Cina, il tempo delle scelte

di Mario Seminerio

Si è chiuso ieri il 17° Congresso Nazionale del Partito Comunista cinese. Il presidente Hu Jintao, in apertura dei lavori, ha esortato il paese a ripensare il proprio sentiero di sviluppo economico. Di fatto, ciò in cui Hu ha finora fallito, e che in un futuro nemmeno troppo lontano potrebbe mettere a rischio la prosecuzione dell'”esperimento” di economia di mercato in regime di partito unico. Il problema più serio per la leadership cinese è quello dell’inflazione, che oggi si trova ai massimi decennali del 6,5 per cento annuale, almeno secondo l’indice ufficiale dei prezzi al consumo, all’interno del quale esiste una sottorappresentazione di alcune voci di spesa, quali l’abitazione, che nel paniere cinese pesa solo per il 13 per cento, contro il 40 per cento dell’equivalente capitolo di spesa nell’indice dei prezzi al consumo statunitensi.

In Cina, i prezzi di alcuni beni e servizi di consumo primario sono tuttora assoggettati a controllo pubblico. L’inflazione cinese, oggi, appare di natura prevalentemente alimentare, provocata sia da mutamenti dei modelli di consumo alimentare da parte della popolazione, sia da un’epidemia che ha decimato la produzione suina. Consapevole della portata esplosivamente destabilizzante dell’inflazione alimentare e delle utilities, soprattutto nelle regioni rurali, il governo tenta di correre ai ripari. Ma lo fa in modo contraddittorio, ammonendo le autorità locali a non interferire con la determinazione dei prezzi di mercato, salvo in casi di “considerevole crescita dei prezzi causata da emergenze o disastri naturali”. Alle autorità cinesi sembra sfuggire che i controlli sui prezzi sono un rimedio peggiore del male, che alimenta una corruzione già endemica in Cina ed esacerba i fenomeni di penuria. Zimbabwe docet, ma evidentemente non abbastanza.

E’ infatti esattamente durante le fasi di grave perturbazione economica che il libero gioco di domanda ed offerta determina invece l’allocazione efficiente delle risorse, oltre ad avere un importante valore segnaletico per le decisioni degli agenti economici. In sostanza, gli strati più deboli della popolazione dovrebbero essere protetti attraverso erogazioni dirette (monetarie o in natura), e non alterando la determinazione dei prezzi. L’inflazione cinese (che peraltro rischia di diventare un problema globale, incorporandosi nei prezzi delle esportazioni di Pechino verso Stati Uniti ed Europa), non è solo colpa della recente epidemia suina o dell’eccesso di domanda di cereali. Basti pensare che la base monetaria cinese sta crescendo oggi al passo del 15 per cento annuo, e quella di M2 del 18 per cento, rispetto ad un target della People’s Bank of China attualmente posto al 16 per cento. Questo eccesso di espansione monetaria sembra riconducibile alla determinazione cinese ad impedire una più rapida rivalutazione dello yuan contro dollaro.

Quando la banca centrale cinese acquisisce dollari dagli esportatori, l’offerta domestica di moneta aumenta, a meno che i nuovi yuan non vengano ritirati, cioè “sterilizzati”. Finora, vi sono poche evidenze che questo sia accaduto e stia accadendo, e la massa monetaria cinese continua quindi a gonfiarsi come un fiume in piena, andando a caccia di un numero invariato di beni ed alimentando inflazione. Le misure adottate finora sono state largamente insufficienti. Il rialzo dei tassi d’interesse, ad esempio, tenta di impedire (con scarso o nullo successo) che il tasso reale divenga negativo, spingendo le famiglie a spostare i propri risparmi da depositi bancari e titoli obbligazionari ad azioni ed immobili, circostanza che alimenta bolle speculative.

Per Pechino, è il tempo delle scelte: le forze innescate dal libero mercato stanno rapidamente entrando in rotta di collisione con il dirigismo statale, come si evince dal crescente numero di squilibri macroeconomici. E’ tempo quindi che le autorità monetarie cinesi abbandonino i controlli sul cambio, permettendo al mercato di determinarne il livello. Per attenuare l’impatto negativo sarà necessario creare una vasta rete di welfare, soprattutto per abitazione, sanità ed istruzione. Rete finora pressoché inesistente e causa prima dell’imponente tasso di risparmio cinese, che a sua volta impedisce di fare evolvere il modello di sviluppo del paese dall’export ai consumi domestici. Un interessante contrappasso, per un paese che continua a definirsi comunista.

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