Cyberstrategy

di Andrea Gilli

Nei giorni scorsi l’Estonia e’ stata colpita da un devastante attacco informatico che ha severamente limitato o danneggiato i suoi principali siti internet. Parlamento, Governo, partiti, grandi aziende hanno tutti visto i loro websites oscurati, intasati, bloccati o craccati da una serie di hacker – a quanto pare russi.

Finora, niente di male. Solo qualche invonveniente. L’evento ha pero’ mostrato quanto vulnerabile possa diventare un Paese che, di colpo, vede la sua forza (l’essere completamente digitalizzato) diventare la sua principale debolezza, il suo tallone d’Achille.

In questa sede ci interessa ragionare in modo molto semplice sull’attacco informatico in se’, sul suo senso e sulle sue implicazioni piu’ generali.

In primo luogo, l’attacco sembra avere chiari moventi politici: la Russia sembra essere dietro questo gesto. La ragione sembra abbastanza semplice, la Russia non ha mai accettato l’indipendenza estone, e alcuni recenti screzi sembrano aver riattizzato dei vecchi dissapori tra i due Paesi.

Quindi, l’attacco e’ stato volto con un fine: indebolire l’Estonia. Questa si chiama strategia: un mezzo (la cybernetica) per raggiungere un fine (l’indebolimento dell’avversario). Colin S. Gray nel suo penultimo volume (2005) tratta proprio il tema della cybernetica nei conflitti tra attori politici.

Derivando da Clausewitz tutto cio’ che ci serve sapere, Gray dice semplicemente che la guerra e’ la continuazione della politica con altri mezzi. Duecento anni fa gli “altri mezzi” erano rappresentati dalle armate di massa. Oggi sara’ la cybernetica. Duecento anni fa, o anche piu’ recentemente, si distruggevano strade, citta’, rifornimenti, per costringere il nemico ad accettare i propri termini della pace. Oggi si distrugge la sua capacita’ informatica, si bloccano quindi i suoi trasporti, le sue comunicazioni, i sistemi informatici che regolano la sua societa’, con il fine dichiarato di pararizzarlo, oscurarlo, neutralizzarlo.

Il paradosso e’ che l’unico modo per evitare questa minaccia consiste nell’evitare la via informatica: ovvero autocostringersi nell’oscurita’, nella paralisi, nella propria insicurezza. Non esattamente una grande soluzione. Cio’ dunque significa che, l’insicurezza rimane una caratteristica di questo mondo. La si puo’ limitare: non la si puo’ eliminare. Noi non avevamo mai avuto alcun tipo di dubbio a proposito.

L’attacco ha pero’ implicazioni di portata molto piu’ grande. E’ infatti necessario ragionare almeno sue due livelli per inquadrare meglio il fenomeno.

In primo luogo, vi e’ il problema della natura militare dell’attacco. L’Estonia ha chiesto aiuto alla NATO reclamando l’infrazione dell’articolo 5. La materia e’ particolarmente scottante. Non solo perche’ e’ difficilissimo individuare il responsabile, ma anche perche’ nella cultura de-clausewitzata dell’Europa contemporanea, la separazione tra guerra e politica e’ talmente netta che la strategia finisce per essere eticamente accettabile o meno a seconda degli strumenti che predilige. Il risultato e’ che di fronte ad un attacco tanto importante quale quello a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, la NATO e l’Europa sono impreparate: in quanto non sono in grado di formulare una risposta che non sia militare a minacce non strettamente militari, e viceversa.

In altri termini: la Russia sta verosimilmente attaccando l’Estonia, con mezzi non militari. Chi conosce la strategia sa che il mezzo non conta molto: e’ il fine quello che bisogna guardare. Se il fine del nemico e’ sottomettere i suoi avversari, ma con mezzi non militari, si capisce che bisogna reagire – no matter what. Purtroppo, una cultura moralistica e astorica che vede la guerra come l’apice di tutti i mali, favorisce un nemico di questo genere in quanto non e’ in grado di inquadrare nella giusta dimensione problemi strategici di natura non militare.

Infine, bisogna fare un ragionamento piu’ generale su quanto un attacco cybernetico significhi nel mondo moderno. Proprio come alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, sentiamo spesso ripetere l’adagio secondo il quale l’integrazione economica renderebbe le guerre inutili e superflue. La logica sarebbe che, grazie alla tecnologia, la interazioni economiche possono essere piu’ veloci ed efficienti, e quindi le ragioni dell’uso della forza scomparirebbero drammaticamente, visti i maggiori vantaggi che ogni attore potrebbe ottenere.

Come si vede in concomitanza con questo attacco, purtroppo, l’integrazione economica puo’ anche essere un ottimo strumento per far transitare anche delle minacce – non solo delle merci. In breve, l’integrazione economica puo’ essere un forte elemento di insicurezza, non solo di benessere (si pensi che se questo attacco fosse avvenuto d’inverno alle centrali energetiche estoni: e’ chiaro che il Paese avrebbe rischiato l’assideramento). Dunque, i sogni di un futuro pacifico e piacevole possono nuovamente essere messi in soffitta.

La Storia continua a riservarci le stesse soprese. Clausewitz continua a rimanere valido. Come scriveva Colin S. Gray nel 1999, anche con il GPS (1999). Ma forse, conviene terminare riportando la citazione che lo stesso Gray mette in copertina al libro prima citato:

“Only the dead have seen the end of war” – Plato.

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2 Comments

  1. La teoria secondo la quale il commercio assicura la pace ha almeno due difetti:

    1. Assume che l’interesse dello stato sia massimizzare la ricchezza nazionale: ma questa al più è solo un mezzo per la classe dirigente, non certo il fine.

    2. Trascura il fatto che un paese piccolo come l’Estonia non possa avere un impatto notevole sull’economia russa neanche se il punto #1 valesse.

    Se l’UE minacciasse ritorsioni economiche contro attacchi contro ognuno dei suoi membri il punto #2 si potrebbe risolvere (del resto, “l’acquiescenza dei sudditi ha creato più tiranni della violenza dei tiranni stessi”). Rimarrebbe il punto #1, che merita un’analisi più approfondita.

    In linea di massima ritengo che l’ovvio fatto per cui i costi e i benefici dei governati siano diversi da quelli dei governanti faccia sì che sia relativamente facile che uno stato adotti politiche dannose per i propri cittadini; proprio per questa “irrazionalità” (che tale non è) non si deve mai confidare sul buonsenso, in politica.

    Che perà coeteris paribus aumentare i costi dell’aggressione ne riduca l’entità e la probabilità è sempre vero (peccato per il coeteris paribus!), quindi penso che una politica di ritorsioni da parte europea possa scoraggiare il Cremlino dall’adottare tecniche imperialiste che sfruttano le divisioni per… imperare.

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