Scala mobile fiscale

di Mario Seminerio

Dall’epoca dei tagli fiscali di Ronald Reagan, nel 1981, negli Stati Uniti gli scaglioni di reddito imponibile sono stati aggiustati per l’inflazione: una storica vittoria a favore della crescita. Ma i capital gains, gli incrementi di valore delle attività patrimoniali, continuano a soffrire della tassa da inflazione, che genera entrate aggiuntive per lo stato ma riduce il valore del possesso di lungo periodo degli attivi. Questa situazione risale al 1913, quando il Tesoro statunitense decise di definire il termine “costo” nel Tax Code in termini di prezzo storico, piuttosto che di valore corrente. Le tasse sui capital gains sono dovute ogni qualvolta un’attività rende un guadagno nominale, anche se l’investimento è perdente in termini reali. Quindi, un investitore che avesse acquistato un’azione per 10 dollari nel 1956, e la rivendesse oggi per 20 dollari pagherebbe, per la legislazione fiscale statunitense, una tassa sul capital gains del 15 per cento, anche se al netto dell’inflazione cumulata in cinquant’anni l’investimento ha perso valore.  

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