Mixed results

di Mauro Gilli

L’11 gennaio, su Epistemes, scrivevo:

La nuova strategia per l’Iraq presentata dal Presidente americano George Bush (volta a “rimediare” agli errori passati e garantire cosi’ la “vittoria”) offre pochi motivi di speranza. Le probabilita’ che le sorti del Paese mediorientale possano essere cambiate da 21.500 soldati aggiuntivi sono poche.

In quell’articolo elaboravo un considerazione tanto ovvia quanto semplice: la guerra civile irachena non puo’ essere fermata mandando piu’ soldati.

Come qualunque guerra, richiede una soluzione alle sue cause. E quelle cause, nella nuova strategia formulata dal presidente Bush non erano neppure prese in considerazione – senza pensare che sono tanto complicate (odio etnico, religioso, scontro politico, interferenza estera, etc.) da non potere essere risolvibili da nessuna strategia. Se due individui si odiano, non e’ disarmandoli che si evitera’ il loro scontro fisico. Lo stesso vale in Iraq: dove si combatte una lotta per il potere, non tra Bene e Male.

Sono passati tre mesi. Il generale David H. Petraeus, l’uomo incaricato di condurre alla vittoria, ammette che i progressi sono stati modesti, e in alcuni casi ci sono stati dei rovinosi fallimenti. Mixed results, li chiama. La logica suggerirebbe di usare altri termini, ma non e’ questo il punto.

Finora l’aumento delle truppe non ha modificato significativamente la situazione – previsione che qualunque persona neppure competente ma solo dotata di ragione poteva elaborare. Almeno se si guardano i dati disaggregati. Se pero’ si ispeziona meglio i numeri a nostra disposizione emergono delle imbarazzanti verita’. E parlare di mixed risults appare evidentemente fuori luogo.

Non ci riferiamo al fatto che proprio recentemente sono stati “battuti” quasi tutti i “record”: numero di attentati in un solo giorno, numero di morti in un solo giorno, numero di morti in una sola settimana, e numero di morti in un solo mese. Numeri che da soli rendono totalmente inadeguata la formula mixed results. Parliamo del fatto che tra gli obiettivi raggiunti, i generali americani citano la riduzione degli omicidi settari, mentre ammettono una crescita degli attentati suicidi.

In altre parole, sempre che vi sia un rapporto di causalita’ (come purtroppo sappiamo troppo bene, tanto nella carta stampata quanto nelle sedi decisionali, spesso non c’è molta familiarità con le metodologie delle scienze sociali), l’aumento delle truppe americane ha forse rallentato la guerra civile irachena, ma nulla ha potuto contro il terrorismo. La nota e’ particolarmente rilevante, almeno per due motivi. In primo luogo l’Amministrazione americana ha sempre evitato di parlare di guerra civile. In secondo luogo, l’aumento delle truppe americane era volto a combattere il terrorismo. Ora scopriamo che le truppe americane non combattono il terrorismo e invece sono intrappolate in una guerra civile che l’Amministrazione continua a negare. Mixed results.

Poco male, si dira’. No, invece. In questo caso ci sono morti che valgono di piu’ e morti che valgono di meno. Perche’ se la presunzione di poter sconfiggere il terrorismo e’ folle (il terrorismo e’ una tattica, non e’ un movimento. E’ come pretendere di sconfiggere l’uso dei carri armati), ma almeno ha una sua logica politica, il finire intrappolati in una devastante guerra etnico-religiosa e’ quanto di peggio ci si potesse augurare, oltre che proprio la ragione per cui tanti, da tempo, chiedevano un cambio di strategia. Le guerre civili, infatti, tendono ad essere tremendamente lunghe, sanguinose e senza vie di uscita. In altre parole, gli Stati Uniti possono rimanere tranquillamente convinti di cambiare le sorti dell’Iraq: ma in presenza di una guerra civile, la verita’ e’ che subiranno dei costi altissimi senza apportare alcun vantaggio, tanto a loro stessi che ai civili iracheni.

Qualcuno puo’ continuare a sostenere che l’Iraq sia il banco di prova contro il terrorismo jihadista, e quindi per questo motivo non debba essere abbandonato. Leggendo le parole di Petraeus non si puo’ evitare di riflettere profondamente: “Non penso che si possa mai riuscire ad eliminare tutte le autobombe […]. Al massimo si puo’ tentare di evitare che producano danni orripilanti”. Abbastanza in contraddizione con quanto il Presidente Bush continua a ribadire: gli USA non se ne andranno dall’Iraq fin quanto il terrorismo non sara’ completamente debellato.

In conclusione, si era andati in Iraq per evitare che il Paese si dotasse di armi di distruzione di massa. Non trovate le armi di distruzione di massa, si spiego’ che bisognava rimanere per far maturare la democrazia. Non maturata la democrazia, bisognava tenere duro per sconfiggere il terrorismo. Adesso non si combatte neppure piu’ il terrorismo, e si e’ intrappolati in una guerra civile. A questo punto, sembre di sentire le parole di Pericle nella sua Orazioe Funebre per convincere gli ateniesi a mantenere la rotta: “creare questo impero può essere stato un errore, ma a questo punto, abbandonarlo è certamente pericoloso”. Sappiamo come sono finite le glorie di Atene.

Piu’ l’impegno iracheno viene protratto, piu’ la storia sembra ripetersi. E il che ha un qualcosa di abbastanza paradossale, almeno se si pensa che una delle giustificazioni spesso offerte per rimanere in Iraq e’ proprio il classico ritornello “la storia ci ha insegnato…”.

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