Salari e politica economica

di Pierangelo De Pace

In un recente intervento presso l’Università degli Studi di Torino, il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha presentato una relazione intitolata “Consumo e Crescita in Italia“. I contenuti della lezione sono stati giustamente ripresi e commentati da stampa, tv, ed altri mezzi d’informazione. Come prevedibile, però, le parole del Governatore sono state spesso travisate e proposte di politica economica che nulla hanno a che fare con quanto affermato da Draghi sono state immediatamente date in pasto all’opinione pubblica.

Tra le tante interessanti affermazioni contenute nella relazione, quella che, forse maggiormente, ha scatenato la fantasia degli economisti improvvisati di casa nostra è stata la seguente: Occorre che il reddito torni a crescere in modo stabile, contenuta nella sezione “Le risposte possibili di politica economica“. Indipendentemente dalle analisi e descrizioni presenti nei paragrafi precedenti ed in quelli successivi, proposte risolutive deliranti sono giunte da varie parti, e sono state di conseguenza riportate ovunque. Qui di seguito si riporta una breve, ma significativa, rassegna.

Su La Repubblica sono evidenziate le affermazioni del Ministro della Repubblica Paolo Ferrero e del Sottosegretario all’Economia Paolo Cento. Il primo afferma che la precarietà è la causa principale degli stipendi troppo bassi, che la notazione di Draghi è giusta ma

perché non sia una affermazione propagandistica, si deve coniugare con una drastica riduzione della precarietà che togliendo potere contrattuale a chi lavora rappresenta la causa fondamentale degli stessi bassi salari. Il problema non è perciò la scoperta della flessibilità creativa, ma dare ai giovani i diritti necessari al fine di difendere i propri legittimi interessi salariali“.

Per il secondo:

occorre coerenza, riconoscendo il fallimento delle politiche liberiste e la necessità di aprire una nuova stagione di redistribuzione delle risorse, anche usando la leva fiscale, e di un intervento sui profitti“.

Su Il Corriere della Sera, nella seguitissima rubrica Italians, trovano spazio, senza contraddittorio, lettere di poveri contenuti economici sulla possibile introduzione in Italia di leggi sul salario minimo. E non è difficile rintracciare presso altre fonti dichiarazioni e commenti dello stesso tenore e livello.

Eppure, il Governatore, nella frase immediatamente successiva a quella oggetto del contendere, appare chiarissimo ed esaustivo: “La produttività è la parola chiave“. In un articolo apparso su queste pagine nell’aprile di quest’anno si erano già messe in evidenza, in quest’ottica, le enormi difficoltà del sistema Italia. In un Paese in cui cala la produttività, i salari reali, una delle componenti del reddito totale prodotto (non è inutile sottolinearlo, dato l’uso improprio del termine che si legge fin troppo spesso), non possono che seguire la stessa identica sorte. È questo un risultato teorico dalla semplicità disarmante, con importanti implicazioni di politica economica, che in tanti fingono di non comprendere o ignorano del tutto.

Si osservino i seguenti dati riportati in tabella. Si riferiscono all’evoluzione della produttività del lavoro per persona impiegata nel periodo 1995-2008 nelle principali economie mondiali. I dati al 2007 ed al 2008 sono previsioni. Le aree in grigio denotano le cinque economie più sviluppate in Europa e gli USA.

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Nel campione considerato, il nostro Paese registra la variazione negativa di produttività più rilevante, giustificando quindi il calo nei salari reali e lo sviluppo della forbice tra retribuzioni italiane e, per esempio, retribuzioni in altri Paesi europei. Come riporta Draghi nella sua relazione, la retribuzione media oraria, a parità di potere d’acquisto, era pari a 11 euro in Italia (industria e servizi privati) nel 2001-2002, tra il 30 e 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. La forbice varia a seconda del gruppo di prestatori di lavoro considerato, ma anche a parità di caratteristiche individuali le retribuzioni medie italiane sono generalmente inferiori del 10 per cento rispetto a quelle tedesche, del 20 per cento rispetto a quelle anglosassoni, del 25 per cento rispetto a quelle francesi.

Alla luce di queste considerazioni, trovano dunque facile spiegazione le proposte del Governatore, incentrate innanzitutto sul rilancio della produttività e della competitività italiane attraverso una profonda riforma del sistema d’istruzione. Lasciano invece il tempo che trovano le parole dei nostri politici, governanti e non, che non perdono occasione per ricordare a tutti quanto poco preparati essi siano in materia economica. E non solo.

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