– 30.000: cosa significa avere un esercito piu’ piccolo

di Andrea Gilli

Alla vigilia delle precedenti elezioni, molti analisti si chiedevano quale sarebbe stata la politica di Difesa adottata dall’esecutivo Prodi. Il dubbio che tormentava la maggior parte degli osservatori riguardava semplicemente il tipo di riforma dell’esercito che sarebbe stata adottata dal Governo in divenendo.

Dopo circa un anno, la riforma sembra essere abbastanza drastica: riduzione secca di 30.000 effettivi. Almeno queste paiono le previsioni. Se i tagli saranno confermati, non resta che chiederci quali saranno le implicazioni di una tale scelta.

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Perche’ la missione “Enduring Freedom” non deve finire

di Andrea Gilli

Con una breve dichiarazione mezzo stampa, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha sostenuto la necessita’ di interrompere la missione americana “Enduring Freedom” in Afghanistan – la missione iniziata all’indomani dell’11 settembre e che ancora oggi ha l’obiettivo di sconfiggere militarmente i talebani.

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Il nuovo welfare: strategia dell’immersione

di Mario Seminerio 

Il governo ha varato nei giorni scorsi la riforma del Welfare. Analizziamo le principali innovazioni introdotte dalla normativa.

In materia di straordinari, è stata decisa l’eliminazione della contribuzione aggiuntiva che oggi incide sullo straordinario. Oggi le aziende con più di 15 dipendenti che superano le 40 ore di lavoro devono pagare un contributo aggiuntivo del 5%. Si sale al 10% tra le 44 e le 48 ore, e al 15% oltre le 48 ore. Questa misura, che avrà un costo annuo di circa 150 milioni e sarà coperta con parte del leggendario extragettito, è stata osteggiata dai sindacati che vorrebbero invece che il costo del lavoro ordinario resti inferiore rispetto a quello delle prestazioni straordinarie. Questa misura, contrariamente a quanto interpretato alcuni, non rappresenta una defiscalizzazione piena, “alla Sarkozy”, ma più semplicemente un tentativo di non ostacolare l’utilizzo non sistematico del lavoro straordinario. E’ meno distorsiva della iniziativa francese, e verosimilmente anche meno incisiva.

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Quei “sì, però…” che non ci piacciono/2

di Antonio Mele

Tra i famosi “fallimenti del mercato” esiste quello dovuto ad asimmetrie informative: se gli individui hanno accesso ad informazioni a cui nessun altro ha accesso, la concorrenza perfetta produce risultati inefficienti. In particolare, può creare il fenomeno della selezione avversa: ai prezzi di mercato, si effettuano solo gli scambi di beni di qualità peggiore. Se il mercato in questione è quello assicurativo, per esempio, solo gli individui a maggior rischio di incorrere in un incidente acquisteranno una polizza. In tal caso, il mercato può semplicemente collassare: le imprese fronteggiano un risarcimento medio troppo elevato, che determina perdite economiche: la polizza offerta non è profittevole, il mercato cessa di esistere. In tal caso, la teoria corrente mostra come un pianificatore sociale benevolente ha la possibilità di migliorare l’esito di mercato intervenendo direttamente, anche se non è in grado di eliminare del tutto l’inefficienza. Ma è sempre vero?
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A morte la tassa sulla morte!

di Antonio Mele

La tassa di successione è sempre stata, nel mito popolare, quello strumento del governo per redistribuire la ricchezza in modo da ridurre le diseguaglianze prodotte dal mercato. Con tale tributo, parte del patrimonio che un individuo benestante lascia in eredità al figlio viene trasferito dapprima nelle mani dello Stato, e successivamente utilizzato per il “bene comune”, con particolare attenzione alla redistribuzione di tale ricchezza verso i più bisognosi.
Come i nostri lettori ricorderanno, nella scorsa legislatura il governo decise di eliminare la tassa di successione. La misura suscitò enormi polemiche, che appunto utilizzavano come argomento il fatto che le disuguaglianze sarebbero aumentate senza un correttivo di tipo fiscale che aggredisse i patrimoni elevati alla morte del loro possessore. Il dibattito fu estremamente ideologizzato, e come sempre accade in Italia, nessuno si premurò di andare a vedere cosa dicevano i dati.

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Il mercato del rating è sufficientemente aperto ed efficiente?

di Piercamillo Falasca

Si ringrazia Competere.eu – spinning innovation

L’eco della crisi di oltreoceano che ha colpito il mercato dei mutui subprime – i prestiti concessi alla clientela meno affidabile e per questo definiti “spazzatura” (junk) – e con esso l’intera economia americana, pone un interrogativo sul ruolo e sulla tenuta di un anello fondamentale del sistema finanziario internazionale: il rating.
Qualche giorno fa Standard & Poor’s (imitata dopo poco da Moody’s e Fitch) ha ridotto il giudizio su circa 600 emissioni di bond garantiti dai subprime. Come nel caso Enron e negli scandali nostrani Parmalat e Cirio, anche in questa vicenda la decisione delle agenzie di rating sembra quanto meno tardiva.

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La priorità è lo state-building

di Francesco Giumelli* 

Il principale attore del sistema internazionale è lo stato moderno. Nonostante organizzazioni non governative ed internazionali abbiano un peso crescente nella governance globale, è agli stati che spetta l’ultima parola: guerra, pace, amministrazione, sviluppo, etc. Tutte le politiche pubbliche, anche quelle di sviluppo pianificate dalle grandi organizzazioni internazionali, hanno bisogno di burocrazie funzionanti con il monopolio della forza su un territorio delimitato: in altre parole, lo stato moderno.

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IBL – Un Dpef sottotono

di Mario Seminerio

Rispetto al Documento di programmazione economico-finanziaria 2007-2011, il nuovo Dpef, appena licenziato dal Consiglio dei ministri, delude. Il Position Paper “Dpef 2008-2011. Né robusto né sostenibile” offre una dettagliata analisi del Documento. Commenta Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’IBL: “il Dpef manifesta tutti i limiti di una maggioranza che si regge su equilibri precari. Sebbene vi siano spunti positivi – per esempio sulla privatizzazione dei beni demaniali – in generale la sensazione è quella di una generale tensione verso soluzioni stataliste, le quali spingono a dubitare dei buoni propositi, anche quando presenti. Quindi, al contrario di quanto afferma il governo, non pare che il documento sia robusto né sostenibile”. “In generale – conclude Stagnaro – il Dpef contiene molte affermazioni di buonsenso (per esempio sul fisco, anche se con poca convinzione), oltre ad alcuni progetti discutibili (per esempio in tema ambientale) o drammatiche mancanze di coraggio (come con le pensioni). Il problema è che il Dpef è un documento di indirizzo che viene sistematicamente disatteso quando si tratta di scrivere la legge finanziaria: e se un Dpef relativamente ambizioso come quello dell’anno scorso ha portato alla finanziaria più ‘tassista’ (nel senso delle tasse) degli ultimi anni, è bene non farsi troppe illusioni sulla finanziaria di quest’anno”.

Il Position Paper “Dpef 2008-2011. Né robusto né sostenibile” è liberamente scaricabile qui. Di seguito il testo dell’analisi delle sezioni del Dpef da noi curata.

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Democrazia, disuguaglianza e conflitto: indicazioni dalla third wave

di Piergiuseppe Fortunato*

Qualche daterello per spiegare come e perché Winston Churcill si sbagliasse. Non sempre, infatti, la democrazia rappresenta la “peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Almeno per quanto concerne lo sviluppo economico.

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La strana etica occidentale. Lavoro minorile e soluzioni.

di Pierangelo De Pace

Uno degli effetti più evidenti della cosidetta “globalizzazione” – fenomeno economico, politico e sociale che ha coinvolto negli ultimi decenni praticamente tutti i Paesi del mondo – è la caduta di gran parte delle barriere che un tempo impedivano il libero scambio di beni e servizi a livello internazionale. Alla base della teoria moderna del commercio internazionale si trova il concetto di “vantaggio comparato”, secondo il quale ciascun agente economico (le nazioni nel caso specifico) tendono a specializzarsi in maniera più o meno pronunciata nella produzione di quei beni e servizi che permetta loro di sfruttare più elevati livelli di efficienza relativa rispetto al resto del mondo. Più tecnicamente, ciascun Paese si specializza nella produzione (e poi esportazione) di quei beni e servizi nell’ambito della quale esibiscono costi opportunità ridotti rispetto ai concorrenti, sia diretti sia indiretti.

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