Un mercato legale di organi. Alcuni dati e stime

di Pierangelo De Pace

Recenti ricerche economiche mostrano la convenienza di un mercato legale, accessibile a tutti, in cui si possa procedere liberamente alla compravendita di determinate tipologie di organi umani. Lo scopo di questo articolo è duplice: 1) portare ulteriore evidenza a supporto di una tesi già proposta altre volte in queste pagine e 2) ribadire una volta ancora la posizione della maggior parte dei membri di Epistemes, nella speranza che esponenti politici italiani si interessino all’argomento e si facciano portavoce di una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che porti, potenzialmente, alla revisione delle attuali normative in materia che proibiscono l’uso di incentivi monetari nel mercato degli organi umani tra vivi e post mortem. Nella fortunata evenienza in cui qualcuno si mostrasse interessato, Epistemes garantisce sin da ora chiarimenti e supporto tecnico compatibilmente con le proprie risorse, i propri mezzi ed i propri vincoli.

I dati, le figure e le argomentazioni qui riportati sono raccolti dall’articolo “Introducing Incentives in the Market for Live and Cadaveric Organ Donations“, firmato dal premio Nobel per l’economia e professore di economia presso la University of Chicago Gary Becker, e da Julio Jorge Elías, professore di economia presso la State University of New York at Buffalo. Il pezzo appare nel recente volume 21 del Journal of Economic Perspectives. Per chi fosse interessato al dibattito originatosi in questo sito e sviluppatosi successivamente altrove, consiglio la lettura dell’intervento “Un mercato legale di organi. La discussione si accende“, contenente tutti i link rilevanti agli articoli precedentemente scritti.

Il problema fondamentale nell’ambito delle donazioni di organi è la persistente differenza tra domanda ed offerta, tra il numero di coloro che sono in attesa di un trapianto (e che vedono ridursi di giorno in giorno le proprie possibilità di sopravvivere) e coloro che spontaneamente, mossi da puro spirito altruistico, sono disposti a donare un proprio organo per salvare la vita di un altro individuo. Solo poche nazioni al mondo permettono, o hanno permesso in passato, l’utilizzo di incentivi monetari per ridurre il gap tra domanda ed offerta; tra queste, l’India agli inizi degli anni ’80 e ’90 e l’Iran, ancora oggi, a partire dal 1988.

Il lavoro dei due economisti conclude, molto brevemente, che incentivi monetari opportunamente utilizzati sarebbero in grado di stimolare l’offerta da vivi di organi da trapianto e di ridurre drasticamente le lunghe liste d’attesa che si creano nella speranza, a volte vana, di ottenere un organo da un donatore terzo. I trasferimenti monetari a favore dei venditori di organi, o dei loro eredi, renderebbero certamente più elevato il costo totale di un trapianto; Becker ed Elías calcolano, però, che gli aumenti nel prezzo degli interventi chirurgici sarebbero generalmente contenuti entro la soglia del 12%.

La seguente figura chiarisce l’entità e la gravità del problema dei trapianti di reni negli USA (cliccare sulle figure per ingrandirle):

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La linea più in alto descrive l’evoluzione temporale del numero di persone in attesa di un trapianto di reni tra il 1990 ed il 2005. Quella immediatamente più in basso, l’evoluzione del numero totale di trapianti effettuati; quella sottostante si riferisce infine al numero di trapianti effettuati grazie all’intervento di donatori vivi. La differenza tra domanda ed offerta è drammaticamente aumentata in solo quindici anni e sembra destinata irrimediabilmente a farsi ancora più ampia nei prossimi, se adeguati interventi legislativi in materia non verrano prima proposti e poi approvati. Una simile evoluzione delle tre variabili si ritrova nel caso dei trapianti di fegato, come si evince dal seguente grafico:

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A livello internazionale, la situazione non è migliore. I dati al 2005 sono i seguenti:

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Chiaramente, la donazione o la vendita di un proprio organo da vivi può influenzare negativamente la qualità della vita di un individuo, potenzialmente innalza il rischio di mortalità (la probabilità di morte nel corso dell’intervento per l’asportazione di un rene sano è stimata pari allo 0.01%, pari allo 0.2% nel caso di asportazione di parte del fegato) e può ridurre la capacità lavorativa per un certo periodo dopo l’esecuzione dell’intervento di asportazione chirurgica. Sulla base di questi tre elementi, Becker ed Elías stimano il prezzo minimo necessario per indurre un individuo a vendere un rene o parte del proprio fegato (nei trapianti di fegato, infatti, è sufficiente l’asportazione di solo una porzione, che poi si autorigenera senza interventi esterni). Le loro stime si basano sul concetto di valore di vita statistica, approssimativamente legato alla capacità di produrre reddito futuro da parte di un individuo. Generalmente, individui più produttivi hanno un più elevato valore di vita statistica; variabile, questa, che dipende anche dalla propria aspettativa di vita futura espressa in anni.

Gli autori stimano infine l’incremento del prezzo totale di un trapianto derivante dall’utilizzo di strumenti monetari come incentivo all’offerta e l’aumento percentuale conseguente del numero di trapianti. Questi i sorprendenti risultati su dati statunitensi:

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Simili conclusioni varrebbero anche nel caso in cui si permettesse l’uso di incentivi monetari per stimolare l’offerta di organi umani post mortem ed il prezzo di un rene o di un fegato che prevarrebbe sarebbe in questo caso pari a quello di equilibrio negli scambi tra vivi.

In parte per ragioni collegate a compatibilità dell’organo trapiantato e tempestività dell’intervento, i tassi di successo di un trapianto nel lungo periodo sembrano, tuttavia, essere più elevati nel caso di donazione o vendita da vivi. Ad un anno dall’intervento, infatti, la probabilità di sopravvivenza per chi ha ricevuto un rene è pari all’89% nel caso di organo prelevato da cadavere, al 95% nel caso di organo prelevato da un terzo individuo vivo; a distanza di dieci anni, le corrispondenti probabilità di sopravvivenza sono pari al 35.8% ed al 55.8%. Nel caso di trapianto di fegato, esse risultano pari all’82% ed all’82.7% a distanza di un anno; al 43.7% ed al 53.3% dopo dieci anni.

Le proposte relative alla legalizzazione di un mercato di organi sono sempre state osteggiate da considerazioni di tipo morale. Difficile, infatti, criticare la validità economica delle logiche, delle teorie e dei risultati empirici a supporto di un mercato siffatto. I detrattori di provvedimenti legislativi in questo senso parlano di valori morali e di mercificazione del corpo umano per giustificare la propria posizione contraria. Pagare per ottenere un organo sarebbe infatti immorale a giudizio di molti. Per quale motivo, però, la stessa logica e le stesse considerazioni etiche non si applicano al servizio militare volontario o al vecchio servizio di leva obbligatorio? In questi casi lo Stato permette la mercificazione non già di singoli organi, ma dell’intero corpo anche per fini bellici. Per non parlare di quelle professioni ad alto rischio di mortalità in cui, dietro compensi monetari, l’individuo si mette a disposizione anche per l’esecuzione di mansioni assai pericolose e potenzialmente fatali.

Ma, al di là di ogni possibile risposta che possa essere fornita a chi si oppone ad un mercato legale di organi, vi è la considerazione che il sistema attuale impone un costo insostenibile a migliaia di individui ammalati, che spesso muoiono mentre aspettano che le lunghe liste d’attesa davanti a loro si esauriscano. Come spiegato altrove, un mercato legale allevierebbe le loro sofferenze e potrebbe ridurre la lunghezza di quelle liste.

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2 Comments

  1. Non ho seguito tutto il dibattito, ma vorrei fare un’obiezione spero il meno ideologica possibile.

    Credo si stiano confrontando due mali: che una persona venda un organo (ergo: si sottoponga a un rischio grave, seppur limitato, per soldi) e che ci siano pochi organi.
    Dunque se ne deve soppesare l’entità. Dai dati che sono esposti nel post direi che il problema della carenza d’organi è nettamente maggiore negli USA che non in Europa, a causa della loro legislazione sul prelievo da cadavere, che per ora è la fonte nettamente più rilevante di organi (molto restrittiva; nei suddetti dati si vede che sono gli unici a basarsi molto sui donatori viventi) e forse dell’atteggiamento medicamente più aggressivo (trapianto favorito rispetto a terapia conservativa); l’Italia tra l’altro per i trapianti è sopra la media UE (è una valutazione globale, non so i dati precisi sulle persone in lista d’attesa: http://www.diabetologia.it/news_19_02_06/3166interventi.htm).
    Dunque la mia prima osservazione è che gli statunitensi, prima di rivoluzionare il mercato degli organi tra viventi, potrebbero pensare a cambiare la legislazione del prelievo di organi (forse vale anche per l’Italia, dove il principio del silenzio-assenso stenta ad affermarsi).
    Detto questo, non devono esistere dogmi o tabù; ma per quanto ne posso capire (non sono nè un giurista nè un esperto di medicina legale) in Italia l’introduzione del mercato di organi non richiederebbe semplicemente una modifica del decreto legislativo inerente, ma anche del codice civile (articolo 5).

  2. caro pierangelo,
    è un piacere vedere che torni sull’argomento già dibattuto in precedenza.
    una spero breve osservazione. una critica che spesso i non-economisti muovono agli eocnomisti è quella di circoscrivere con troppa facilità i problemi nel tempo nello spazio, ometetndo variabili ed agenti che invece andrebbero presi in considerazione.
    qui osserviamo un aumento della domanda di organi, e la unica soluzione che proponi è “assicuriamoci una maggiore offerta”. proposta di per sè normale in un mercato classico:è un bene che l’offerta soddisfi la domanda; il benessere sociale cresce.
    eppure questa visione, assieme alla soluzione che proponi, mi sembra non esaustiva e un po riduttiva quando applicata al caso degli organi.davvero il benessere cresce incentivando la vendita di propri organi? (a naso mi sembra una soluzione che causa altri ben più gravi problemi, per gli interessati leggere i dibattiti precedenti che pierangelo menziona).
    ecco alcuni fattori che mi sembra che il tuo ragionamento dimentica di prendere in considerazione:
    si osserva un aumento della domanda di organi. quali sono le cause? perchè le malattie aumentano? e se ci fosse una correlazione con una nostra peggiore alimnetazione, con l’abuso di medicinalie sostanze chimiche, con la’ssunzione di acque non depurate? (pure ipotesi, sia ben chiaro)
    davvero la soluzione migliore è aumentare l’offerta intervenendo a valle, ovvero sull’ultimo anello della catena? non potrrebbe essere più desiderabile intervenire sulla domanda? oppure come propone emilinao qui sopra, non si dovrebbe prima cecrare un canale alternativo alla vendita dei propri organi, ad esempio l’utilizzo degli organi dei cadaveri?
    a presto
    Stefano Clò

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