Un mercato legale di organi: risolvere il problema dell’eccesso di domanda incentivando l’offerta

di Pierangelo De Pace 

Nel 1984, attraverso l’approvazione del National Organ Transplantation Act, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha reso illegale la pratica di ricevere denaro o beni di valore in cambio di organi, i quali possono quindi essere solo ed esclusivamente donati da vivi, se il trapianto non pone pregiudizio per la vita del donatore; o da defunti, nel caso tale volontà sia stata manifestata apertamente prima della morte o per decisione dei familiari più stretti. Da qualche mese a questa parte, tuttavia, la proposta di legalizzare un vero e proprio mercato di organi destinati ad essere trapiantati, con tanto di pagamenti monetari, sembra essere tornata di stretta attualità.

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Quel vecchio errore neoconservatore

di Daniele G. Sfregola

In un arco temporale relativamente breve – otto mesi, all’incirca – il vento politico all’interno dell’amministrazione Bush ha cambiato direzione. Le enormi difficoltà incontrate nell’operazione di State building in Iraq, le crisi nucleari iraniana e nordcoreana, l’impotenza dinanzi all’offensiva diplomatica russa in Asia Centrale e cinese in Africa, la “ribellione” dell’establishment militare americano a Donald Rumsfeld, la sconfitta alle elezioni di mid-term e le dimissioni del segretario alla Difesa, hanno progressivamente eroso il rimanente capitale di credibilità interna del pensiero neoconservatore e dei suoi epigoni. Non si spiegherebbe la corsa a riparare le falle dell’anatra zoppa che risiede alla Casa Bianca, consapevole di doversi piegare ad una diarchia de facto con i democratici nella gestione della politica estera per i prossimi ventiquattro mesi.

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Un fisco per la crescita

di Mario Seminerio 

La maggior parte delle analisi di politica economica si basano su quelle che gli economisti chiamano “assunzioni statiche”. In altri termini, il sentiero futuro di variabili macroeconomiche quali stock di capitale e prodotto interno lordo è assunto invariante, indipendentemente dalle scelte di politica fiscale. Questo approccio non è realistico, ma ha rappresentato la tradizione dell’analisi fiscale soprattutto perché risulta semplice e conveniente. Nel budget per il 2007, il presidente Bush ha richiesto allo staff del Tesoro di sviluppare un’analisi dinamica della politica fiscale, utilizzando un modello che non considera gli effetti di breve periodo della tassazione sul ciclo economico, ma che si focalizza invece sugli effetti di lungo periodo sulla crescita economica, in termini di incentivi a lavorare, investire, risparmiare ed allocare capitale tra impieghi alternativi. Il rapporto del Tesoro descrive ciò che accadrebbe all’economia statunitense se gli sgravi fiscali degli ultimi anni venissero resi permanenti, confrontandoli con lo scenario alternativo del ripristino delle aliquote in vigore fino al 2000. Specificamente, il rapporto analizza gli effetti di minori tasse su dividendi e capital gains e quelli di minori imposte sul reddito.

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Aiuti allo sviluppo: una mano ai poveri del mondo o uno spreco di soldi?

di Antonio Mele

Gli aiuti allo sviluppo sono una importante componente delle politiche per aiutare i paesi poveri a migliorare la loro performace di crescita. Esiste un numero elevato di contributi sia teorici che empirici che tenta di comprendere gli effetti degli aiuti sui paesi del Terzo Mondo. In quanto segue cercheró di fare il punto della situazione, senza l’ambizione di essere esaustivo.
In particolare, cercheró di rispondere a quattro domande. Primo, gli aiuti sono efficaci per lo sviluppo? Secondo, ci sono delle inefficienze nelle istituzioni che erogano questi aiuti tali da influenzarne l’efficacia? Terzo, i paesi che ricevono questi aiuti creano le condizioni per renderli efficaci? Quarto, i paesi donanti erogano gli aiuti nella maniera corretta? Infine, suggeriró una chiave di interpretazione.

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L’Italia tra l’Iran e il Libano

di Andrea Gilli 

Sembra quasi uno scherzo del destino: siamo andati in Libano per cercare di entrare nel gruppo che dialoga con l’Iran. Venerdì scorso l’Iran ha dichiarato di essere favorevole ad un epilogo del genere, ma proprio mentre ciò accadeva, il Libano piombava nuovamente nell’instabilità. Instabilità che mette seriamente a rischio la nostra missione e di conseguenza anche le nostre possibilità di far parte della delegazione di cui sopra.
Facciamo qualche passo indietro per riepilogare la vicenda.

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E’ rosso, ma Trenitalia va

di Paolo Asoni

Moretti (1) ha lanciato l’allarme: “Trenitalia fallirà se non si corre ai ripari”.

Ogni volta che sento di possibili fallimenti non penso mai alle ferrovie. Sono servizi primari che non dovrebbero mai avere problemi, se ben amministrati. Le persone prendono il treno giornalmente, i vagoni sono quasi sempre utilizzati al massimo della loro capacità, le comodità all’interno non sono superflue. Trenitalia è poi l’unico operatore su vaste aree del territorio italiano.

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IDEAZIONE: due saggi di Gilli e Sfregola

E’ in edicola il nuovo numero di Ideazione, intitolato La buona educazione. All’interno, accanto agli interventi autorevoli dei professori Francesco Forte, Giuseppe Pennisi e Vittorio Mathieu, all’approfondimento sulla realtà politica tedesca del direttore Pierluigi Mennitti e ad una ricostruzione storica sul marxismo e l’Unione Sovietica firmata dall’ambasciatore Alberto Indelicato, numerosi altri contributi. Tra questi segnaliamo due saggi in particolare.

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Friedman: un grande intellettuale

di Andrea Asoni

Milton Friedman è stato uno degli intellettuali più influenti e importanti del 20mo secolo. La sua attività di pensatore, come ricordato oggi da molti suoi colleghi, non si è limitata solo al campo economico, a cui ha apportato fondamentali cambiamenti e innovazioni, ma si è allargata fino alla politica, alla divulgazione scientifica e a riflessioni più ampie sull’individuo e sulla società in cui viviamo.

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Tasse e lavoro: la differenza tra USA ed Europa

di Pierangelo De Pace 

Una delle principali differenze tra l’economia europea e l’economia americana risiede nel fatto che gli europei (occidentali) tendono generalmente a lavorare meno degli americani. Gli Stati Uniti devono dunque in larga parte la propria ricchezza e la propria supremazia in termini economici rispetto ai cittadini del Vecchio Continente a questo importante aspetto che, molto spesso, viene spiegato attraverso la presunta esistenza di differenze culturali che spingono gli statunitensi a voler consumare di più (e quindi a cercare di produrre, oltre che ad importare, in misura maggiore) e gli europei a godere maggiormente di tempo libero.

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