L’ISG Report: istruzioni di lettura

di Andrea Gilli

Mercoledì il famigerato Iraq Study Group pubblicherà il rapporto nel quale verranno elucidati i suoi consigli sulla conduzione della politica estera americana, almeno dei prossimi due anni.

Data la generale approssimazione e tendenziosità che la stampa italiana tende a mostrare in queste occasioni, conviene chiarire alcuni punti in anticipo, sia per capire quanto effettivamente vi si dirà, sia per capire quali saranno i suoi effetti.

Innanzitutto, per quanto il rapporto possa essere critico (un’opzione molto verosimile), l’ISG non dirà esplicitamente che gli Stati Uniti hanno condotto una politica estera sbagliata. Questa prima puntualizzazione è necessaria per almeno tre motivi. In primo luogo, perchè il documento vuole contribuire a correggere gli eventuali errori pregressi e migliorare la politica estera di Washington, non vuole essere uno strumento di latenti vendette private o di partito. In secondo luogo perchè, proprio per questo motivo, il documento ambisce ad influenzare se non proprio ad essere adottato dall’amministrazione americana – e non, invece, ad essere pronto per i ripostigli. In terzo luogo, perchè a differenza dell’Italia, dove tanto gli atti degli organi giudiziari quanto di alcuni organi del parlamento (vedi talune commissioni particolarmente zelanti), gli Stati Uniti sono un Paese profondamente pragmatico dove la soluzione dei problemi è anteposta ad ogni altra logica. E quindi il documento mirerà sostanzialmente ad individuare i principali problemi del corso americano e di conseguenza a suggerire dei correttivi.

Quasi sicuramente, sui giornali di giovedì verranno pubblicate analisi bizzarre. Da una parte ci saranno coloro per i quali l’ISG dà ragione a Bush (magari perchè sostiene l’importanza di “espandere la democrazia”), e dall’altra ci sarnno coloro che, più critici, arriveranno a suggerire la “bocciatura della politica Bushiana da parte dell’ISG” (per via, magari, del semplice riconoscimento della drammaticità della situazione irachena). E’ allora opportuno ripetere che l’ISG non pretende di bocciare nessuno. E soprattutto è difficile che possa screditare in pochi anni tutta una politica estera visto che essa, per quanto criticabile, ha comunque portato, in alcuni campi, a risultati invidiabili (dall’accordo con la Libia alle cooperazioni con India e Vietnam, dal rafforzamento dei legami con l’Australia ad accordi multilaterali quali quello sui siti nucleari sovietici, etc.).

Lo studio è stato intrapreso per evitare che lo studente perda l’anno: nei commenti a margine, di conseguenza, non si potrà far a meno di sottolineare le doti mostrate dall’allievo e le sue possibilità di recupero. Ciò che più conta, però, è l’importanza che lo studio dell’ISG assurgerà nel medio termine. In altre parole, quanto la politica estera di Washington verrà modificata dalle proposte formulate dal gruppo presieduto da Baker ed Hamilton. Anche in questo caso conviene essere pronti alle interpretazioni più strampalate della stampa. Il punto è che, verosimilmente, la politica estera americana non cambierà di molto. O meglio: non è mai cambiata. Si basa sempre sul solito obiettivo: servire gli interessi nazionali. Nazionali, non globali. Nessun Paese fa beneficienza. Men che meno quando esso si assume direttamente i costi (i soldati morti in primo luogo).

Ciò che è cambiata è la concezione non tanto di quali siano questi interessi nazionali ma piuttosto del metodo migliore per servirli. Di fronte ai crescenti problemi in Iraq e ad un sistema internazionale che ha più volte dato segno di volersi ribellare alle pretese egemoniche di Washington, è diventato ormai palese come una politica eccessivamente unilaterale rischi solamente, in fin dei conti, di indebolire gli Stati Uniti. Perchè su una cosa in pochi si trovano in disaccordo: la più grande minaccia all’America non viene nè dal terrorismo, nè dall’Iran, nè dalla Corea del Nord, ma dalla sua (in)capacità futura di influire sui destini del mondo. Se questa capacità viene o verrà dilapidata, non solo l’America pagherà tremendamente la sua scelta, ma con essa anche il resto del globo che quasi certamente sprofonderà nella crisi. L’ISG, pertanto, darà dei brevi consigli sul come adattare la politica estera di Washington al nuovo scenario internazionale.

Magari qualche opinionista potrebbe arrivare a vedere questo rapporto come l’atto con il quale Bush viene “deposto”. Qualcun altro, analogamnte, potrebbe rimanere invece disgustato dal suggerimento di trattare con Iran e Siria (a proposito, prima di leggere eventuali critiche moralistiche, è opportuno sottolineare come le alleanze con Pachistan, Azerbaijian, Kazakhistan, Vietnam – tanto per citarne alcune – non abbiano creato alcun disappunto).

Il punto centrale però è uno: la politica estera serve gli interessi nazionali. Non quelli degli altri. Questo sarà il messaggio centrale del rapporto. Se certe politiche non servono, o, addirittura, rischiano di minare i propri interessi, è necessario abbandonarle. Si chiama pragmatismo: la dote su cui è stata costruita la più longeva democrazia del mondo, appunto gli Stati Uniti.

Leggendo il rapporto bisognerà tenere a mente queste riflessioni. E soprattutto quanto uno dei più importanti segretari di Stato che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, John Quincy Adams affermò, con tanta lungimiranza, quasi duecento anni fa:

America does not go abroad in search of monsters to destroy. She is the well-wisher to the freedom and independence of all. She is the champion and vindicator only of her own.

L’America serve i suoi interessi, nella maniera più efficace possibile: adattando la sua politica alle situazioni, alle circostanze,… e anche ai suoi errori.

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