<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Epistemes.org &#187; Mauro Gilli</title>
	<atom:link href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://epistemes.org</link>
	<description>Studi economici e politici</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Mar 2010 07:15:23 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=abc</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<atom:link rel='hub' href='http://epistemes.org/?pushpress=hub'/>
<cloud domain='epistemes.org' port='80' path='/?rsscloud=notify' registerProcedure='' protocol='http-post' />
		<item>
		<title>Le implicazioni per la politica estera americana del voto in Massachusetts</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/01/20/le-implicazioni-per-la-politica-estera-americana-del-voto-in-massachusets/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2010/01/20/le-implicazioni-per-la-politica-estera-americana-del-voto-in-massachusets/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 09:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=2142</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
I risultati delle elezioni in Massachusetts per il seggio di Ted Kennedy hanno portato ad un imprevedibile e largamente inaspettato risultato: la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown. Un destino baro per Kennedy. Alfiere della riforma sanitaria per tutta la sua carriera politica, proprio la sua morte, avvenuta alcuni mesi fa, potrebbe aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>I risultati delle elezioni in Massachusetts per il seggio di Ted Kennedy hanno portato ad un imprevedibile e largamente inaspettato risultato: la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown. Un destino baro per Kennedy. Alfiere della riforma sanitaria per tutta la sua carriera politica, proprio la sua morte, avvenuta alcuni mesi fa, potrebbe aver impedito a questa riforma epocale di venire portata avanti così come i democratici la vorrebbero.</p>
<p><strong>Perdendo in Massachusetts, come tutti i mezzi di informazione stanno ribadendo, i Democratici hanno infatti perso la maggioranza a prova di &#8220;<em>filibustering</em>&#8221; che li proteggeva dall&#8217;opposizione repubblicana al Senato. Non vogliamo però concentrarci su questi dettagli, quanto piuttosto allargare la discussione a quali potrebbero essere le implicazioni di questa elezione per la politica estera americana.</strong></p>
<p><span id="more-2142"></span></p>
<p><strong>Guns vs Butter?</strong><br />
Crediamo infatti che l&#8217;effetto delle elezioni in Massachusetts sia particolarmente importante proprio su questo fronte. Alcuni mesi fa, <strong>Charles Krauthammer</strong> si impegnò in un lungo attacco alla politica estera di Obama, affermando che <a href="http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/056lfnpr.asp">&#8220;il declino è una scelta&#8221;</a>. Quell&#8217;articolo era viziato da vizi di sostanza, e salti logici &#8211; che su <em><a href="http://epistemes.org/2009/10/14/il-declino-usa-e-i-menestrelli-anti-obama/">Epistemes</a></em> avevamo allora illustrato. Uno di questi problemi si trovava nell&#8217;accusa fatta da Krauthammer all&#8217;amministrazione di sottrarre risorse al settore militare per lanciare il piano di assicurazione sanitaria nazionale. In altre parole, nella scelta &#8220;<em>guns vs. butter</em>&#8220;, gli Stati Uniti andavano verso il secondo proprio quanto &#8211; secondo l&#8217;opinionista del Washington Post &#8211; avrebbero dovuto optare per il primo. Inoltre, scriveva ancora, questa scelta avrebbe causato un aumento del debito, e quindi un futuro peggioramento del tasso di cambio, così creando eventuali ulteriori ostacoli alla mobilizzazione di risorse per la difesa.</p>
<p>Ciò che Krauthammer aveva scritto è teoricamente corretto. Il problema, però, è che la scelta &#8220;guns versus butter&#8221; non è un vero e proprio trade-off intra-temporale, ma piuttosto uno inter-temporale, visto che le guerre si finanziano generalmente con il ricorso al debito (si veda questo recente lavoro di <a href="http://politics.as.nyu.edu/docs/IO/5395/wealth2.pdf">Scheve e Staavage</a> e anche quelli più datati, ma non meno importanti di <a href="http://www.jstor.org/pss/1956009">Domke et al.</a> e di <a href="http://www.jstor.org/pss/1962498">Chan</a>). Inoltre, per via del particolare sistema finanziario internazionale, gli Stati Uniti hanno una capacità privilegiata di ricorrere al credito a tassi agevolati (si veda il saggio di <a href="http://www.amazon.com/Colossus-Americas-Empire-Niall-Ferguson/dp/1594200130">Fergusson</a> e anche quello di <a href="http://www.amazon.com/Financial-Statecraft-Relations-Brookings-Institution/dp/0300138415/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959338&amp;sr=1-1">Steil e Litanì</a>). Dunque, ai problemi che Krauthammer identificava, per quanto esistenti, non può essere attribuita la portata che egli assegna loro.</p>
<p><strong>Ricchezza e Potere Militare</strong><br />
Piuttosto, la riforma sanitaria così come altre eventuali riforme del welfare state negli Stati Uniti avrebbero avuto &#8211; a nostro giudizio &#8211; un altro, possibilmente più importante effetto. Stiamo parlando di come avrebbe influenzato gli incentivi al lavoro della popolazione americana. Così come all&#8217;inizio dell&#8217;età moderna (si vedano per esempio i lavori di <a href="http://www.amazon.com/Change-World-Politics-Robert-Gilpin/dp/0521240182">Gilpin</a>, <a href="http://www.amazon.com/Pursuit-Power-Technology-Society-D/dp/1597402907/ref=sr_1_fkmr0_1?ie=UTF8&amp;qid=1263959654&amp;sr=1-1-fkmr0">McNeill</a>, <a href="http://www.amazon.com/Rise-Western-World-Economic-History/dp/0521290996/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959007&amp;sr=1-1">North e Thomas</a>, e <a href="http://www.amazon.com/Sovereign-State-Its-Competitors/dp/0691029105/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959610&amp;sr=1-1">Spruyt</a>), per via della globalizzazione dell&#8217;economia, e i vincoli che essa impone agli stati (<a href="http://www.amazon.com/Retreat-State-Diffusion-Cambridge-International/dp/0521564409/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959777&amp;sr=1-1">Strange</a>), il fattore determinante in politica internazionale diventa la capacità degli stati di promuovere e mantenere un alto livello di produttività e quindi di crescita economica (Gilpin). In questo modo, infatti, un paese si può garantire le risorse necessarie ad acquistare i &#8220;fattori di produzione della guerra&#8221;: gli uomini, e le macchine. Per i paesi &#8211; come gli Stati Uniti &#8211; che hanno abbandonato il servizio militare obbligatorio, è infatti necessario pagare stipendi competitivi e offrire benefits considerevoli per attrarre i giovani nella carriera militare. Analogamente, per poter disporre di armi tecnologicamente sofisticate e avanzate, gli stati hanno bisogno di laute risorse, così da poter sostenere la ricerca tecnologica alla base dei mezzi progettati, il loro acquisto e la loro manutenzione.</p>
<p>Tutte queste &#8220;necessità&#8221; potrebbero essere messe in forse da una riforma estesa del sistema sanitario nazionale americano e più in generale da un eventuale allargamento (che per ora è stato solo auspicato da <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/11/opinion/11krugman.html">alcuni</a>) del welfare state. Se il welfare state americano diventasse più simile a quello europeo, gli incentivi al lavoro verrebbero modificati sensibilmente. Ciò comporterebbe due significativi cambiamenti. In primo luogo, lavorando di meno, gli americani farebbero &#8220;avvicinare&#8221; (leggi: diminuire) la crescita economica americana ai livelli europei (si veda questo <a href="http://super-economy.blogspot.com/2010/01/dynamic-america-poor-europe.html">articolo</a> di un giovane studente di dottorato all&#8217;università di Chicago). E così, gli americani perderebbero buona parte della loro capacità di dotarsi del più forte esercito al mondo, avendo meno risorse a disposizione. Analogamente, cambiando gli incentivi interni al mondo del lavoro, molti giovani che oggi entrano nell&#8217;esercito, potrebbero avere dei ripensamenti se il beneficio marginale di arruolarsi nell&#8217;esercito diminuisse rispetto a quello di eventuali altre opzioni disponibili. (Relativamente a questi temi, si vedano i lavori di <strong>Cindy Williams</strong> e <strong>Curtis Gilroy</strong>, in partcolare i seguenti: <a href="http://www.amazon.com/Holding-Line-Defense-Alternatives-Century/dp/0262731401/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960630&amp;sr=8-1">1</a>, <a href="http://www.amazon.com/Filling-Ranks-Transforming-Military-International/dp/026273172X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960690&amp;sr=1-1">2</a>,  <a href="http://www.amazon.com/Service-Country-Transformation-Militaries-International/dp/0262572354/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960678&amp;sr=8-1">3</a>).</p>
<p><strong>Differenze tra America ed Europa</strong><br />
Gli americani lavorano più degli europei. Sono le maggiori ore di lavoro negli Stati Uniti che spiegano la maggiore crescita economica rispetto all&#8217;Europa (insieme ad altri fattori quali il maggiore afflusso di capitali esteri, il maggiore e più avanzato livello della ricerca tecnologica e la maggiore crescita della popolazione). Ma come mai gli americani lavorano più che gli europei? Non meno importante: come mai, malgrado le enormi possibilità che l&#8217;economia americana offre, tanti giovani americani si arruolano nell&#8217;esercito, correndo il rischio di morire in guerra?</p>
<p>Robert Kagan, in un famoso saggio <a href="http://www.hoover.org/publications/policyreview/3460246.html">&#8220;Power and Weakness&#8221;</a><em> </em>(e nel successivo pamphlet <a href="http://www.amazon.com/Paradise-Power-America-Europe-World/dp/1400040930"><em>Paradise and Power</em></a>) cercò di dare delle risposte a queste domande. Uno degli argomenti centrali del libro era che gli Europei, avendo preferito la comodità offerta dai loro sistemi di protezione sociale alla durezza del mondo hobbesiano che contraddistingue le relazioni tra gli stati hanno largamente abbandonato il loro interesse per gli affari internazionali. Secondo Kagan, gli europei erano entrati così nel loro &#8220;paradiso Kantiano&#8221;, un mondo &#8220;post-moderno&#8221; di pace e tranquillità. Kagan lasciava poi la risposta finale a queste domande ad una celebre, quanto non specificata affermazione:  la differenza tra europei e americani si troverebbe nel fatto che i primi vengono da Venere, mentre i secondi da Marte.</p>
<p>Crediamo che Kagan avesse largamente ragione, anche se non specificò in modo chiaro il meccanismo causale che spiegherebbe la differenza di approccio verso il mondo (gli americani lavorano di più degli europei) e verso la guerra (gli americani sono più favorevoli degli europei). A meno di non voler finire in tesi  pseudo etnocentriche, la teoria di Kagan rimane monca &#8211; anche se probabilmente corretta. L&#8217;anello mancante della teoria di Kagan &#8211; a nostro modo di vedere &#8211; è dato dagli incentivi che i due diversi sistemi politico-sociale-economico nelle due sponde dell&#8217;atlantico forniscono.</p>
<p>Veniamo alla prima domanda che abbiamo posto: come mai gli Americani lavorano più degli Europei? Gli Americani lavorano più degli Europei perché devono farlo, e basta. Gli alti tassi di immigrazione, sia di manodopera non qualificata (messicani e centroamericani, per esempio) che di manodopera altamente qualificata (ingegneri e medici indiani e cinesi, per esempio) rendono la competizione nel mercato del lavoro particolarmente serrata. In altre parole, i rapporti di forza non sono dalla parte dei lavoratori &#8211; come dimostra l&#8217;assai limitata rilevanza dei sindacati (con l&#8217;eccezione di alcuni settori protetti dalla competizione internazionale). In secondo luogo, la limitata presenza di forme di garanzie sociali promuove un approccio verso il mondo del lavoro che possiamo descrivere crudamente come &#8220;darwiniano&#8221;.  Così come poteva essere per i nostri nonni o bisnonni, negli Stati Uniti si deve lavorare sodo, specialmente nei settori più avanzati. Questi due fattori non sono sicuramente esaustivi: ve ne sono altri che spiegano le differenze tra Americani ed Europei, come ad esempio il livello di tassazione, la cultura, etc. In generale, però, questi due non giocano un ruolo secondario.</p>
<p>Veniamo ora alla seconda domanda. Come mai tanti giovani soldati entrano nell&#8217;esercito? La domanda non è meno difficile della prima. E anche in questo caso, vi è una molteplicità di fattori che <em>congiuntamente </em>produce questo risultato. E&#8217; inevitabile notare, però, che l&#8217;assenza di alcuni particolari tipi di servizi sociali giochi un ruolo importante nell&#8217;incentivare alcuni gruppi della popolazione ad entrare nell&#8217;esercito. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nell&#8217;esercito americano non entrano gli strati più disagiati della popolazione. I requisiti minimi di entrata (IQ prima di tutto) li tengono al di fuori. Non entrano però nemmeno quelli più privilegiati. Prevalentemente, chi si arruola nell&#8217;esercito appartiene alla classe media (anche se alla parte povera della classe media). Perché parlare di welfare state allora? Il welfare state è, per metterla in modo molto banale, una redistribuzione di ricchezza all&#8217;interno della classe media (si veda questo <a href="http://www.amazon.com/Cowboy-Capitalism-European-American-Reality/dp/1930865783/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263965455&amp;sr=8-1">lavoro</a> che compara il sistema europeo a quello americano. Per quanto metodologicamente non perfetto, fornisce alcuni dati utili e interessanti). Questo è sicuramente vero per i paesi europei. E la portata assai più limitata del sistema di servizi sociali forniti dal governo americano rispetto a quelli europei non è sicuramente irrilevante nella scelta di molti giovani di entrare nell&#8217;esercito (si veda questo <a href="http://www.nybooks.com/articles/21201 ">articolo sul New York Review of Boosk</a>. Sebbene non fornisca conclusioni generalizzabili, in quanto basato su un campione ristretto e selezionato, suggerisce alcune importanti riflessioni. Inoltre, le conclusioni che trae sono in linea con gli studi di Cindy Williams e Curtis Gilroy &#8211; il capo della sezione personale al Pentagono. Illustra, per esempio, come le borse di studio per pagare i costosi college americani e l&#8217;assicurazione sanitaria siano spesso molto importanti nell&#8217;influenzare la scelta di arruolarsi).</p>
<p><strong>Conclusioni</strong><br />
Come si collega tutto ciò all&#8217;elezione del Massachusetts? Come abbiamo visto, un cambiamento del sistema di welfare state potrebbe avere ricadute molto importanti per gli Stati Uniti. L&#8217;assicurazione sanitaria nazionale (tricare) offerta ai soldati gioca un ruolo molto importante sia nel convincere molti ad entrare nell&#8217;esercito (<em>enlistment</em>) che a convincerli a rimanere (<em>reenlistment</em>). Estendere la copertura sanitaria nazionale a tutti i cittadini (ovviamente, non verrebbe estesa a tutti, ma non è qui nostro interesse entrare nei dettagli della riforma proposta), avrebbe importanti implicazioni per gli Stati Uniti, e in particolare per la loro capacità di arruolare e mantenere un numero di soldati sufficientemente alto da poterli impegnare là dove necessario. Non meno importante, secondo alcuni, la riforma del sistema sanitario americano sarebbe solo il preludio per un più vasto ripensamento del welfare state.</p>
<p>Come abbiamo scritto, l&#8217;era unipolare sta volgendo al suo termine (qui: <a href="http://epistemes.org/wp-content//2008/06/the-post-american-world.pdf">1</a> e <a href="http://www.scribd.com/doc/24568554/Nato-at-Sixty">2</a>). Questo trend è indipendente dalle politiche americane, presenti e passate. La crescita della Cina, dell&#8217;India e del Brasile, ma anche della Russia e l&#8217;avanzamento del processo di integrazione europea pongono le basi per un mondo multipolare in futuro. Quando ciò avverrà, però, è impossibile da dire. Se la Cina cadesse vittima della sua politica economica, e dei disordini sociali dovessero seguire, il suo cammino verso lo status di superpotenza verrebbe bruscamente interrotto. Simili considerazioni possono essere fatte per tutti gli altri paesi, con forse l&#8217;unica eccezione dell&#8217;India.</p>
<p>Le scelte interne agli Stati Uniti possono accelerare o ritardare questo trend &#8211; <em>ceteris paribus</em>, si intende. In questo articolo abbiamo spiegato quali potrebbero essere gli effetti della riforma sanitaria e di una eventuale (e alquanto improbabile, al momento) riforma del welfare più in generale. E&#8217; per questo motivo che il risultato delle elezioni in Massachusetts è particolarmente importante. Perdendo la maggioranza a prova di filibustering, i Democratici non potranno più <em>get it alone. </em></p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2010/01/20/le-implicazioni-per-la-politica-estera-americana-del-voto-in-massachusets/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. |
<a href="http://epistemes.org/2010/01/20/le-implicazioni-per-la-politica-estera-americana-del-voto-in-massachusets/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ec/" title="View all posts in Economia" rel="category tag">Economia</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2010/01/20/le-implicazioni-per-la-politica-estera-americana-del-voto-in-massachusets/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, e la verità su Reagan</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 06:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1923</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da Ronald Reagan, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, illustriamo qui di seguito le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p><strong>Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino</strong>, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da <strong>Ronald Reagan</strong>, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, <strong>illustriamo qui di seguito le contraddizioni di quella che negli anni si è venuta rafforzando come una delle più diffuse interpretazioni della fine della Guerra Fredda</strong>.</p>
<p><span id="more-1923"></span><strong>Secondo questa interpretazione, la Guerra Fredda sarebbe finita infatti proprio grazie a Reagan</strong>. Secondo la vulgata l&#8217;ex attore di Hollywood, una volta arrivato alla Casa Bianca, avrebbe capito che l&#8217;URSS era in declino, e che stava fronteggiando grandi difficoltà economiche. Proprio per questo motivo, Reagan avrebbe dunque deciso di lanciare la corsa agli armamenti (le cosiddette &#8220;guerre stellari&#8221;, tra cui rientrava la <em>Strategic Defense Initiative</em>, il piano di difesa antimissilistico), per portare l&#8217;URSS in bancarotta. <strong>Costringendo Mosca ad aumentare l&#8217;allocazione di risorse al settore militare, Reagan avrebbe dunque sferrato il colpo definitivo alla già fiacca economia sovietica</strong>, che sarebbe poi crollata alcuni anni dopo.</p>
<p><strong>Ci sono numerosi problemi con questa interpretazione</strong>. Problemi ai quali i sostenitori di questa tesi non solo non sanno rispondere, ma dei quali non si sono neanche mai resi conto. Innanzitutto, <strong>come faceva Reagan a sapere che l&#8217;URSS fosse in declino? I dati a disposizione della CIA e delle altre agenzie di intelligence sull&#8217;economia sovietica e sul potere dell&#8217;URSS</strong>,<a href="http://www.foreignpolicy.com/Ning/archive/archive/106/CIAslegacy.pdf"> come gli stessi analisti avrebbero scoperto con grande sorpresa negli anni &#8216;90</a> <strong>erano straordinariamente esagerati</strong> rispetto a quella che era la realtà dei fatti (si veda anche questo articolo su <a href="http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,924892,00.html">Time magazine</a>). Secondo alcuni resoconti, il Pil dell&#8217;URSS durante la Guerra Fredda era infatti solo una frazione di quanto veniva stimato a Langley. Dunque, da dove derivava l&#8217;intuizione di Reagan? Questo non ci è dato sapere, la vulgata vuole infatti che Reagan avesse capito, <em>period. </em></p>
<p><strong>Anche assumendo che Reagan fosse a conoscenza dei problemi dell&#8217;economia sovietica, come faceva Reagan a conoscere la portata di questi problemi? </strong>Per capirsi, l&#8217;economia americana è attualmente in crisi, ma non verrebbe tramortita da un&#8217;eventuale corsa agli armamenti ispirata da Mosca o da Pechino. Come faceva Reagan ad essere sicuro del contrario, per quanto riguarda l&#8217;URSS? <strong>Questo non si sa. Certamente, le affermazioni pubbliche dello stesso presidente non danno credibilità alla tesi secondo cui &#8220;Reagan aveva capito&#8221;</strong>.</p>
<p>Se l&#8217;URSS era in declino, come mai Reagan giustificò il lancio della <em>Strategic Defense Initiative</em> proprio sulla base della temibile minaccia rappresentata dall&#8217;&#8221;Impero del Male&#8221;? Evidentemente, se l&#8217;URSS era un tale pericolo per la sicurezza nazionale americana, non poteva allo stesso tempo anche essere prossima al tracollo. Delle due l&#8217;una: <strong>o Reagan mentiva ai cittadini americani sapendo di mentire; oppure, più ragionevolmente, era sinceramente convinto che l&#8217;URSS fosse una minaccia, e quindi non era assolutamente a conoscenza dei problemi dell&#8217;URSS </strong>(versione confermata dai resoconti storici).</p>
<p>A suffragio di questa tesi possono essere prese in considerazione le politiche implementate dallo stesso Reagan. <strong>Se l&#8217;URSS era in declino e prossima al crollo definitivo, e il presidente americano ne era consapevole, per quale motivo, ad un certo punto, nella metà degli anni &#8216;80, in modo del tutto improvviso decise di promuovere la cooperazione con Mosca, e più precisamente di lanciare una nuova era di <em>Détente</em> attraverso gli accordi sul disarmo nucleare</strong> (quelli stessi accordi promossi da Kissinger negli anni &#8216;70)? <strong>Se Reagan era convinto dell&#8217;avvicinarsi del crollo dell&#8217;URSS, perché fermare la corsa agli armamenti e promuovere addirittura il disarmo, proprio quando il risultato era ormai raggiunto?</strong> Perché non premere l&#8217;acceleratore fino in fondo, per finire la corsa in volata? Perché dare a Mosca la possibilità di prendere il respiro proprio quando il risultato stava per essere raggiunto? (a proposito, si guardi questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=GUhDbUNTZOw">video</a> sulla reazione dell&#8217;estrema destra americana all&#8217;&#8221;<em>appeasement</em>&#8221; cercato da Reagan).</p>
<p><strong>Queste sono le domande alle quali i giornali italiani non daranno risposta. Oggi leggeremo analisi emotivamente coinvolte, che vogliono un Reagan con informazioni più precise di quelle della CIA. Un Reagan che aveva capito tutto. La verità, ovviamente, è un&#8217;altra</strong>. Reagan giocò un ruolo centrale nella Guerra Fredda. E sarebbe sbagliato ignorare questo fatto. E&#8217; però altrettanto sbagliato attribuire a Reagan meriti che vanno ben al di là di quanto potesse fare. E&#8217; bene ricordarselo: il Muro di Berlino crollò perché il sistema comunista era più inefficiente di quello capitalista. Con o senza Reagan, questo risultato sarebbe stato ottenuto ugualmente.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Ci permettiamo di suggerire ai lettori il nuovo numero  de <em><a href="http://www.larengodelviaggiatore.info/dblog/numero.asp?numero=64">L&#8217;Arengo del Viaggiatore</a>, </em>dedicato proprio al crollo del Muro di Berlino.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>22</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Guinea: I paradossi dell&#8217;empatia cosmopolita</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 08:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1908</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
La scorsa settimana, l&#8217;Amministrazione americana ha inviato un diplomatico di alto grado in Guinea per protestare contro l&#8217;uccisione di 150 esponenti dell&#8217;opposizione durante una manifestazione di piazza (oltre a questa strage, i militari intervenuti si sono resi colpevoli anche di numerosi stupri a cielo aperto). Nessuno di noi vorrebbe mai sentire notizie come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>La scorsa settimana, <strong>l&#8217;Amministrazione americana ha inviato un diplomatico di alto grado in Guinea per protestare contro l&#8217;uccisione di 150 esponenti dell&#8217;opposizione durante una manifestazione di piazza</strong> (oltre a questa strage, i militari intervenuti si sono resi colpevoli anche di numerosi stupri a cielo aperto). Nessuno di noi vorrebbe mai sentire notizie come queste. Purtroppo, però, in politica internazionale non sono le prime, e non saranno neanche le ultime.</p>
<p><span id="more-1908"></span>In risposta, <strong><a href="http://www.nytimes.com/2009/10/07/world/africa/07guinea.html?em">Hillary Clinton</a></strong> ha denunciato l&#8217;uso della violenza da parte del regime guineano richiamando il presidente, <strong>Moussa Dadis Camarra</strong>, a rispettare i valori democratici. Per dare credibilità alle sue richieste, Clinton si è mobilitata per attivare delle sanzioni contro il regime di Conakri, affinchè quest&#8217;ultimo capisca che gli Stati Uniti <em>in primis</em>, e i paesi occidentali più in generale, non sono disposti a tollerare altri episodi di questo genere. E&#8217; notizia di ieri, che <strong>la reazione americana non è rimasta inascoltata. Sfortunatamente, non dalla Guinea, però. Ma dalla Cina.</strong></p>
<p>Un <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/ab77677e-b68d-11de-8a28-00144feab49a.html">articolo del </a><em><a href="http://www.ft.com/cms/s/0/ab77677e-b68d-11de-8a28-00144feab49a.html">Financial Times</a> </em>ci informa infatti delle possibilità di un accordo tra la Cina e la Guinea relativamente alle risorse naturali che quest&#8217;ultima possiede (bauxite, di cui è il più grande esportatore al mondo, oro, diamanti e uranio &#8211; e, forse, anche petrolio). Se dovesse andare in porto &#8211; come sembra essere il caso &#8211; questo accordo garantirebbe dunque il regime della Guinea da ogni tipo di ostracizzazione occidentale. Con buona pace di Hillary Clinton e delle anime belle delle capitali europee.</p>
<p>Come su <em><a href="http://epistemes.org/2008/06/23/la-fine-dellera-unipolare-recensione-di-the-post-american-world/">Epistemes</a></em> è stato argomentato più volte (si veda anche questo articolo su <em><a href="http://www.francoangeli.it/Riviste/Scheda_Riviste.asp?IDArticolo=36425">Teoria Politica</a></em>), la crescita di nuove potenze ha come risultato inevitabile quello di indebolire, se non addirittura annullare, la capacità dei paesi occidentali di dettare condizioni agli altri paesi. Ciò vale soprattutto per l&#8217;imposizioni di sanzioni internazionali. <strong>La crescita di nuove potenze comporta infatti la perdita della posizione di </strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Monopsonio"><strong>monopsonio</strong></a><strong> di cui i paesi occidentali hanno goduto fino ad oggi.</strong> Paradossalmente, dunque, tentare di influenzare l&#8217;evoluzione domestica di un paese può significare perdere ogni tipo di influenza <em>at all</em>.</p>
<p>Non c&#8217;è da rallegrarsi di questo cambiamento. Ma la politica internazionale è dettata da leggi che nessuno può cambiare. Forse è tempo che tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, i leader politici riconoscano questo cambiamento, e cerchino di delineare delle linee di politica estera appropriate al nuovo panorama internazionale che sta emergendo.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Europa è troppo importante per essere lasciata a Tony Blair</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 05:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1875</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
C&#8217;è molto fermento dietro ai nomi dei possibili candidati per la presidenza dell&#8217;Unione Europea. Con la ratifica da parte dell&#8217;Irlanda del trattato di Lisbona, non si tratta più solamente di ragionamenti in linea teorica. Si tratta di pensare concretamente a chi possa ricoprire questo ruolo. Tra questi, vi è Tony Blair. Per l&#8217;Europa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>C&#8217;è molto fermento dietro ai nomi dei possibili <strong>candidati per la presidenza dell&#8217;Unione Europea</strong>. Con la ratifica da parte dell&#8217;Irlanda del trattato di Lisbona, non si tratta più solamente di ragionamenti in linea teorica. <strong>Si tratta di pensare concretamente a chi possa ricoprire questo ruolo. Tra questi, vi è Tony Blair</strong>. Per l&#8217;Europa, però, Blair rappresenterebbe <strong>la scelta peggiore in questo momento</strong>.</p>
<p><span id="more-1875"></span>Cio non è dovuto alla storia personale e politica di Blair. Nonostante il suo sostegno alla guerra in Iraq abbia ridotto sensibilmente il suo <em>appeal </em>tra i partiti socialisti, Blair è e rimane una figura in grado di parlare sia al campo socialista che a quello conservatore (specialmente nell&#8217;Europa continentale). Purtroppo, pero&#8217;, queste sono considerazioni di secondo piano se confrontate con il vero problema di Blair.<strong></strong></p>
<p><strong>Questo problema è rappresentato dalla sua terra di origine: la Gran Bretagna</strong>. Lungi dal voler proporre argomenti xenofobi o speudo-razzisti, esiste un aspetto centrale relativamente al processo di integrazione europea che non può essere trascurato: <strong>solo fino a quando l&#8217;Europa rimarrà divisa a livello interno e quindi debole a livello internazionale, la Gran Bretagna potrà continuare a godere del suo status privilegiato come partner degli Stati Uniti</strong>. Qualora l&#8217;Europa riuscisse ad agire in modo unito e compatto, emergendo sulla scena internazionale come una grande potenza, la Gran Bretagna perderebbe tutto il suo valore geopolitico. E, a quel punto, sarebbe costretta a seguire a ruota e ad abbandonare il suo tradizionale euro-scetticismo. Da presidente dell&#8217;Unione Europea, Blair si troverebbe di fronte ad un serio dilemma, perché ciò che è nell&#8217;interesse dell&#8217;Europa danneggia gli interessi della Gran Bretagna. E viceversa.</p>
<p>E&#8217; vero che il presidente dell&#8217;Unione Europea dovrà svolgere il suo ruolo in qualità di europeo, non in qualità di cittadino del suo paese di origine. Quindi, è vero che obiezioni analoghe potrebbero essere sollevate relativamente ad ogni candidato. E&#8217; però anche vero che <strong>Blair viene proprio da quel paese che più di tutti ha da perdere da un rafforzamento dell&#8217;Unione Europea</strong>. Pensare dunque che questi possa dimenticare tutta la sua storia, la sua identità, i suoi sentimenti, solamente per l&#8217;Europa, è quanto meno difficile da credersi.</p>
<p>Il sistema internazionale sta cambiando. Il definitivo pensionamento del G7 in favore del G20 è solo uno dei più evidenti esempi. Ad un sistema internazionale che diventa e diventerà sempre più multipolare, i paesi europei possono rispondere solamente in un modo: optando per un rafforzamento dell&#8217;Europa. E&#8217; difficile credere che Blair possa non solo permettere, ma anche incoraggiare un simile sviluppo. Per questo motivo l&#8217;Europa è troppo importante per essere lasciata a Tony Blair.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Georgia e la guerra del 2008: responsabilità e conseguenze</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 06:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1857</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Qualcuno si ricorda la guerra tra la Georgia e la Russia dell&#8217;agosto 2008? Era quella che vide la Russia invadere la Georgia per via della controversia delle regioni indipendentiste dell&#8217;Ossezia e della Sud Abhkazia.
Al tempo, gran parte del mondo politico italiano, tra cui l&#8217;On. Casini e il prof. Andreatta, si disse oltraggiato dall&#8217;equidistanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Qualcuno si ricorda <strong>la guerra tra la Georgia e la Russia dell&#8217;agosto 2008</strong>? Era quella che vide la Russia invadere la Georgia per via della controversia delle regioni indipendentiste dell&#8217;Ossezia e della Sud Abhkazia.</p>
<p><span id="more-1857"></span>Al tempo, <strong>gran parte del mondo politico italiano, <a href="http://epistemes.org/2008/09/10/la-politica-estera-deve-servire-gli-interessi-nazionali-risposta-a-casini-e-andreatta/">tra cui l&#8217;On. Casini e il prof. Andreatta</a>, si disse oltraggiato dall&#8217;equidistanza italiana</strong> e chiese ad alta voce al Governo di schierarsi con la vittima: la Georgia.</p>
<p>Dopo un anno di indagini, inchieste, analisi, <strong>il Consiglio dell&#8217;Unione Europea ha stabilito che <a href="http://online.wsj.com/article/SB125431087432152321.html">è stata la Georgia ad aver iniziato il conflitto</a>, anche se la Russia avrebbe posto le basi per lo stesso</strong>.</p>
<p>Cosa ci dice la faccenda? Possiamo trarre tre lezioni.</p>
<p>1. <strong>La politica internazionale è estremamente complessa. Prendere posizioni precoci, nette e radicali, è quindi pericoloso</strong>. Fa specie che questo piccolo avvertimento sia andato dimenticato da chi insegna relazioni internazionali (Andreatta) o da chi vive di politica da una vita (Casini e con lui molti altri parlamentari).</p>
<p>2. <strong>In guerra, vittime e carnefici sono spesso difficili da identificare. Ciò perchè i buoni e i cattivi spesso non esistono, esistono solo Stati interessari a massimizzare i loro interessi</strong>. In queste condizioni, dunque, prendere posizioni morali non è meno pericoloso.</p>
<p>3. Il caso georgiano, in realtà, dice qualcosa: ovvero che <strong>se qualcuno è da criticare questo è il Presidente georgiano che, scommettendo sul sostegno americano, accettò le provocazioni (o pseudo-tali) russe per entrare in una guerra</strong>.</p>
<p>Se qualcuno avesse dei dubbi, ad <a href="http://epistemes.org/2008/09/03/la-russia-e-la-politica-internazionale/"><em>Epistemes</em></a> avevamo detto tutte queste cose già un anno fa.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sui disordini in Cina: l&#8217;inevitabilità di maggiore apertura politica?</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/07/17/sui-disordini-in-cina-linevitabilita-di-maggiore-apertura-politica/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/07/17/sui-disordini-in-cina-linevitabilita-di-maggiore-apertura-politica/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 05:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1549</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea e Mauro Gilli
&#8220;Il forte non è mai abbastanza forte da poter comandare a meno che non trasformi la sua forza in diritto, e l&#8217;obbedienza in dovere&#8221; &#8211; J.J. Rousseau
&#8220;Dal momento che l&#8217;amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea e Mauro Gilli</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Il forte non è mai abbastanza forte da poter comandare a meno che non trasformi la sua forza in diritto, e l&#8217;obbedienza in dovere&#8221; &#8211; <em>J.J. Rousseau</em></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Dal momento che l&#8217;amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che essere amati&#8221;<em> &#8211; N. Machiavelli</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">A proposito della <strong>dicotomia tra imposizione dell&#8217;ordine con la forza e il suo raggiungimento tramite il consenso</strong> (che permette a sua volta a chi comanda di godere di un concetto tanto astratto quanto importante, la legittimità), così si esprimevano rispettivamente due dei più importanti filosofi e studiosi di problemi sociali occidentali, Jean-Jacques Rousseau e Nicolò Machiavelli. Questa dicotomia oggi sembra quanto mai <strong>evidente relativamente ai recenti disordini in Cina</strong>. Oggi è la rivolta degli <strong>uighuri nella regione dello Xinjiang</strong>. Lo scorso anno erano i tibetani. Alcuni anni fa erano i contadini che si opponevano allo sfollamento voluto dal governo per costruire la diga delle Tre Gole.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-1549"></span><strong>Quale sarà il futuro di questo gigante economico, le cui fondamenta &#8211; la legittimità di cui gode il regime tra la popolazione &#8211; sembrano per alcuni versi di argilla?</strong> La domanda non è retorica, né tanto meno viziata da giudizi morali. In Xinjiang, il governo cinese deve usare il pugno di ferro per reprimere la protesta e impedire che possa dilagare. Ciò è tutt&#8217;altro che difficile da comprendere:<strong> se la protesta sale, l&#8217;ordine crolla e la stabilità del regime viene messa a repentaglio</strong>. La domanda che rimane senza risposta è se <strong>questa politica di repressione possa funzionare nel lungo periodo</strong>. Cioè se essa possa garantire la stabilità interna di cui la Cina ha bisogno.</p>
<p style="text-align: left;">Azzardare previsioni è difficile e soprattutto rischioso. Proviamo però a farne alcune, semplici ma precise. Prima è però opportuno spiegare alcuni aspetti centrali nella scelta tra repressione e apertura.</p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Machiavelli in Cina</strong></em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Le rivolte sociali sono una forma di azione collettiva. Per certi aspetti esse continuano fino a quando i singoli individui che vi prendono parte credono che tutti gli altri partecipanti continueranno a manifestare</strong>. Per essere più chiari, nessuna persona razionale, per quanto frustrata ed esasperata dalle condizioni economiche, sociali e politiche del suo paese, andrebbe mai in piazza a protestare da sola sapendo di andare incontro alla ritorsione e repressione del Governo &#8211; specialmente di uno come quello cinese. E&#8217; necessaria la convinzione che un numero estremamente alto di persone si stia apprestando a scendere in piazza per risolvere questo problema (che è appunto un problema di azione collettiva). In quanto se ciò accade, per ogni singolo individuo scendere in piazza e protestare diventa meno rischioso. Qualsiasi governo, per quanto brutale, non può massacrare tutta la sua popolazione. Cosa può fare, invece, è colpire selettivamente e indiscriminatamente alcuni manifestanti, per scoraggiare così gli altri. L&#8217;assassinio di Neda, la ragazza iraniana le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, rientrava in questa logica. Lo stesso è vero oggi per la dichiarazione da parte di Pechino che per tutti i manifestanti ci sarà la pena di morte.</p>
<p style="text-align: left;">Questa politica del pugno di ferro, per quanto moralmente esecrabile, è facilmente comprensibile. In Iran come in Cina, come cento e duecento anni fa in Europa, <strong>i Governi hanno bisogno di mantenere l&#8217;ordine. Pena il loro crollo. Pechino non si può permettere di apparire anche solo minimamente debole nel sedare la rivolta. Il caos scoppierebbe in altre parti del Paese rendendo ulteriormente più difficile ristabilire la situazione</strong>. E&#8217; per questo motivo che, riprendendo Machiavelli, un governo deve essere temuto, prima che amato.</p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Rousseau in Cina</strong></em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Se la forza è la condizione necessaria per l&#8217;ordine, la legittimità è però la condizione necessaria per la stabilità</strong>. In altre parole, si può reprimere a suon di morte e terrore la propria popolazione per decenni ma questa politica, nel lungo termine, è destinata a fallire. Se la protesta, come abbiamo visto prima, è un problema di ordine collettivo, <strong>l&#8217;uso indiscriminato o comunque diffuso della violenza per garantire l&#8217;ordine porta ad una riduzione del valore marginale della vita degli individui: portando così questi ultimi a considerare meno sconveniente anche la proprio morte</strong>. Le guerre di guerriglia illustrano abbastanza bene questo <em>pattern</em>.</p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Lo sviluppo politico cinese</strong></em></p>
<p style="text-align: left;">Alla luce di queste considerazioni, è possibile formulare una serie di riflessioni per quanto riguarda il futuro. In primo luogo, <strong>l&#8217;uso della forza continuerà ad essere contemplato massicciamente in Cina, almeno nel medio periodo</strong>. Rivolte come quelle in Xinjiang o in Tibet minano l&#8217;unità territoriale del Paese, la sua coesione sociale ed etnica interna e soprattutto la sua proiezione geopolitica. Una semplice <a href="http://www.paulnoll.com/China/Provinces/I-China-map.gif">mappa geografica</a> rende l&#8217;idea di cosa significherebbe anche solo l&#8217;autonomia di queste due aree.</p>
<p style="text-align: left;">Ciò, dall&#8217;altra parte, suggerisce <strong>un futuro di tensione interna al Paese</strong>, almeno nel breve-medio periodo. Se infatti la forza sederà le violenze, il regime dovrà trovare un modo per rafforzare la sua legittimità. Due politiche sembrano destinate a prendere ulteriormente piede. Da una parte, la <strong>sinizzazione di Tibet e Xiangjiang</strong>. Si può obiettare sulla moralità di questa politica, ma è quanto storicamente hanno cercato di fare tutti gli Stati per prendersi le aree contese. Dall&#8217;altra parte, è facile pensare che <strong>il nazionalismo cinese possa dunque essere ulteriormente rinvigorito</strong>. Come molti studiosi hanno notato, a partire dagli anni Novanta, la Cina comunista è diventata sempre più cinese e sempre meno comunista. Ciò è servito infatti per <strong>dare una base alternativa di legittimità al regime</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">In politica estera, ciò significa e <strong>implica la possibilità di comportamenti schizofrenici qualora questioni particolarmente delicate vengano portate in primo piano</strong>. Ciò vale per le relazioni con il Giappone, con la Corea del Sud, ma anche per le eventuali (reali o percepite) interferenze in Tibet o Xinjiang. Se si ha a cuore la sorte degli uiguri, <strong>protestare massicciamente contro la Cina può non essere dunque la soluzione più appropriata</strong>, in quanto ciò rischia di radicalizzare ulteriormente l&#8217;opinione pubblica cinese e dunque chiamare direttamente un più duro intervento del governo.</p>
<p style="text-align: left;">Infine, è opportuno riflettere  sulle<strong> possibilità di maggiore apertura da parte politica in Cina</strong>. Se nel breve periodo il regime Cinese deve dunque seguire il suggerimento di Machiavelli, è chiaro che nel lungo periodo ciò sarà sempre più difficile. E&#8217; a Rousseau, in altre parole, che bisognerà guardare. La forza economica della Cina proviene dal suo settore privato, che è destinato a crescere ulteriormente negli anni a venire &#8211; una evoluzione che le stesse autorità cinese vogliono favorire. Con la crescita economica, cresceranno anche le richieste di maggiore autonomia e libertà da parte della società civile. Quando le richieste di maggiore autonomia e libertà verranno non da regioni come il Tibet e lo Xijiang, le quali, per via della loro storia, rappresentano una minaccia per l&#8217;unità territoriale cinese; ma da parte di quella parte della società che rappresenta il motore economico della nazione, il regime non potrà più usare la forza. Ciò non deve fare illudere nè sulla tempistica, nè sulla portata di questo cambiamento. Esso sarà lento e limitato, non ci sono dubbi. Ma nel lungo periodo, ci sono ragioni per credere che anche il regime Cinese sarà costretto a concedere maggiori libertà e apertura politica.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/07/17/sui-disordini-in-cina-linevitabilita-di-maggiore-apertura-politica/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/07/17/sui-disordini-in-cina-linevitabilita-di-maggiore-apertura-politica/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/07/17/sui-disordini-in-cina-linevitabilita-di-maggiore-apertura-politica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Iran: Purtroppo non li possiamo aiutare. Risposta a Henry-Levy</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/06/18/iran-purtroppo-non-li-possiamo-aiutare-risposta-a-henry-levy/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/06/18/iran-purtroppo-non-li-possiamo-aiutare-risposta-a-henry-levy/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 07:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1438</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Con le elezioni in Iran, si è tornato a parlare di un dilemma a cui l&#8217;Occidente si trova spesso di fronte: aiutare i popoli oppressi a liberarsi dai loro oppressori, oppure rimanere impassibili di fronte alla tragedia? Secondo Bernard Henry-Levy, l&#8217;Occidente avrebbe l&#8217;obbligo di prestare soccorso (Corriere della Sera, 16 giugno). Simili considerazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Con le elezioni in Iran, si è tornato a parlare di un dilemma a cui l&#8217;Occidente si trova spesso di fronte:<strong> aiutare i popoli oppressi a liberarsi dai loro oppressori, oppure rimanere impassibili di fronte alla tragedia?</strong> Secondo <strong>Bernard Henry-Levy</strong>, l&#8217;Occidente avrebbe l&#8217;obbligo di prestare soccorso (<em><a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_giugno_16/occidente_ha_obbligo_di_aiutarli_bernard_henri_levy_7577ff46-5a3d-11de-8451-00144f02aabc.shtml">Corriere della Sera</a></em>, 16 giugno). Simili considerazioni sono state espresse nelle scorse settimane relativamente al popolo cinese, in concomitanza con il ventesimo anniversario della strage di Tienanmen. La questione, anche se è stata sollevata relativamente all&#8217;Iran o alla Cina, si presta a generalizzazioni e ad una discussione più ampia.</p>
<p><span id="more-1438"></span></p>
<p><em><strong>Il dovere dell&#8217;Occidente?</strong></em></p>
<p><strong>Secondo molti, l&#8217;Occidente non può rimanere a guardare. Dovrebbe intervenire, più o meno direttamente, a favore degli oppressi.</strong> Dovrebbe sacrificare i piccoli interessi di bottega, e schierarsi, senza se e senza ma, a favore di quelli che lottano per la democrazia, e contro i loro carnefici. Se c&#8217;è divergenza di vedute rispetto ai mezzi da utilizzare (alcuni sono a favore dell&#8217;uso della forza militare; altri propongono invece forme di boicottaggio più o meno generali; mentre altri ancora sono a favore di sanzioni “intelligenti”); relativamente agli obiettivi da conseguire esiste una convergenza assai ampia: abbattare i regimi e aiutare il seme della democrazia ad impiantarsi, anche dove le condizioni sono più sfavorevoli, pare essere un principio molto diffuso. Secondo i sostenitori di questa filosofia, l&#8217;Occidente ha infatti un dovere morale ad aiutare i popoli oppressi a realizzare le loro aspirazioni di libertà.</p>
<p>Purtroppo, le cose non sono così semplici come sembrano. I problemi di questa visione sono molteplici. Per ragioni di spazio, in questo articolo ci limiteremo a presentarne uno, a nostro avviso il più importante. <strong>I fattori che permettono la nascita e il mantenimento della democrazia sono interni ai paesi, non esterni. Pertanto, se le condizioni interne ad un paese non sono favorevoli, aiutare un popolo a instaurare un sistema politico democratico sarà inutile, perché questo non potrà sopravvivere, se non addirittura controproducente, in quanto potrebbe distruggere gli eventuali progressi conseguiti. </strong></p>
<p>Come scrisse <strong>John Stuart Mill </strong>- un liberale vero, e non certamente un alfiere del realismo politico &#8211;  se un popolo non riesce a conquistare la democrazia con le sue forze, allora significa che non riuscirà neanche a mantenerla, se questa dovesse essere instaurata con l&#8217;aiuto esterno (‘<em>A Few Words on Non-Intervention</em>’, 1859, in <em><a href="http://www.amazon.com/Dissertations-Discussions-Political-Philosophical-Historical/dp/1402182104/ref=sr_1_2?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245184191&amp;sr=8-2">Dissertations and Discussions</a><span style="font-style: normal;">). </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Ciò non significa abbracciare una visione etnocentrica o deterministica della storia. Il tempo è infatti una variabile assai importante, che molti sembrano dimenticare. Il fatto che l&#8217;Occidente abbia raggiunto una forma di democrazia accettabile solo nella seconda parte del ventesimo secolo vuole dire qualcosa. Evidentemente, per i quattrocento anni di storia moderna precedenti, la democrazia non era un traguardo possibile. E&#8217; chiaro dunque che erano necessari determinati cambiamenti per il suo raggiungimento. Lo stesso è vero per i paesi ancora governati da regimi non democratici. Il fatto che questi popoli non siano ancora riusciti ad ottenere certi diritti, non significa che non ci riusciranno mai. Significa che fino ad oggi le condizioni interne non lo hanno permesso. </span></em></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong>Le origini della democrazia</strong></span></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><strong>Storicamente, la democrazia è sorta là dove le condizioni </strong></span><span style="font-style: normal;"><strong>interne</strong></span><span style="font-style: normal;"><strong> (e non quelle esterne) ai paesi erano favorevoli.</strong> Salvo rari casi &#8211; Panama è probabilmente l&#8217;unico &#8211; il supporto esterno da parte di altri paesi non è stato sufficiente. Nei loro rispettivi </span></em><span style="font-style: normal;"><a href="http://www.amazon.com/Social-Origins-Dictatorship-Democracy-Peasant/dp/0807050733/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245201557&amp;sr=1-1">Social Origins of Democracy and Dictatorship</a></span><em><span style="font-style: normal;"> e <a href="http://www.amazon.com/Economic-Origins-Dictatorship-Democracy-Acemoglu/dp/0521855268"><em>Economic Origins of Democracy and Dictatorship</em></a>, <strong>Barrington Moore</strong>, <strong>Daron Acemoglu</strong> e <strong>James Robinson</strong> hanno illustrato, con due metodologie completamente diverse, le origini domestiche dei regimi democratici e autocratici. <strong>Secondo questi illustri studiosi, determinante nella lotta per la democrazia sarebbero i rapporti di forza tra i vari gruppi interni ai Paesi.</strong> Là dove un gruppo (la popolazione) riesce a resistere ai tentativi oppressivi del governo, con maggiore probabilità quest&#8217;ultimo dovrà fare concessioni politiche ed economiche, fino appunto a garantire un sistema politico democratico (questa è anche la tesi di <strong>Charles Tilly</strong>, illustrata tra gli altri, nel suo</span><span style="font-style: normal;"> </span><span style="font-style: normal;"><a href="http://www.amazon.com/Coercion-Capital-European-States-Discontinuity/dp/1557863687/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245202183&amp;sr=8-1"><em>Capital, Coerction and the European States AD 990-1992</em></a></span><span style="font-style: normal;">).</span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Ciò, ovviamente, non significa che fattori </span><span style="font-style: normal;">esterni <span style="font-style: normal;">ai paesi siano ininfluenti. L&#8217;aumento del commercio internazionale nel tardo medio-evo è, nell&#8217;analisi di Moore, il fattore scatenante di tutto il processo successivo. Questo aumento dei commerci rafforzò infatti le classi mercantili inglesi, creando così la base futura per la democrazia. Là dove una classe commerciale non esisteva &#8211; come in Russia, per esempio &#8211; questo effetto non si manifestò &#8211; di qui la ragione per cui la Russia non ebbe mai una sua &#8220;primavera&#8221;. In modo simile, nell&#8217;analisi di Acemoglu e Robinson, la globalizzazione economica rafforzerebbe le classi commerciali a scapito delle </span></span></em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;">élites</span></span><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"> al potere, rendendo dunque le sorti della democrazia più rosee in Paesi ancora oppressi da una dittatura. Lo stesso è vero per il lavoro di Tilly, che si concentra sulla competizione tra Stati in Europa, e che dunque, anch&#8217;esso, non manca di prestare attenzione a fattori </span><span style="font-style: normal;"><em>esterni</em> ai paesi</span><span style="font-style: normal;">. Fattori esterni possono dunque contribuire, ma non sono sufficienti per la nascita della democrazia. </span></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"><strong>Il problema di sostenere </strong></span><strong>politicamente </strong><span style="font-style: normal;"><strong>i popoli oppressi (nel nostro caso quello iraniano), si manifesta nel fatto che, anche se questi ne venissero rafforzati rispetto alle élite al potere, questo supporto dovrebbe essere poi mantenuto nel tempo per garantire la stabilità della democrazia.</strong> Altrimenti, una volta venuto meno il sostegno estero, le forze interne che si oppongono alla democrazia sarebbero in grado di riottenere il potere e vanificare così ogni risultato ottenuto. Se l&#8217;Occidente si schierasse a favore dei sostenitori di Moussavi, quale sarebbe la reazione del regime iraniano e </span>soprattutto <span style="font-style: normal;">dei sostenitori di Ahmadinejad? Non è necessario essere esperti di strategia per capire che scoppierebbe una guerra tra bande; e che il regime userebbe questo supporto come </span><span style="font-style: normal;"><em>escamotage</em></span><span style="font-style: normal;"> per reprimere con ulteriore durezza gli oppositori, che, pubblicamente verrebbero facilmente etichettati come nemici della rivoluzione, della nazione, se non addirirttura dell&#8217;Islam.</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;">Inoltre, chi si sgola per spiegarci che &#8220;non dobbiamo lasciarli soli&#8221; sembra avere una visione molto naive della struttura sociale-politica di un paese governato da una dittatura. L&#8217;assunto di base sembra essere quello per cui i popoli abbiano una aspirazione naturale alla libertà. Chiaramente, questo è uno slogan diffusosi negli ultimi anni che non ha alcuna base empirica. I popoli sono mossi da interessi, paure ed emozioni, come Hobbes aveva capito quattrocento anni fa.<span style="font-style: normal;"> <strong>Samuel Huntington</strong> ha spiegato nel libro che lo rese più celebre, </span><a href="http://www.amazon.com/Political-Changing-Societies-Stimson-Lectures/dp/0300116209/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245203927&amp;sr=8-1"><em>Political Order in Changing Societies</em></a><span style="font-style: normal;">, i rischi associati alla mobilitazione popolare. Una volta che una popolazione viene mobilitata, se non ci sono istituzioni forti in grado di veicolare le sue richieste, il rischio è quello di un crollo delle strutture statali &#8211; che in termini pratici può significare una guerra civile. E come Huntington si preoccupò di sottolineare: <strong>&#8220;ci può essere stabilità senza libertà; ma non ci può essere libertà senza stabilità&#8221;.</strong></span></span></span></em></p>
<p>I cori da stadio per gli &#8220;oppressi di Teheran&#8221; sembrano dunque tradire una comprensione dei fenomeni sociali molto etnocentrica. Chi crede che in Iran sia in corso una battaglia tra il bene e il male, tra il futuro e il passato, tra il progresso e il regresso, legge i fatti di Teheran guardando al proprio cortile di casa, illudendosi di poter trarre analogie e lezioni importanti. In questo, tale atteggiamento ricorda molto quello degli esperti di sviluppo e di molti cooperanti internazionali che vanno nei paesi del terzo mondo credendo di poter risolvere la povertà dando un computer ad una tribù africana.</p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"><strong>In tutto ciò, non vanno dimenticati i possibili effetti negativi di un eventuale sostegno occidentale.</strong> Se appoggiare il popolo iraniano, piuttosto che quello cinese, birmano, siriano, nord coreano o cubano fosse, nel caso peggiore, inutile, allora non ci sarebbe motivo di essere contrari a questa opzione. Il problema, invece, è che nel caso peggiore tale supporto può distruggere i progressi ottenuti dai gruppi di opposizione interna, e magari relegare ogni speranza per la democrazia ad un futuro da destinarsi (senza contare la risposta politica alle nostre azioni: si pensi per esempio se l&#8217;Iran chiudesse la produzione petrolifera o se la Cina smettesse di finanziare il deficit della bilancia commerciale americana). </span></span></em></p>
<p><strong>Il caso di Cuba è forse quello più emblematico. L&#8217;invasione ordinata da Kennedy e la successiva politica di &#8220;contenimento&#8221; della minaccia cubana, anche dopo la fine della Guerra Fredda, hanno regalato ad un regime incapace e sconfitto dalla storia un longevità che mai si sarebbe potuto guadagnare da solo.</strong> Come scritto in precedenza, le origini della democrazia sono interne. In molti paesi oppressi da dittature sanguinarie, esistono movimenti che cercano, giorno dopo giorno di organizzarsi per aumentare le loro libertà. Credere di poter cambiare o anche solo accelerare il corso della storia può portare a risultati opposti a quelli sperati.</p>
<p><em><strong>Conclusioni</strong></em></p>
<p>Quest&#8217;ultimo punto merita attenzione. Molti di coloro che chiedono di intervenire a favore dei popoli oppressi sembrano ignorare la possibilità che l&#8217;effetto delle loro azioni possa essere diverso da quello voluto. Da questo punto di vista, è singolare che tra costoro vi siano molti liberali. Relativamente alle questioni economiche, i liberali sanno bene cosa sono le &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Unintended_consequence">conseguenze non intenzionali</a>&#8221; di cui aveva parlato Adam Smith. E&#8217; sulla base di queste conseguenze non intenzionali che i liberali criticano misure come lo stipendio minimo garantito (invece di alleviare la disoccupazione, la farebbe aumentare); il salvataggio pubblico delle aziende; etc. Ed è sulla base di queste considerazioni che i liberali adottano un approccio <em>pragmatico </em>quando si parla di questioni come il lavoro minorile o più in generale le condizioni di lavoro nei paesi del terzo mondo. Il progresso porterà migliori condizioni di vita, spiegano giustamente. Imporre gli standard europei nei paesi in via di sviluppo non sarebbe solamente inutile, ma anche controproducente, in quanto bloccherebbe la crescita economica e quindi i successivi progressi.</p>
<p>Quando il dibattito, dal piano economico, si sposta a quello politico, questi liberali sembrano dimenticare la loro saggezza, e approdare alla faciloneria con cui i partiti socialisti chiedono a gran voce di imporre regole sul lavoro più stringenti per proteggere i lavoratori. E così, finiscono per chiedere l&#8217;intervento dell&#8217;occidente per instaurare la democrazia là dove non è ancora sorta.  Le conseguenze non intenzionali di questa azione; eventuali effetti perversi (<em><a href="http://www.amazon.com/Gambling-Humanitarian-Intervention-Hazard-Rebellion/dp/0415379466/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245237536&amp;sr=8-1">moral hazard</a></em>, ad esempio) vengono tutti ignorati sull&#8217;altare del perseguimento del bene assoluto. La contraddizione epistemologica nella quale questi liberali cadono rende palese la debolezza di questo approccio alla politica estera.</p>
<p>Non crediamo di aver svelato alcun arcano. Più semplicemente, crediamo che i processi politici siano complicati, complessi e difficili da capire. Crediamo che proporre soluzioni facili può essere intellettualmente gratificante, ma non si può credere di essere presi seriamente. Concludiamo con una citazione di <strong>Hans Morghentau</strong>, padre del realismo classico, la cui saggezza dovrebbe invece far riflettere quanti credono di avere sempre delle soluzioni a portata di mano.</p>
<blockquote><p>&#8220;Good motives give assurance against deliberately bad policies; they do not guarantee the moral goodness and political success of the policies they inspire.&#8221; Hans Morgenthau</p></blockquote>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/06/18/iran-purtroppo-non-li-possiamo-aiutare-risposta-a-henry-levy/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/06/18/iran-purtroppo-non-li-possiamo-aiutare-risposta-a-henry-levy/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/06/18/iran-purtroppo-non-li-possiamo-aiutare-risposta-a-henry-levy/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Truppe aggiuntive in Afghanistan? No, grazie.</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/06/16/truppe-aggiuntive-in-afghanistan-no-grazie/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/06/16/truppe-aggiuntive-in-afghanistan-no-grazie/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 07:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1401</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Secondo alcune indiscrezioni del Corriere della Sera, il Presidente del Consiglio si appresterebbe a raccogliere la richiesta americana rivolta agli alleati europei di aumentare le truppe in Afghanistan. Purtroppo, tale scelta sembra ripercorrere una tradizione tutta italiana che va sin dal nostro risorgimento, quando con la missione in Crimea guidata da Lamarmora, Cavour [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Secondo alcune indiscrezioni del <em>Corriere della Sera</em>, <strong>il Presidente del Consiglio si appresterebbe a raccogliere la richiesta americana rivolta agli alleati europei di aumentare le truppe in Afghanistan. Purtroppo, tale scelta sembra ripercorrere una tradizione tutta italiana che va sin dal nostro risorgimento, quando con la missione in Crimea guidata da Lamarmora, Cavour tentò di raccogliere il sostegno degli alleati europei per la causa italiana.</strong></p>
<p><span id="more-1401"></span>Se a quel tempo la partecipazione ad operazioni militari era la &#8220;moneta&#8221; con la quale si comprava il sostegno in politica internazionale, altrettanto non si può dire per il sistema mondiale dei giorni nostri, nel quale la forza economica (si veda il peso politico di Germania e Giappone) vale molto di più della dispiegazione degli eserciti in territori stranieri.</p>
<p>Le missioni in Iraq (2003) e Libano (2006), ma altrettanto si può dire per quasi tutte le altre, appartengono a questa tradizione. I<strong>ndipendentemente dallo schieramento politico al potere, sembra che i nostri rappresentanti e i nostri governi siano convinti dell&#8217;efficacia della </strong><em><strong>militarizzazione</strong></em><strong> della politica estera italiana.</strong> In verità, oltre che sconquassare il bilancio del Ministero della Difesa &#8211; già colpito da pesanti e continui tagli (anche questi, costanti nel tempo, e indipendenti dal colore dei governi in carica), questa strategia sembra aver portato a <a href="http://epistemes.org/2008/06/13/perche-gli-usa-non-ci-vogliono-nel-51-o-i-nostri-drammatici-errori/">ben pochi risultati tangibili</a>.</p>
<p>Oltre a esprimere rassegnazione, non sembra esserci molto da dire. Auspichiamo che un giorno, anche nel nostro paese possa emergere un dibattito serio sulla politica estera, che invece di essere il risultato di una &#8220;guerra tra bande&#8221; interna e della necessità di guadagnare consenso domestico, tirando per la giacchetta l&#8217;alleato americano, possa davvero mirare a promuovere gli interessi italiani.</p>
<p>L&#8217;Afghanistan rappresenta un fronte difficile. E&#8217; possibile che un aumento del nostro contingente sia necessario. Ciò che è certo è che la strategia italiana sta diventando insostenibile. Da una parte, le forze armate vedono continue riduzioni dei stanziamenti a loro favore. Dall&#8217;altra, le stesse forze armate vengono sommerse da nuovi impegni. Decidere di mandare nuove truppe in Afghanistan è una decisione legittima. Si può essere favorevoli o meno. Ma ha un suo senso politico. Decidere di non finanziare le forze armate e, contemporaneamente, sopraffarle di nuovi compiti, è un&#8217;aberrazione &#8211; oltre che un insulto che mette a repentaglio la sicurezza stessa dei nostri militari.</p>
<p>Se le truppe italiane sono considerate tanto importanti &#8211; allora si aumentino gli stanziamenti alla difesa. Altrimenti, si eviti di usarle a piacimento come oramai sta avvenendo da oltre un decennio.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/06/16/truppe-aggiuntive-in-afghanistan-no-grazie/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/06/16/truppe-aggiuntive-in-afghanistan-no-grazie/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/06/16/truppe-aggiuntive-in-afghanistan-no-grazie/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perché non si possono accettare le critiche dell&#8217;ONU</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/05/19/perche-non-si-possono-accettare-le-critiche-dellonu/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/05/19/perche-non-si-possono-accettare-le-critiche-dellonu/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 May 2009 10:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Gilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1347</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Nei giorni scorsi, l&#8217;alto commissariato per i rifugiati dell&#8217;ONU (UNHCR) ha accusato duramente il nostro paese per le sue azioni volte a contrastare l&#8217;immigrazione clandestina, e più precisamente i respingimenti in mare dei barconi provenienti dalle coste africane. il ministro della Difesa La Russa ha replicato affermando che l&#8217;agenzia in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli e Mauro Gilli<br />
</strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, l&#8217;alto commissariato per i rifugiati dell&#8217;ONU (UNHCR) ha accusato duramente il nostro paese per le sue azioni volte a contrastare l&#8217;immigrazione clandestina, e più precisamente i respingimenti in mare dei barconi provenienti dalle coste africane. il ministro della Difesa La Russa ha replicato affermando che l&#8217;agenzia in questione non conterebbe nulla. Mentre questo pseudo scontro diplomatico sembra affievolirsi, con il presente articolo, pur stigmatizzando le parole del ministro. vogliamo sottolineare come, in fondo, pur sbagliando nella forma, nella sostanza il Ministro ha centrato il punto.</p>
<p><span id="more-1347"></span><strong>Il primo problema dello scontro ONU-Italia è di natura politica e logistica. L&#8217;ONU, infatti, non ha responsabilità politica</strong>. Ad essere un po&#8217; cinici, ma realistici, si può dire che sia è una sorta di Amnesty International con salari più alti per i suoi dipendenti e sedi più belle. L&#8217;ONU può permettersi di presentarsi come <em>coscienza critica </em>a livello internazionale<em>, </em>perchè non dovrà mai porsi il problema di come mettere in pratica concretamente le sue esortazioni, e, ancora più importante, perchè non risponde ad alcun elettorato. Non avendo alcun mandato rappresentativo, l&#8217;ONU può dunque permettersi di propugnare ricette moralistiche, in quanto gli eventuali costi di queste politiche saranno sobbarcati da altri.</p>
<p><strong>L&#8217;immigrazione clandestina rappresenta un problema serio e di difficile soluzione. </strong>Quest&#8217;ultima è di carattere politico: ossia, viene decisa a livello domestico, nel nostro paese attraverso il metodo democratico. Le critiche dell&#8217;ONU non possono che essere interpretate secondo la vecchia logica del &#8220;armatevi e partite&#8221;. L&#8217;ONU critica, ma i costi e i rischi sono dell&#8217;Italia e degli italiani.</p>
<p>Per questo è certamente singolare che le critiche vengano rivolte all&#8217;Italia, Paese democratico, rispettoso della legge, della legalità e con impeccabili standard di rispetto dei diritti umani, mentre non una sola parola venga rivolta, <em>in primis</em>, contro tutti i Paesi che favoriscono i drammi umanitari che producono profughi e rifugiati. Detto in altri termini, <strong>l&#8217;ONU non è in grado di dire una parola contro il Darfur, la più grande macchina di rifugiati politici del momento. Ma è in grado di sollevare critiche all&#8217;Italia</strong> &#8211; obbligata ad accogliere non solo questi profughi, ma anche chi profugo non è &#8211; sempre secondo l&#8217;ONU.</p>
<p>Non vogliamo poi toccare lo spinoso tema dello sviluppo economico, che è alla radice delle migrazioni clandestine internazionali. <strong>Sarebbe interessante vedere come, dove, e soprattutto in che misura i vari programmi dell&#8217;ONU</strong> (UNIDO e UNDP) <strong>stiano davvero operando per lenire le sofferenze di queste popolazioni in disperata ricerca di una vita dignitosa</strong>. Spulciando nei bilanci dell&#8217;ONU, non vorremmo infatti venire a scoprire che questi programmi servano solo a riempire le ricche tasche di funzionari più o meno capaci e delle rispettive mogli.</p>
<p>Da questo punto di vista è utile ricordare a quanti sono ancora convinti dell&#8217;utilità di queste strutture che <strong>le sedi dell&#8217;ONU</strong> (e di tutte le sue agenzie: UNICEF, World Food Program, UNIDO; UNDP, etc) <strong>si trovano nelle più prestigiose città mondiali: Roma, New York, Ginevra, Vienna. Se l&#8217;ONU volesse davvero operare per migliorare le condizioni di vita di migliaia se non milioni di disperati, potrebbe trasferire i suoi quartieri generali da Roma a Kinshasa, da New York a Luanda, da Ginevra a Niamey</strong>. Con l&#8217;indotto prodotto dai ricchi stipendi dei funzionari ONU (ristoranti, alberghi, discoteche, taxi, etc), si potrebbe dare un contributo concreto ad alleviare le condizioni di vita di molti poveri. Di sicuro molto di più di quanto i Millenium Development Goals sono riusciti fin&#8217;ora ad ottenere.</p>
<p>Vi è, poi, un problema sostanziale. L&#8217;UNHCR è inflessibile sulla politica che l&#8217;Italia dovrebbe adottare verso le masse di migranti che vogliono sbarcare sulle nostre coste. <strong>Sarebbe interessante sapere &#8211; chiediamo retoricamente &#8211; quale sia la politica adottata dall&#8217;UNHCR per chi vuole visitare le sue strutture</strong>. Lo chiediamo retoricamente perché, non sappiamo se per nostra fortuna o sfortuna, abbiamo lavorato nei palazzi dell&#8217;ONU di Vienna e di New York: e la politica è quella più intransigente. Addirittura, recentemente, il Vienna International Center (la struttura che ospita alcune organizzazioni ONU a Vienna) ha installato una poderosa griglia all&#8217;ingresso che ricorda vagamente quella posta all&#8217;entrata della Green Zone di Baghdad. In altri termini, all&#8217;ONU non fanno entrare nessuno &#8211; con buona pace dei rifugiati politici.</p>
<p>Anche se ha li vago sapore populistico, suggeriamo poi un&#8217;immediata soluzione al problema degli sbarchi. <strong>I funzionari dell&#8217;UNHCR, che hanno così a cuore lo status dei profughi e dei rifugiati politici, potrebbero iniziare a rifiutare i loro enormi (ma forse bisognerebbe dire &#8220;imbarazzanti&#8221;) benefici a favore di queste masse</strong>. Ricordiamo, per esempio, oltre gli stipendi definiti ad un livello assolutamente fuori sa qualunque parametro di mercato (lo stipendio base parte infatti da 2.500 euro), le esenzioni IVA, IRPEF e, soprattutto, i benefits relativi ai familiari a carico &#8211; in cui sono incluse le spese scolastiche nel caso in cui i figli vadano a studiare all&#8217;estero (sì, se un funzionario ONU lavora a Vienna e, casualmente, suo figlio decide di andare a studiare a Stanford, il modico costo di 40.000 $ l&#8217;anno di retta scolastica viene sobbarcato dall&#8217;ONU).</p>
<p><strong>Insomma, sono davvero accettabili le critiche di organizzazioni che, se a parole difendono i diritti dei rifugiati, nei fatti, sembrano molto più occupate a difendere i &#8220;diritti&#8221; dei loro dipendenti?</strong></p>
<p>Un ultimo punto riguarda la portavoce italiana dell&#8217;UNHCR, <strong>Laura Boldrini</strong>. Capiamo che ella deve svolgere il suo lavoro. <strong>Non è bello, però, dover ricordare, che alle posizioni occupate nelle organizzazioni internazionali si arriva grazie al sostegno del proprio ministero degli Esteri</strong>. D&#8217;altronde, ogni posizione, dentro l&#8217;ONU, viene ricoperta attraverso la pratica (diciamo noi: altamente discriminatoria) della rappresentanza geografica &#8211; su cui, appunto, barattano i vari Stati. Che dunque la rappresentante italiana abbia lasciato trapelare queste accuse all&#8217;Italia senza prima esaminare a fondo la reale situazione lascia non poco perplessi &#8211; soprattutto alla luce che ella deve la sua posizione interamente allo Stato italiano.</p>
<p><strong>Forse la questione si può chiudere con una semplice immagine. Ieri alcuni birmani hanno manifestato in Thailandia contro l&#8217;arresto del premio Nobel Aung San Suu Kyi da parte delle autorità birmane. Tra di loro, uno mostrava un cartello, <em>UN: Where are you?</em> La risposta è: a condannare l&#8217;Italia per il suo trattamento verso <em>possibili</em> rifugiati politici. In Birmania, invece, sappiamo bene che di rifugiati non ce ne sono</strong>.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/05/19/perche-non-si-possono-accettare-le-critiche-dellonu/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/05/19/perche-non-si-possono-accettare-le-critiche-dellonu/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/05/19/perche-non-si-possono-accettare-le-critiche-dellonu/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La politica estera di Obama</title>
		<link>http://epistemes.org/2009/03/30/la-politica-estera-di-obama/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/03/30/la-politica-estera-di-obama/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 10:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro Gilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1255</guid>
		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Le recenti scelte in politica estera dell&#8217;Amministrazione Obama hanno suscitato una certa sorpresa &#8211; e in molti casi sgomento &#8211; tra gli osservatori. A fronte delle grandi aspettative sulla capacità del presidente in persona di restituire all&#8217;America un&#8217;immagine positiva a livello internazionale, Obama si è trovato a dover prendere delle decisioni in palese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Le recenti scelte in politica estera dell&#8217;Amministrazione Obama hanno suscitato una certa sorpresa &#8211; e in molti casi sgomento &#8211; tra gli osservatori.<strong> A fronte delle grandi aspettative sulla capacità del presidente in persona di restituire all&#8217;America un&#8217;immagine positiva a livello internazionale, Obama si è trovato a dover prendere delle decisioni in palese contrasto con due dei pilastri fondanti della società americana</strong>: la convinzione che sia dovere degli Stati Uniti trasformare le altre società, promuovendo diritti umani, democrazia e libero mercato; e, dall&#8217;altra parte, l&#8217;idea che l&#8217;America sia un paese che non si arrende di fronte ai nemici, e che è disposta a pagare ogni prezzo per raggiungere i suoi obiettivi.</p>
<p><span id="more-1255"></span>Come risultato, molti di quelli che condividono questi due postulati si sono convinti che i primi mesi di presidenza democratica siano un chiaro fallimento, un arretramento rispetto al passato. Non solo Obama starebbe mettendo in secondo piano il suo dovere di promuovere i principi e i valori occidentali; ma starebbe addirittura venendo a patti con i nemici. Le dichiarazioni di Hillary Clinton in Cina e la decisione di cercare il dialogo con i nemici di sempre, l&#8217;Iran, ma soprattutto i talebani in Afghanistan, sono le decisioni incriminate.</p>
<p>Ovviamente, quando le analisi si mischiano con considerazioni morali, il rischio è quello di non fare bene nè l&#8217;uno nè l&#8217;altro. Da parte nostra, crediamo chei critici di Obama, presi dalla foga denigratoria, si siano dimenticati di considerare due aspetti di primo piano in politica internazionale: la forza relativa degli attori coinvolti; e la loro strategia.</p>
<p>Veniamo al primo aspetto, la forza relativa.<strong> Una delle lezioni principali dell&#8217;economia politica è che esiste una differenza sostanziale tra volere e potere.</strong> Matematicamente, il primo concetto è espresso dalle curve di indifferenza, il secondo dal vincolo di bilancio. In altre parole, le scelte di ogni attore sono vincolate dalle sue possibilità. Possedere una Ferrari è probabilmente il sogno di ogni italiano. Il fatto che non tutti gli italiani hanno una Ferrari è spiegato proprio da questa differenza, quella tra volere e potere.</p>
<p><strong>Lo stesso principio è valido a livello internazionale. Tutti gli stati vogliono promuovere i propri interessi </strong>(tra cui può rientrare anche la diffusione dei propri valori). <strong> Se questa strategia diventa troppo costosa, però, può essere necessario ridimensionare gli obiettivi che si vogliono raggiungere. </strong>Ovviamente, questa non è una scelta obbligata: malgrado i costi proibitivi, un Paese può decidere di non modificare la sua strategia, correndo consapevolmente il rischio di trovarsi in bancarotta. Oppure, più ragionevolmente, può decidere, almeno per il momento, di accettare la realtà, e focalizzarsi sui bisogni essenziali.</p>
<p>Facciamo di nuovo un esempio. Un operaio che decida di fare un mutuo sulla casa per comprarsi una Ferrari, sperando di vincere al superenalotto, sta dimostrando di non essere disposto a sacrificare i suoi obiettivi. Gli va dato credito per la tenacia, non certo per la lungimiranza: non dovesse vincere, non avrà più nè la casa, nè la Ferrari. Questo, per esempio, è lo stesso rischio che gli Stati Uniti corrono in Afghanistan, se non modificano la loro strategia alla nuova realtà: non solo potrebbero non raggiungere gli obiettivi attuali, ma potrebbero anche perdere quanto fin&#8217;ora ottenuto. Per trarre le corrette conclusioni, è però opportuno analizzare il caso cinese, quello iraniano e quello afghano in dettaglio.</p>
<p><strong>La politica verso la Cina</strong></p>
<p>La politica di distensione verso la Cina (ma anche verso la Russia) che Hillary Clinton ha voluto promuovere è, in verità, la continuazione della strategia diplomatica adottata verso Pechino fin dagli anni &#8216;70. L&#8217;unica differenza di rilievo è che mentre l&#8217;amministrazione Bush, in alcune occasioni, si è lasciata andare ad alcune orazioni retoriche sulla democrazia in Cina (da sottolineare, che queste disquisizioni non siano mai state seguite da alcunchè di concreto), Hillary ha preferito evitare alcun tipo di menzione. Un cambio radicale rispetto al passato? Non proprio, se consideriamo i fatti. Abissale se consideriamo le parole.</p>
<p><strong>Per quale motivo Hillary non ha voluto dire neanche una parola sui diritti umani?</strong> La questione è semplice. Ogni azione ha dei costi e dei benefici. In questo caso, mentre i benefici sarebbero stati pressochè nulli, i costi sarebbero potuti essere considerevoli. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina, in particolare in questo momento. Malgrado le sbadate dichiarazioni del Segretario al Tesoro Geithner della scorsa settimana, se la Cina smettesse di finanziare il deficit commerciale americano, la crisi in atto potrebbe assumere dimensioni maggiori rispetto a quelle attuali.</p>
<p>Allo stesso tempo, parlare pubblicamente di democrazia e diritti umani in Cina non sarebbe servito a molto (per essere sinceri, non servono proprio a nulla), se non a infastidire la leadership cinese, e rallegrare l&#8217;opinione pubblica americana. In altre parole, poiché la presidenza Obama ha finora goduto di un livello di consenso interno discretamente alto, non è ancora arrivato il momento di usare la politica estera e i diritti umani come arma di creazione di consenso di massa. Sollevare il tema dei diritti umani significava solamente correre dei rischi, che gli Stati Uniti in questo momento, non possono correre.</p>
<p><strong>L&#8217;Iran</strong></p>
<p>Veniamo ora al caso dell&#8217;Iran. Innanzitutto, per chi se lo fosse dimenticato, è opportuno ricordare alcuni fatti di primaria importanza per capire le relazioni con questo paese. In primo luogo, <strong>l&#8217;Iran prese parte alla conferenza internazionale di Berlino del 2001 con la quale si definì il futuro dell&#8217;Afghanistan post-talebano. Inoltre, dopo l&#8217;inizio dell&#8217;operazione Enduring Freedom collaborò significativamente con gli Stati Uniti consegnando loro membri di Al-Qaeda e guerriglieri talebani catturati mentre cercavano illegamente rifugio nel territorio iraniano.</strong></p>
<p>Sfortunatamente, questi fatti furono messi volentieri da parte dall&#8217;Amministrazione Bush e dalla schiera di &#8220;opinionisti&#8221; convinti che l&#8217;Iran fosse il più pericoloso nemico dell&#8217;Occidente. Non c&#8217;è dunque da stupirsi se, di lì a poco, le relazioni tra i due paesi degenerarono. E quando l&#8217;Iran offrì a Washington di abbandonare il suo programma nucleare, riconoscere Israele  e ristabilire le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti in cambio di una garanzia da parte di questi ultimi relativamente alla sua sicurezza, a Washington soffiava il vento della vittoria (eravamo nel mese di maggio 2003 appena qualche settimana dopo il rovesciamento del regime iracheno), e ci si illuse che l&#8217;Iran sarebbe stato il prossimo paese travolto dall&#8217;onda democratica in Medio Oriente. Le cose sono andate diversamente, e gli unici travolti sono stati i soldati americani in Iraq. Non dall&#8217;onda democratica, ma dall&#8217;onda di attacchi suicidi, a cui l&#8217;Iran decise di contribuire più o meno indirettamente.</p>
<p>Dopo due anni, <strong>con l&#8217;elezione di Ahmadinejad, l&#8217;Iran divenne definitivamente il nuovo nemico dell&#8217;Occidente nell&#8217;immaginario collettivo </strong> (è importante ricordare a proposito che Ahmadinejad sostituì il riformista Khatamì. Quando l&#8217;Iran era guidato da quest&#8217;ultimo, molti &#8220;esperti di Iran&#8221; ci dicevano che Khatamì non contava nulla, perchè il potere era in mano dell&#8217;ayatollah supremo Khamenei. Quando Ahadinejad fu eletto, di colpo in bianco gli stessi esperti di Iran iniziarono a dirci che il potere si trovava nelle mani del Presidente della Repubblica Islamica e non più in quelle dell&#8217;ayatollah supremo).</p>
<p><strong>Su </strong><em><strong>Epistemes</strong></em><strong> sono apparsi nel corso degli ultimi tre anni numerosi articoli nei quali spiegavamo come mai trattare con l&#8217;Iran fosse inevitabile</strong>. Quando sui giornali italiani si discettava ancora di improbabili bombardamenti israeliani, di fantomatiche guerre stellari, di ancora più improbabili attacchi nucleari contro Israele, su <em>Epistemes</em> spiegavamo che, prima o poi, gli Stati Uniti si sarebbero trovati a dover trattare con l&#8217;Iran per via della sua rilevanza geostrategica. Quel giorno è arrivato. Sarebbe potuto arrivare prima (alcuni degli articoli pubblicati in precedenza possono essere raggiunti attraverso i seguenti link: <a href=" http://epistemes.org/2006/11/17/perche-trattare-con-liran/">1</a>, <a href="http://epistemes.org/2006/09/22/india-usa-fattoreteheran/">2</a>, <a href="http://epistemes.org/2007/02/19/perche-un-iran-nucleare-non-rapresenta-necessariamente-una- ">3</a>, <a href="http://epistemes.org/wp-content//2008/06/dossieriran.pdf">4</a>, <a href="http://epistemes.org/2008/07/21/finalmente-si-tratta-con-liran/">5</a>, <a href="http://epistemes.org/2008/10/13/iran-le-leggende-che-diventano-realta/">6</a>).</p>
<p><strong>L&#8217;Iran è  un paese centrale nel panorama mediorientale e centrasiatico.</strong> Le sue riserve di gas sono tra le più grandi al mondo, mentre quelle di petrolio lo rendono il quarto produttore. Inoltre, attraverso lo Stretto di Hormuz, che è controllato direttamente da Teheran, passa più del 40% del petrolio mondiale trasportato via mare. Infine, l&#8217;Iran vanta una certa influenza sui gruppi sciiti iracheni, su Hezbollah in Libano e soprattutto su alcuni gruppi in Afghanistan. Confinando sia con l&#8217;Afghanistan che con l&#8217;Iraq, è palesemente ovvio che ogni strategia rivolta a migliorare la situazione interna a questi ultimi richieda la cooperazione di Teheran.</p>
<p>Quanto detto sarebbe però irrilevante se ignorassimo gli aspetti che abbiamo menzionato all&#8217;inizio di questo articolo: la forza relativa di un paese; e la sua strategia. L&#8217;Afghanistan è sempre più instabile, e i successi degli anni passati potrebbero presto apparire come ricordi lontani. Se ciò accadesse, si tratterebbe di una sconfitta epocale per gli Stati Uniti: il loro status di paese più potente al mondo verrebbe inevitabilmente compromesso; allo stesso tempo, il terrorismo riceverebbe nuova linfa da questa &#8220;vittoria&#8221;.</p>
<p>Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno attraversando un periodo difficile. <strong>Per via della crisi economica, le risorse disponibili sono inevitabilmente inferiori a quelle degli ultimi anni. Inoltre, per Washington anche le priorità sono cambiate, in quanto i problemi domestici distraggono e finiranno per distrarre molti degli sforzi dell&#8217;amministrazione Obama</strong>. Dunque, se la situazione in Afghanistan non ha fatto che peggiorare, mentre gli Stati Uniti si sono indeboliti sul piano internazionale, diventa chiaro che questi ultimi, da soli non possano raggiungere alcun risultato sicuro e stabile.</p>
<p>La scelta che spetta ad Obama, come precedentemente illustrato, è di priorità. Gli Stati Uniti potrebbero decidere di continuare con la politica del &#8220;non-dialogo&#8221; con l&#8217;Iran. Il costo di questa scelta sarebbe il rischio, serio e concreto, di mettere difinitivamente in forse il futuro dell&#8217;Afghanistan. Oppure, più razionalmente, gli Stati Uniti hanno la possibilità di mettere da parte la retorica degli ultimi anni, e chiedere l&#8217;aiuto dell&#8217;Iran. <strong>Come aveva detto il <a href="http://tpmelectioncentral.talkingpointsmemo.com/2008/10/mccains_hero_petraeus_i_do_thi.php">Generale Petreus</a>, personaggio che non può certo essere accusato di vigliaccheria, per vincere in guerra bisogna fare compromessi. Che piaccia, o che non piaccia, questa è la politica. Questa è la guerra.</strong></p>
<p><strong>I talebani</strong></p>
<p>Lo stesso identico discorso vale per i talebani. Dopo gli attacchi dell&#8217;11 settembre, si è diffusa la convinzione che i talebani siano tutti pazzi fanatici interessati solamente ad uccidere gli occidentali. Certamente questa caratterizzazione è vera per alcuni. Ma trattare come una verità assoluta quella che è una semplificazione superficiale è assai rischioso. Il rischio si trova proprio nel fatto che oggi, parlare di dialogo con i talebani, oggi, può apparire come una blasfemia.</p>
<p>In realtà, tra quelli che vengono comunemente identificati come talebani ci sono anche guerriglieri al soldo di signori della guerra (ossia, veri e propri &#8220;padroni&#8221; di un territorio che si sono imposti tramite l&#8217;uso della forza); popolazioni locali che si oppongono alla presenza americana; gruppi infiltrati dai servizi segreti pachistani, etc. Ciò non vuole dire che costoro siano brave persone. Questo è chiaro. Ma significa che tra i talebani ci sono individui che combattono per dei fini materiali ben chiari. Non si tratta quindi di soli pazzi fanatici.</p>
<p>Questo è l&#8217;aspetto importante da cogliere. Significa che <strong>parte del nemico contro il quale si combatte può essere &#8220;comprato&#8221;. Secondo un antico detto, </strong><em><strong>se non puoi sconfiggerli, alleati con loro</strong></em><em>. </em>Questo è il principio alla base della decisione di dialogare con i talebani. In questo gruppo eterogeneo è possibile rintracciare delle componenti con la quali, in cambio di cocnessioni di vario genere, si possono fare compromessi.</p>
<p>Ovviamente questo significherà mettere in secondo piano la democrazia, i diritti umani e tutte quelle altre belle cose che ci erano state promesse in merito all&#8217;Afghanistan. E già, pare propri che sarà così. Nuovamente, la decisione da prendere è di priorità. <strong>Obama potrebbe decidere di tirare diritto e continuare ad aspirare ad un Afghanistan democratico, trovandosi poi fra qualche anno in una situazione addirittura peggiore di quella attuale. Oppure, come vuole fare, può scegliere di decidere di mettere da parte per il momento i sogni riguardo la democrazia e i diritti umani, ma garantire, in cambio, la stabilità dell&#8217;Afghanistan.</strong></p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p><strong>La politica internazionale richiede decisioni defficili. Queste possono essere basate su un&#8217;attenta analisi della realtà, scegliendo con attenzioni gli obiettivi raggiungibili, e i cui benefici siano maggiori dei costi. Alternativamente, un attore può anche decidere di basarsi su considerazioni astratte: invece di considerare il mondo reale come punto di partenza, può identificare il mondo ideale che vorrebbe raggiungere, e ignorare ogni altro aspetto. </strong></p>
<p>Storicamente, chi ha perseguito la seconda strategia ha perso. Chi ha perseguito la prima ha vinto. La strategia di Obama è lungimirante perchè mira, prima di tutto, a raggiungere obiettivi che sono effettivamente raggiungibili. Ciò non vuole Obama dire che avrà sicuramente successo in Afghanistan &#8211; altri fattori giocheranno un ruolo fondamentale, ed è pertanto difficile fare previsioni. Almeno, però, la sua strategia non è destinata al fallimento fin dal principio.</p>
<p class="fbconnect_share"><fb:share-button class="url" href="http://epistemes.org/2009/03/30/la-politica-estera-di-obama/" /></p><hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/03/30/la-politica-estera-di-obama/">Permalink</a>
<br/>
Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>,  <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/>
</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
<ul>
	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
</ul>
<hr />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://epistemes.org/2009/03/30/la-politica-estera-di-obama/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
