cui siamo tutti donatori di organi a meno che non sia stata espressa volontà contraria, è facilmente inquadrabile nello schema di sopra
. Chiamate l’individuo B “Governo” e l’individuo A “privato cittadino”. Il motivo per cui la valutazione del Governo è più alta di quella del cittadino è il fatto che il Governo potrebbe fare buon uso degli organi di A dandoli a chi ne ha bisogno. Le regole attuali prevedono l’assenza di mercato e la proprietà degli organi assegnata all’individuo A, ovvero, secondo quanto descritto sopra, un’allocazione inefficiente.

Per ovviare a questo problema il Governo può fare due cose: istituire un mercato degli organi oppure arbitrariamente darsi la proprietà degli organi. Abbiamo infatti visto nella sezione precedente che anche in assenza di mercato, qualora la proprietà degli organi sia attribuita al soggetto B, la distribuzione sarebbe efficiente, ovvero gli organi sarebbero di proprietà di chi li valuta di più. Con il meccanismo opt-out il Governo fa esattamente questo: diventa titolare dei diritti residuali sugli organi dei cittadini, ovvero diventa proprietario degli organi dei cittadini a meno che un contratto differente non sia stato stipulato tra le parti. Nel meccanismo dell’opt-out viene infatti data la facoltà al cittadino di rientrare in possesso dei propri organi attraverso il pagamento di un costo, che in parte si tratta di un dead-weight loss, ovvero di una perdita secca per l’economia, e in parte va a finire nelle tasche del Governo. Insomma nella logica dell’esempio di sopra, il soggetto B chiede un pagamento P’ inferiore a 200. Se tale P’ è anche inferiore a 100 allora il cittadino vorrà pagare tale prezzo e rientrare in possesso dei propri organi, altrimenti li lascerà al Governo.

Descritta la parte economica del modello opt-out rimaniamo con il dilemma etico, che non è irrazionale o illogico ma dipende da quelli che pensiamo siano i rapporti tra Stato e individuo. Tale sistema infatti si basa sulla sottrazione del diritto di proprietà dei propri organi al soggetto titolare, l’individuo o la sua famiglia, e sull’attribuzione di tale diritto al Governo. Con il sistema opt-out il Governo ha stabilito di fatto una proprietà pubblica degli organi delle persone decedute ma nella sua “magnanimità” si è legato le mani obbligandosi alla vendita di tali organi al precedente proprietario qualora questo sia disposto a pagarne il prezzo (inferiore a quello di mercato). Pensate alla situazione analoga in cui lo Stato vi sottrae la casa e la vostra ricchezza, una volta morti, a meno che non abbiate stipulato un contratto in senso contrario.

E’ chiaro adesso il problema morale del sistema opt-out. E’ chiaro che quello del Governo è un atto innaturale visto che gli individui dovrebbero essere per lo meno proprietari del proprio corpo e dovrebbero avere la libertà, in assenza di contratti, di decidere cosa farne anche dopo morti. Attribuire la proprietà degli organi delle persone morte allo Stato equivale violarne il diritto di proprietà in virtù del monopolio della forza di cui lo Stato gode.
Le società liberali si basano sulla protezione dei diritti di proprietà in capo agli individui titolari e sui limiti imposti all’azione del governo nella sfera individuale. La domanda a cui tutti coloro che riflettono sul sistema opt-out dovrebbero rispondere è la seguente: ha il Governo diritto di sottrarmi i diritti di proprietà sul mio corpo una volta deceduto (o di sottrarli alla mia famiglia)? Anche qualora il costo imposto sia ridotto, rimane la questione sull’esistenza di un diritto per lo Stato di impormi tale costo. Rimane la questione etica dell’attribuzione dei diritti di proprietà. Il fatto che lo Stato si leghi le mani e si obblighi a vendere ad un certo prezzo invece che approfittare della sua posizione dominante e tenersi gli organi in ogni caso non rende la distribuzione iniziale delle risorse meno naturale.

La risposta non va ricercata solamente nella possibile distribuzione più efficiente delle risorse in seguito a tale violazione dei diritti individuali, ma anche nel fondamentale contratto sociale, liberale, che regola le nostre società. Mentre le società socialiste e totalitarie in genere sono basate sulla proprietà collettiva e condivisa dei beni, le società liberali si basano sui diritti residuali su ogni oggetto conferito ai singoli individui che li possiedono. La proposta di opt-out implicherebbe una rinuncia a tale principio in nome di un importante obbiettivo di benessere.
E’ anche possibile che si decida collettivamente in seguito ad un’analisi costi e benefici, di rinunciare a tale principio. Sarò il primo a fare l’opt-out in quel caso. L’obbiettivo di questa nota non era quello di decidere sulla fattibilità o meno dell’opt-out quanto di fornire uno schema logico di pensiero che colga gli aspetti rilevanti di questa decisione in modo da facilitare la scelta delle persone qualora questa si dovesse presentare.

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