Euro, opportunità per le riforme

di Mario Seminerio 

Un interessante paper di Bruegel, il think tank di Bruxelles presieduto da Mario Monti, che ha per finalità istituzionale quella di contribuire alla qualità del policymaking economico europeo, offre interessanti prescrizioni liberiste per il nostro paese e dimostra che la moneta unica, pur con gli evidenti limiti costituiti dalla subottimalità dell’area valutaria europea, può rappresentare un’opportunità di crescita e liberalizzazione.

L’esperienza dei primi sette anni di moneta unica dimostra che l’adesione all’euro ha dei benefici, ma che questi benefici non sono gratuiti. Essere parte di un’unione monetaria richiede disciplina, e la perdita del tasso di cambio quale strumento per gestire gli shock economici può essere costoso. Entro l’Area Euro, membri come l’Irlanda stanno prosperando mentre altri crescono molto debolmente e dovranno affrontare dolorosi aggiustamenti in un futuro molto prossimo. Dal 1999, Irlanda e Portogallo hanno sperimentato un marcato apprezzamento del tasso di cambio reale, ma con differenze molto diverse per la crescita dell’export. Mentre in Germania e Francia vi è stato un deprezzamento del cambio in termini reali, ma solo l’export tedesco ne ha beneficiato. La discussione di politica economica si è finora quasi esclusivamente focalizzata sull’implementazione del Patto di Stabilità e Crescita, mentre non è stata data sufficiente attenzione alle divergenze di inflazione e crescita. A livello nazionale, è essenziale la flessibilità di prezzi e salari in risposta alle condizioni economiche, ed i governi devono evitare politiche fiscali che aggravino le divergenze.

Dal 1999 la crescita in Irlanda, Grecia e Spagna ha significativamente superato quella media dell’Area mentre Italia, Germania e Portogallo hanno sottoperformato. La forte crescita di Spagna e Grecia è stata guidata dalla robusta domanda domestica, mentre la loro performance sull’export è stata mediocre. La dispersione dei tassi di crescita tra i paesi dell’Area Euro non è particolarmente ampia, essendo simile a quella rilevata per gli Stati Uniti. A differenza di questi ultimi, tuttavia, si rileva che i differenziali di crescita europei sono persistenti, e le evidenze mostrano che è il tasso di crescita di trend a guidare questi differenziali, piuttosto che il fatto che i paesi dell’area si trovino in fasi differenti del ciclo economico, vista la forte sincronizzazione dei cicli nell’Area Euro. Si rileva anche una bassa dispersione dei tassi d’inflazione, ma il risultato di prolungate differenze nei tassi d’inflazione è rappresentato da considerevoli variazioni nei tassi di cambio reale. Questi differenziali inflazionistici riflettono in larga misura fattori domestici, particolarmente la crescita di salari e retribuzioni, e sono più elevati nel settore dei beni non commerciabili internazionalmente.

In linea generale, i paesi con la maggiore crescita nella domanda domestica sono anche quelli che hanno registrato i maggiori tassi d’inflazione, con l’esclusione del Portogallo. I cambiamenti di competitività risultanti da questi movimenti nei tassi di cambio reale (cioè dal cambio nominale, che è unico per tutti i paesi dell’Area, depurato del tasso d’inflazione, che è invece specifico ai singoli paesi ed alla loro struttura economica) sembrano aver giocato un ruolo nel provocare forti variazioni nei saldi della partite correnti in molti paesi. Portogallo e Spagna si trovano ora a gestire forti deficit delle partite correnti, mentre la Germania registra ampi surplus. Occorre sottolineare che differenziali di inflazione e crescita non sono di per sé indesiderabili o meno: ciò che conta è la natura degli shock che causano tali differenziali. Per dimostrare questa tesi, consideriamo i due paesi dell’Area con il più elevato tasso d’inflazione: Portogallo e Irlanda. Nella seconda, l’apprezzamento del cambio reale è stato compensato da forti incrementi di produttività e da avanzamenti nella catena del valore nel settore dei tradeable goods, cioè dei beni scambiabili sui mercati internazionali. Come risultato, la competitività irlandese non ne ha sofferto, come dimostra il brillante andamento delle sue esportazioni. Per contro, il Portogallo ha subito un forte deterioramento di competitività in conseguenza di un elevato tasso d’inflazione non accompagnato da recuperi di produttività. L’effimero boom portoghese successivo all’entrata nell’Unione monetaria è stato in larga misura frutto del crollo dei tassi d’interesse reali (conseguenza della convergenza verso l’Euro), pari a sei punti percentuali, che ha stimolato la domanda interna e segnatamente il settore delle costruzioni. Una politica di bilancio pubblico fortemente espansiva, in assenza di liberalizzazioni sostanziali dei mercati, ha poi accentuato il surriscaldamento e la perdita di competitività. Il caso italiano appare molto simile a quello portoghese: forte deterioramento delle quote di mercato all’export, insufficiente crescita della produttività, a cui si aggiunge una rilevante debolezza nella domanda interna di consumi. Il nostro paese ha sofferto della concorrenza diretta della Cina e degli altri mercati emergenti specializzati in produzioni basso costo. L’aggiustamento allo shock esterno rappresentato dalla concorrenza asiatica avrebbe richiesto, in regime di cambio irrevocabilmente fisso quale è l’euro, un prolungato periodo di costi unitari del lavoro inferiori alla media dell’area Euro e forti incrementi di produttività nel breve periodo e, nel più lungo periodo, spostamenti verso settori produttivi a maggiore valore aggiunto.

All’estremo opposto dello spettro si colloca la Germania, dove un persistente eccesso di capacità produttiva, causato dalla debolezza della domanda domestica, ha contribuito a tenere l’inflazione al di sotto della media dell’Area Euro. Gli effetti di questa situazione sono due, di segno opposto: in presenza di un cambio fisso, la minore inflazione si traduce in tassi d’interesse reali (ex post) più elevati, che deprimono la domanda interna (e l’inflazione); tuttavia, la minore inflazione consente di attivare il canale dell’aggiustamento esterno, grazie alla maggiore competitività degli esportatori. Si tratta comunque di un aggiustamento lento, doloroso e subottimale, perché impedisce lo sviluppo dell’economia “full cylinders”, come dicono gli anglosassoni, cioè la crescita basata simultaneamente su domanda interna ed estera.

Quali sono le implicazioni di politica economica derivanti da queste situazioni? A livello aggregato, se un paese sperimenta disinflazione o deflazione, esso contribuirà a ridurre il tasso medio d’inflazione dell’area, inducendo la Banca Centrale Europea a gestire una politica monetaria tendenzialmente più espansiva del dovuto; e questo provocherà il surriscaldamento dell’economia di altri paesi, tipicamente attraverso il canale della domanda interna in generale e del settore delle costruzioni in particolare, alimentando pressioni inflazionistiche, dirette ed indirette. A livello nazionale, non vi sono alternative ad un lento e doloroso processo di aggiustamento strutturale. L’unico intervento praticabile, in questi contesti, deve essere quello della “riduzione del danno”, cioè non aggravare lo squilibrio preesistente. Manovra che si raggiunge attraverso la moderazione salariale e l’accresciuta competizione nei mercati dei beni e dei servizi. Per ottenere questa “deflazione buona”, occorre quindi ristrutturare il sistema della contrattazione collettiva, rafforzando il legame tra retribuzione e produttività. A livello contrattuale, ciò equivale a ridurre il peso della contrattazione nazionale nella determinazione della struttura retributiva, a vantaggio di contratti settoriali e territoriali, e dell’incidenza della componente retributiva variabile su quella fissa. Al contempo, occorre liberalizzare il mercato dei cosiddetti non-tradeable goods, cioè dei beni e servizi non commerciabili internazionalmente. Essenzialmente, ciò equivale a rimuovere le condizioni di ostacolo alla competitività e di rendita di posizione rappresentate da interessi settoriali e corporativi (ordini professionali, reti di distribuzione nelle utilities).

L’euro rappresenta un’area valutaria subottimale, questo appare un dato acquisito. Ma rappresenta, per un paese come il nostro, anche un’opportunità per promuovere ampie e profonde liberalizzazioni, finalizzate a recuperare competitività. Per questo noi non siamo tra quanti demonizzano aprioristicamente la moneta unica europea, pur non considerandola un totem, come fanno invece molti europeisti compulsivi di casa nostra, spesso per motivazioni extra-economiche.

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3 Comments

  1. Ho letto con interesse questo articolo molto ben scritto. Tuttavia, mi pare che l’euro non possa essere considerato una opportunità per le riforme. Ritengo infatti che sia vero il contrario. E ciò in base a una constatazione e a una riflessione. La constatazione: da quando l’Italia è nell’euro il rischio di un crollo del cambio, dell’aumento del tasso di interesse, di importare inflazione e di un default sui titoli di stato si è considerevolmente ridotto. Liberati dall’azione di freno esercitata dai mercati internazionali, gli italiani hanno ripreso con i vecchi vizi, ben noti nei decenni precedenti all’introduzione della nuova moneta (ipertrofia dell’apparato pubblico, elevata spesa pubblica, elevati disavanzi, aumenti salariali non commisurati alla produttività, ecc.). Lo scudo dell’euro ci ha quindi permesso di rinviare ancora le riforme necessarie (innalzamento dell’età pensionabile, riforma del sistema sanitario e scolastico, diminuzione dei costi della pubblica amministrazione). Senza tale scudo saremmo stati obbligati dal rischio default a realizzare già negli anni passati tali riforme.
    La riflessione: senz’altro la perdita di competitività porterà al fallimento di tantissime imprese e a una riduzione del PIL italiano (il cui potenziale, anche per fattori demografici, è comunque previsto in diminuzione a partire dal 2015). Se l’Italia sarà fortunata diventerà una sorta di Florida d’Europa, o, in termini meno idilliaci, una sorta di grande ospizio dove il lavoro più comune sarà non il tecnico di computer ma il portiere d’albergo. Ma tutto ciò avverrà in un periodo di tempo relativamente lungo, senz’altro non inferiore a un decennio. Ecco allora che la pavida classe politica e l’anziana popolazione italiana tenderanno a rimandare le riforme necessarie e far riconquistare alle imprese la perduta competitività. Invece, in assenza dell’euro, i mercati decreterebbero il crollo del cambio della lira e l’aumento dei tassi di interesse: sull’Italia si staglierebbe la funesta prospettiva di uno stato non in grado di pagare gli interessi sui BOT. E tutto ciò avverrebbe non in un decennio, ma in poche settimane (se fossimo fuori dall’euro probabilmente potrebbe avvenire già entro l’anno in corso). Ecco allora che saremmo costretti a fare le riforme necessarie. E così salveremmo il nostro futuro. Purtroppo, in Italia, si prendono decisioni soltanto sull’onda dell’emergenza e l’appartenenza all’euro ci permette di rinviarle. Intanto la situazione delle imprese si aggrava.
    Non riesco quindi a capire come l’euro possa essere considerato una opportunità per le riforme.
    Spero di sbagliarmi e che nella vostra risposta potrete portare argomentazioni che mi convincano del mio errore.
    Grazie per l’attenzione,
    Steve

  2. Salve Steve,

    sono d’accordo circa la miopia della classe politica italiana, che sta causando danni forse irreparabili alle prossime generazioni, molte delle quali non stanno ancora votando. Ma non sono d’accordo circa la sua tesi: l’euro non è una terapia palliativa, che copre i sintomi, è una costruzione viva e funzionante che si basa sull’asset più importante per i mercati finanziari: la credibilità.
    Quella stessa credibilità che, per il nostro paese, appare oggi in un trend pericolosamente declinante. E’ possibile che gli indicatori di pericolo, quali lo spread tra titoli pubblici decennali italiani e tedeschi, restino pressoché invariati anche in presenza dell’accumulazione di segnali negativi. Ma ad un certo momento, per un qualsivoglia catalizzatore esterno, l’equilibrio si rompe, ed occorre correre ai ripari, pena esiti argentini per il nostro paese.

    Ora, il punto è che misure di politica economica che non riescano a liberalizzare i mercati e le professioni, oltre al significativo aumento della pressione fiscale previsto dalla manovra finanziaria, rischiano di determinare solo un ulteriore forte rallentamento della congiuntura del paese, e da ultimo precipitarlo verso una manifesta crisi fiscale.

    Confidiamo che la ragione prevalga.

  3. Grazie per la risposta. Sì, la nostra classe politica (tutta, purtroppo) sta causando danni a chi non ha ancora l’età per votare e forse anche a chi deve ancora nascere. Ma forse sarebbe troppo chiedere a chi si presenta oggi alle elezioni di fare gli interessi di chi nascerà tra cinquant’annni: molto, troppo più facile lasciar andare in pensione chi è nato soltanto cinquant’anni fa.
    Quanto all’euro, non ho detto che è una terapia palliativa: non penso infatti che sia una terapia. Penso che costituisca, almeno per ora, uno scudo che permette di rinviare riforme che senza l’euro non potrebbero essere rinviate. Credo anch’io che l’equilibrio si romperà all’improvviso; tuttavia penso che sarebbe meglio non permettere ai fattori negativi di accumularsi perché poi salvare questo povero paese sarà più difficile. Ciò che permette a tali fattori di accumularsi senza che mercati e opinione pubblica percepiscano la gravità della situazione è proprio l’euro.
    Steve

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