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	<title>Epistemes.org &#187; Economia</title>
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	<description>Studi economici e politici</description>
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		<title>Controlli sui capitali, svolta storica?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 09:05:10 +0000</pubDate>
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Nel suo ultimo articolo, scritto per Project Syndicate, Dani Rodrik (economista eterodosso come può esserlo chi si discosta dai precetti di assoluta libertà dei movimenti di capitale) segnala un importante mutamento di rotta da parte del Fondo Monetario Internazionale, che lo scorso 19 febbraio ha pubblicato una nota di policy in cui si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Nel suo ultimo articolo, scritto per <em>Project Syndicate</em>, <a href="http://www.hks.harvard.edu/fs/drodrik/"><strong>Dani Rodrik</strong></a> (economista eterodosso come può esserlo chi si discosta dai precetti di assoluta libertà dei movimenti di capitale) segnala un importante <a href="http://www.project-syndicate.org/commentary/rodrik41/English">mutamento di rotta</a> da parte del <strong>Fondo Monetario Internazionale</strong>, che lo scorso 19 febbraio ha pubblicato una nota di <em>policy</em> in cui si sostiene che tassazione e restrizioni sugli afflussi di capitale possono essere utili, oltre a rappresentare uno strumento &#8220;legittimo&#8221; dell&#8217;armamentario dei <em>policymaker</em>.</p>
<p><span id="more-2245"></span>Si tratta di una dichiarazione per molti aspetti storica, che sovverte quella che per almeno due decenni è stata la granitica posizione ufficiale del FMI, reiterata non più tardi dello scorso novembre dallo stesso direttore generale del Fondo, <strong>Dominique Strauss-Kahn</strong>, in reazione alla tassa imposta dal governo brasiliano sulle transazioni finanziarie in entrata nel paese, nel tentativo di contrastare gli afflussi di &#8220;denaro caldo&#8221; speculativo. Questi afflussi valutari determinano non solo una pressione rialzista sul cambio dei paesi coinvolti, minandone la competitività, ma anche una più generale tendenza all&#8217;instabilità dei rapporti di cambio, che spesso finiscono con l&#8217;assumere andamenti esplosivi, al venir meno delle condizioni che hanno causato gli afflussi valutari, danneggiando lo sviluppo di Pil ed occupazione.</p>
<p>Il FMI fornisce l&#8217;elenco dei paesi (tra essi <strong>Cile</strong>, <strong>Colombia</strong> e <strong>Malaysia</strong>) che sono riusciti ad imporre controlli valutari efficaci, e Rodrik specifica che occorrerebbe un approccio contingente alla materia, poiché non tutte le tipologie di controlli (tasse, vincoli quantitativi, requisiti di riserva infruttifera) possono adattarsi alle caratteristiche istituzionali e burocratiche dei paesi interessati. Rodrik si spinge ad invocare la creazione di un ambito di ricerca ed <em>advisory</em>, entro il FMI, proprio per identificare a livello contingente le misure più efficaci per ogni paese coinvolto.</p>
<p><strong>Caduto lo stigma dei controlli di capitale, argomenta Rodrik, il prossimo passo è l&#8217;istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie globali</strong>, dall&#8217;aliquota estremamente contenuta (suggerito lo 0,05%), ma tale da raccogliere centinaia di miliardi di dollari, oltre a scoraggiare attività speculative di brevissimo termine sui mercati. Quella che fino a ieri sembrava un&#8217;eresia oggi potrebbe essere vista sotto una luce diversa. Si pensi alla criticità delle operazioni di <em>carry trade</em>, <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/03/09/sui-cds-aggiungo-che/">recentemente segnalata</a> anche da <strong>Oscar Giannino</strong>, come esito dell&#8217;attività di trading finanziario globale. Oppure al compito titanico, oltre che potenzialmente devastante sul piano sociale, che i governi dovranno affrontare nel tentativo di colmare le voragini aperte nei conti pubblici per effetto della crisi, che ha causato un crollo di gettito fiscale e l&#8217;espansione di programmi di sostegno ai disoccupati.</p>
<p>Gli squilibri valutari globali che caratterizzano la nostra epoca sono frutto del combinato disposto di una forte creazione di liquidità da parte delle banche centrali (segnatamente della Fed) e dell&#8217;affermarsi di un&#8217;innovazione finanziaria sempre più sofisticata, sia nelle forme tecniche contrattuali che nell&#8217;utilizzo della tecnologia, in mercati interconnessi in tempo reale. <strong>Una tassa sulle transazioni valutarie servirebbe ad aumentare il grado di &#8220;attrito&#8221; del sistema finanziario, riducendone l&#8217;intrinseca instabilità macroeconomica</strong>. Oggi, per contrastare il potenziale destabilizzante indotto dall&#8217;<em>hot money,</em> occorrerebbe pensare ad un&#8217;operazione di drenaggio della liquidità che, realisticamente, non ha alcuna possibilità di realizzarsi. Esiste, per contro, l&#8217;interesse convergente di molti paesi sviluppati e dei paesi emergenti. I primi, come detto, piagati da deficit di bilancio che, in assenza di crescita appaiono non recuperabili per via ordinaria; i secondi interessati a non vedere deragliare il proprio processo di decollo economico per opera di fondi volatili che per definizione hanno poca o nulla attinenza con la crescita.</p>
<p>Resta la risoluta opposizione degli Stati Uniti ad ogni ipotesi di tassazione dei flussi finanziari internazionali, recentemente ribadita dal Segretario al Tesoro, <strong>Timothy Geithner</strong>. Una posizione che potrebbe essere rivista, se la crisi continuerà a devastare i conti pubblici, e data la conclamata incapacità a riformare le istituzioni finanziarie globali per controllare o attenuare il rischio sistemico da esse generato. Per ora ci basta constatare che il FMI ha abiurato da quello che da sempre rappresentava il suo primo dogma. Viviamo tempi decisamente interessanti.</p>
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		<title>Ma la colpa non è dei CDS</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/03/09/ma-la-colpa-non-e-dei-cds/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Cosa c&#8217;è di meglio, per la classe politica, che trovare un capro espiatorio eclatante come la speculazione? E&#8217; perfetta, si porta in tutte le stagioni, crea un discreto ricompattamento del campo domestico, anche in caso di adozione di misure impopolari. Ecco spiegato il motivo della caccia alle streghe nei confronti dei Credit Default [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Cosa c&#8217;è di meglio, per la classe politica, che trovare un capro espiatorio eclatante come la speculazione? E&#8217; perfetta, si porta in tutte le stagioni, crea un discreto ricompattamento del campo domestico, anche in caso di adozione di misure impopolari. Ecco spiegato il motivo della caccia alle streghe nei confronti dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Credit_default_swap"><em>Credit Default Swap</em></a> (CDS), lo strumento più citato (e meno capito) da media ed eletti, in questo periodo.</p>
<p><span id="more-2227"></span>Nei giorni scorsi vi è stata una vasta <strong>chiamata alle armi contro i CDS</strong>, responsabili (secondo alcuni) dell&#8217;aggravamento della crisi greca, in termini di maggiori oneri di servizio del debito, tali da soffocare nella culla ogni tentativo di risanamento fiscale. Il grido di battaglia di <strong>George Papandreou</strong> e del governo di Atene è &#8220;<em>la Grecia deve indebitarsi sui mercati allo stesso costo degli altri paesi europei</em>&#8220;. Proposito lodevole, che tuttavia prescinde dal fatto che il costo del debito è legato alle prospettive di rimborso, cioè al rischio di credito. Quest&#8217;ultimo ha fatto irruzione in Eurolandia come un elefante nella cristalleria, ed è destinato a restarvi. Papandreou ha finito col credere, non è dato sapere se in buona fede o meno, che ogni differenziale nel costo del debito greco rispetto al resto della zona Euro sia imputabile all&#8217;attività degli &#8220;speculatori&#8221;, segnatamente di quelli in CDS. Per qualche giorno anche gli altri governi europei hanno fatto mostra di credergli, ed hanno minacciato neppure troppo velatamente di bandire il trading sui CDS.</p>
<p><strong>L&#8217;operazione, che fosse studiata a tavolino o meno, è servita nel breve termine</strong> perché molti &#8220;speculatori&#8221; hanno deciso di chiudere le posizioni ribassiste sul rischio sovrano greco, vendendo cioè la protezione che avevano in precedenza acquistato. In parallelo a ciò (vedremo tra poco il flusso causale), anche il cosiddetto mercato <em>cash</em>, cioè i titoli di stato greci, sono stati interessati da correnti di acquisto e riacquisto, ed hanno visto stringere significativamente (pur se ancora su livelli molto elevati) il differenziale con i Bund tedeschi. Negli stessi giorni in cui in Eurolandia si discuteva del divieto di trading sui CDS &#8220;<em>naked</em>&#8221; (&#8220;nudi&#8221;,cioè quelle situazioni in cui si compra protezione su una entità creditizia senza possedere i titoli sottostanti), il Dipartimento della Giustizia statunitense si è messo ad investigare sulla possibilità che &#8220;alcuni hedge funds&#8221; (pare non più di quattro o cinque) abbiano &#8220;cospirato&#8221; per provocare un indebolimento dell&#8217;euro.</p>
<p><strong>Questa tesi è quasi surreale</strong>: quanto può &#8220;muovere&#8221; un hedge fund, inclusa la propria leva finanziaria? Diciamo cinquanta miliardi di euro? Cento? Duecento? Moltiplicate per cinque, e riflettete sul fatto che ogni giorno, sui mercati valutari, vengono movimentate alcune migliaia di miliardi di euro. E&#8217; realistico pensare che sia possibile &#8220;attaccare l&#8217;euro&#8221; orchestrando vendite per una frazione trascurabile dell&#8217;interscambio giornaliero del mercato valutario? E peraltro, indebolire la moneta unica avrebbe fatto solo un favore ai governi di Eurolandia, desiderosi di far respirare il proprio export. Forse non è un caso che l&#8217;indagine sia partita dagli Stati Uniti, che dall&#8217;indebolimento dell&#8217;euro hanno solo da perdere. Ma qui scadremmo nel cospirazionismo.</p>
<p>Tornando all&#8217;epica lotta dei greci contro i CDS, la criminalizzazione dei derivati creditizi deriverebbe dal fatto che gli stessi sono visti come <em>driver</em> delle discese di prezzo dei titoli di stato. Le cose non stanno così, spesso anzi accade il contrario: si inizia con correnti di vendita sul <em>cash</em> che innescano acquisti di protezione sul CDS, che a loro volta frenano la tendenza principale. <strong>E&#8217; necessario, a questo punto, introdurre una tecnicalità</strong>: si dice <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CAsQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.yieldcurve.com%2FMktresearch%2Ffiles%2FChoudhry_BasisTrade_Jul06_Logo.pdf&amp;ei=NH6VS5boL8jFsgakwrGUAw&amp;usg=AFQjCNEpnRAHqcBQmxc7khKvJBS-hallDA&amp;sig2=VbI87O6xM2kjYFCeRUhAsQ">base</a> (<em>basis</em>, in inglese) la differenza tra il livello del CDS e quello del bond fisico. Quando la base è negativa (cioè lo spread del bond è più ampio di quello del CDS), gli arbitraggisti comprano il titolo e si coprono comprando protezione. Così facendo si blocca un profitto pari all&#8217;ampiezza della base. <strong>In natura le basi negative non durano molto, vengono cioè molto rapidamente arbitraggiate. Ciò che può durare indefinitamente sono invece le basi positive</strong>, cioè situazioni in cui il CDS è più largo dello spread sul bond sottostante. In questi casi per eseguire l&#8217;arbitraggio servirebbe vendere allo scoperto il titolo fisico e vendere protezione sul CDS. Ciò difficilmente avviene, perché non sempre è possibile vendere allo scoperto l&#8217;obbligazione sottostante: spesso la richiesta di prestito del titolo è talmente elevata che il medesimo diventa &#8220;<em>special</em>&#8221; sul mercato <em>repo</em>, ed il canale di arbitraggio salta.</p>
<p>Da un grafico pubblicato nei giorni scorsi da <em>FT-Alphaville</em>, si evince che i principali debitori europei hanno tutti <a href="http://ftalphaville.ft.com/blog/2010/03/02/162001/on-the-non-existent-basis-of-a-greek-cds-ban/">la base positiva</a>, in modo più o meno accentuato, in particolare <strong>Italia</strong> e <strong>Spagna</strong>, mentre la <strong>Grecia</strong> ha (o aveva, la scorsa settimana) una base nulla. In concreto, che significa? Che mentre è possibile guidare al rialzo il prezzo di un titolo in presenza di base negativa, <strong>la presenza di una base positiva non trasmette direttamente il movimento ribassista ai titoli sottostanti</strong>. In altri termini, nel caso greco il mercato ha cominciato a vendere i bond fisici, creando così una base negativa che è stata arbitraggiata dai trader, che hanno comprato protezione sui CDS. Senza questa operazione, la corrente di vendita dei titoli di stato greci non avrebbe trovato alcun elemento frenante. <strong>Detto in altri ed ulteriori termini, la magnitudine di una base positiva ha relativamente poco effetto sul livello dei bond sottostanti. Ciò significa che incolpare i CDS per la discesa di prezzo di titoli di stato di un paese con ampi e crescenti deficit e debito pubblico ha assai poco senso</strong>.</p>
<p>Ora anche il regolatore finanziario tedesco, <em>BaFin</em>, è giunto a concludere che i CDS non sono stati usati per condurre un attacco speculativo contro la Grecia (qualsiasi cosa significhi l&#8217;espressione &#8220;attacco speculativo&#8221;), ma George Papandreou non si arrende ed è tornato a chiedere al mondo un intervento di <a href="http://www.nytimes.com/2010/03/09/business/global/09drachma.html">repressione contro il trading speculativo</a>. Programma mediamente impegnativo<strong> </strong>. E&#8217; possibile che si giunga a vietare l&#8217;operatività &#8220;nuda&#8221; sui CDS, cioè l&#8217;acquisto di protezione senza possedere i titoli sottostanti da proteggere. Lo stesso <strong>Mario Draghi</strong>, in sede di <em>Financial Stability Board</em>, ha detto che i CDS suscitano &#8220;disagio&#8221; (<em>uneasiness</em>); ma anche in questo caso non si eviterà l&#8217;allargamento degli spread su entità il cui merito di credito sta deteriorandosi.</p>
<p>Il governo greco, ed i politici di ogni latitudine, farebbero meglio ad acquisire questo concetto. Solo il risanamento e il ritorno alla crescita tengono lontana la &#8220;speculazione&#8221;. E mai come in questa circostanza le virgolette sono state più appropriate.</p>
<li>Lettura complementare consigliata: le <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/03/09/sui-cds-aggiungo-che/">considerazioni </a>di <strong>Oscar Giannino</strong>;</li>
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		<title>Su previdenza e welfare occorre una Grande Riforma</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/02/22/su-previdenza-e-welfare-occorre-una-grande-riforma/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 10:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ordinaria manutenzione non basta
di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Nei giorni scorsi il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha scritto una lettera al Foglio per segnalare le evidenze dell&#8217;ultimo Sustainability Report 2009 sulla spesa pensionistica, elaborato dalla Direzione Generale degli Affari Economici e Finanziari della Commissione europea. Secondo tale rapporto, che misura il gap di sostenibilità, cioè di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;ordinaria manutenzione non basta</h3>
<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Nei giorni scorsi il ministro dell&#8217;Economia, <strong>Giulio Tremonti</strong>, ha scritto <a href="http://www.mef.gov.it/documenti/open.asp?idd=23624">una lettera al <em>Foglio</em></a> per segnalare le evidenze dell&#8217;ultimo <em>Sustainability Report 2009</em> sulla spesa pensionistica, elaborato dalla Direzione Generale degli Affari Economici e Finanziari della Commissione europea. Secondo tale rapporto, che misura il gap di sostenibilità, cioè di quanto dovrebbe aumentare l&#8217;avanzo primario di ogni paese per porre in equilibrio la spesa pensionistica, l&#8217;Italia si collocherebbe ampiamente sotto la media europea.</p>
<p><span id="more-2212"></span>A noi servirebbe “solo” un 1,4 per cento in più di avanzo primario su Pil, contro la media Ue del 6,5 per cento e situazioni patologiche in doppia cifra, come quelle irlandese, greca, britannica, spagnola. Non a caso, tutti quei paesi che stanno avendo le maggiori difficoltà a gestire l&#8217;attuale crisi economica, e quelle che dovrebbero porre mano con maggiore urgenza a risparmi previdenziali. <strong>Per Tremonti, quindi, il sistema previdenziale italiano è in equilibrio finanziario strutturale, e non sarebbero necessarie riforme</strong>.</p>
<p>Posizione condivisibile, se non fosse che il problema italiano, oltre alla precaria situazione di finanza pubblica, resta quello del <strong>peso sproporzionato della spesa pensionistica sul totale della spesa sociale</strong>. Secondo l&#8217;Ocse, la spesa pensionistica italiana assorbe il 14 per cento del Pil ed il 30 per cento del totale della spesa pubblica, valori all&#8217;incirca doppi rispetto alla media dei paesi Ocse. Le critiche a tale dato, non prive di fondamento, sostengono che in Italia la rendita pensionistica è sottoposta a tassazione, a differenza che in altri paesi. Al netto della fiscalità, quindi, il differenziale si restringe. O ancora, che in Italia esisterebbe commistione tra spesa previdenziale ed assistenziale, tema da sempre caro ai sindacati, soprattutto quando si tratta di mettere mano a riforme previdenziali. Tutto più o meno vero, ma resta il problema di fondo: in Italia la spesa previdenziale in senso lato (ed il bilancio Inps, che con essa si identifica) ha finito con l&#8217;assumere un ruolo di supplenza di altri istituti di spesa sociale, inesistenti o gravemente sottodimensionati rispetto ai paesi con i quali ci confrontiamo.</p>
<p><strong>In Italia di fatto non esiste un sussidio universale di disoccupazione, legato cioè alla tutela del lavoratore e non del posto di lavoro</strong>. Il governo, per affrontare la crisi, ha istituito la cassa integrazione in deroga, che comprende anche alcune figure professionali e contrattuali, come gli apprendisti e gli interinali, che in precedenza ne erano state escluse. Si tratta di un intervento necessario, utile nel breve termine per ridurre le tensioni più acute legate alla crisi, pur con molte inefficienze di sistema, legate ad esempio alla lenta tempistica di erogazione dell&#8217;indennità, ma resta una misura che non copre la totalità dei soggetti interessati, come mostrano i recenti dati della Banca d&#8217;Italia, che individuano una platea di non meno di 1,5 milioni di persone prive di ogni tipo di protezione reddituale.</p>
<p><strong>Ma in questa crisi la cassa in deroga finisce anche col porsi come “prolungamento” della cassa integrazione straordinaria (cigs)</strong>, erogata a fronte di situazioni non temporanee di crisi aziendale. Spesso, tali situazioni di crisi non sono reversibili, ed il rischio è che tali erogazioni ostacolino la dolorosa ma necessaria espulsione dal mercato di imprese decotte, rallentando crescita e sviluppo della produttività, oltre ad assorbire risorse fiscali in modo inefficace ed inefficiente. Nella recente, futile polemica contro la Banca d&#8217;Italia sul “vero” tasso di disoccupazione italiano, con il ministro del Lavoro <strong>Maurizio Sacconi</strong> impegnato a difendere con le unghie e con i denti un dato italiano solo apparentemente inferiore alla media europea, a molti è sfuggito proprio un aspetto riconducibile alla staticità ed al dualismo del nostro mercato del lavoro e del nostro sistema di protezione sociale. Un tasso di attività troppo basso che tende a produrre, a parità di ogni altra condizione, tassi di disoccupazione minori; ed un sistema di sussidi a beneficio solo degli <em>insider</em>, che maschera la disoccupazione, ritardando le necessarie ristrutturazioni aziendali.</p>
<p><strong>Occorre quindi superare questi interventi di emergenza, introducendo un modello universalistico di protezione sociale legato alla persona, e non al posto di lavoro</strong>. Se il sistema-Inps appare, oggi, in equilibrio finanziario, come sostiene Tremonti, ciò <strong>non vuol dire che il paese disponga di un sistema di ammortizzatori sociali efficace ed efficiente</strong>. Allo stesso modo in cui occorre guardarsi da trionfalismi sull&#8217;avanzo finanziario del nostro istituto di previdenza sociale, frutto del recente aumento della pressione contributiva (che deprime il potere d&#8217;acquisto dei lavoratori, sarebbe utile ricordarlo), oltre che di un fenomeno di riduzione del numero di pensionamenti di anzianità le cui cause andrebbero meglio indagate, per verificare si si tratti di fenomeno transitorio o strutturale. L&#8217;età media effettiva di pensionamento, secondo il presidente dell&#8217;Inps, è ormai sopra i 60 anni. Anche così, il differenziale con la speranza di vita sta continuando ad allargarsi. Il governo ha approvato, la scorsa estate, un processo di revisione demografica delle età di pensionamento, pur presentandolo come un “non evento”, tale cioè da determinare, secondo le simulazioni, solo un trimestre di innalzamento dell&#8217;età pensionabile entro il prossimo quinquennio. Per motivi non immediatamente comprensibili, tale misura verrà applicata solo nel 2015. Meglio sarebbe stato lavorare da subito per l&#8217;eliminazione delle pensioni di anzianità.</p>
<p><strong>Ma una riforma ad ampio spettro del welfare non passa solo attraverso interventi sui requisiti di pensionamento</strong>. Da recenti simulazioni, illustrate da <strong>Tito Boeri</strong> sul sito <em>lavoce,info</em>, emerge <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001489.html">una devastante falcidie dell&#8217;assegno pensionistico</a> di un lavoratore precario rispetto ad un <em>insider</em> che parte da subito con un contratto a tempo indeterminato. Sotto diversi scenari di crescita, sempre intorno a quello che oggi appare il potenziale dell’economia italiana, cioè incrementi dell’1 per cento annuo del Pil, ed utilizzando i coefficienti di trasformazione in vigore oggi il precario si ritroverà, al termine della sua carriera lavorativa, con un assegno pensionistico inferiore del 30 per cento rispetto al lavoratore &#8220;stabile&#8221;. <strong>Questa simulazione illustra perfettamente la devastazione previdenziale prodotta dal precariato, e conferma l’esigenza di muoversi rapidamente verso il contratto unico a tutele crescenti nel tempo</strong>, dove per “contratto unico” si intende evidentemente l’unificazione dell’aspetto normativo relativo alla risoluzione dei rapporti di lavoro. La finalità di questo contratto sarebbe infatti quella di eliminare o ridurre significativamente il dualismo del mercato italiano del lavoro. Avere un sistema previdenziale prospetticamente in equilibrio anche per effetto del precariato odierno è moralmente inaccettabile.</p>
<p><strong>Dal mercato del lavoro alle pensioni tutto si tiene, tutto invoca una Grande Riforma</strong>. Perché lo <em>status quo</em> non è un&#8217;opzione. Anche se, da un punto di vista strettamente ragionieristico, Tremonti ha innegabilmente ragione. Ma i paesi si governano con la visione strategica, oltre che con le compatibilità finanziarie, che pure sono imprescindibili.</p>
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		<title>La fabbrica della deflazione</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/02/19/la-fabbrica-della-deflazione/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 18:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Nel mese di gennaio l&#8217;indice dei prezzi al consumo statunitensi è  cresciuto dello 0,2 per cento, contro attese per un incremento  dello 0,3 per cento. Il dato di rilievo è che, escludendo le componenti  volatili di energia ed alimentari (il cosiddetto indice core), i  prezzi sono diminuiti nel mese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Nel mese di gennaio l&#8217;indice dei prezzi al consumo statunitensi <a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&amp;sid=aS1j.7ZpPgMI&amp;pos=1">è  cresciuto dello 0,2 per cento</a>, contro attese per un incremento  dello 0,3 per cento. Il dato di rilievo è che, escludendo le componenti  volatili di energia ed alimentari (il cosiddetto indice <em>core</em>), <strong>i  prezzi sono diminuiti nel mese dello 0,1 per cento</strong> (per la prima  volta dal 1982), contro attese per un aumento dello 0,1 per cento. E&#8217;  vero che un singolo dato non è rappresentativo di una tendenza, ma è  importante osservare che nel mese si è avuto un ribasso dello 0,5 per  cento alla voce <em>shelter</em>, che indica abitazioni in senso lato, ed  include tariffe alberghiere ma soprattutto affitti, sia quelli  effettivamente pagati dagli inquilini, che quelli figurativi per i  proprietari (<a href="http://www.investopedia.com/terms/o/owners-equivalent-rent.asp"><em>owner&#8217;s  equivalent rent</em></a>).</p>
<p><span id="more-2202"></span>Il dato di fondo è che <strong>gli affitti stanno scendendo</strong>, a causa della crisi, dell&#8217;eccesso di abitazioni presenti sul mercato, della conversione da venditori a locatori di alcuni proprietari (inclusi i costruttori). <strong>Poiché gli affitti hanno un peso elevato sul paniere dei prezzi al consumo (addirittura il 40 per cento sull&#8217;indice <em>core</em>), ecco che si esercita una pressione disinflazionistica sull&#8217;economia</strong>. A cui si aggiunge l&#8217;insufficiente sviluppo dei redditi personali, causato dalle pessime condizioni del mercato del lavoro. E&#8217; poi significativo che nel mese di gennaio, quello delle tradizionali revisioni dei listini, i prezzi delle auto nuove siano calati dello 0,5 per cento, quando invece abitualmente in questo mese si verificano aumenti. <strong>La somma di queste tessere ci dà un quadro di pressione deflazionistica complessiva</strong>, indirettamente riscontrata nell&#8217;andamento degli aggregati monetari e creditizi. Da inizio anno, infatti, il credito bancario statunitense <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/7259323/US-bank-lending-falls-at-fastest-rate-in-history.html">si è contratto</a> del 16 per cento su base annualizzata. Nel frattempo <strong>il moltiplicatore monetario resta cocciutamente sotto l&#8217;unità</strong>, <a href="http://phastidio.net/2009/01/06/il-moltiplicatore-scomparso/">proseguendo una tendenza</a> che l&#8217;eccezionale espansione monetaria gestita dalla Fed neppure ha scalfito.</p>
<p><strong>La sintesi è presto fatta: ogni ipotesi di stretta monetaria, in questo momento, equivarrebbe ad un suicidio</strong>. Siamo saldamente entro un paradigma di <em>deleveraging</em>, cioè di riduzione del debito, i sistemi bancari sono e restano &#8220;rotti&#8221;, la probabilità che le economie occidentali sviluppate siano finite dentro un &#8220;decennio perduto&#8221; alla giapponese cresce ogni settimana che passa.</p>
<p><strong>P.S.</strong> Immaginiamo  le obiezioni allo scenario  disinflazionistico/deflazionistico qui disegnato: sarebbe sconfessato  dal <a href="http://www.marketwatch.com/story/us-producer-prices-soar-14-on-energy-costs-2010-02-18">forte  rialzo dell&#8217;indice dei prezzi alla produzione</a> in gennaio. In  realtà, non c&#8217;è alcuna contraddizione: semplicemente, <strong>le imprese in  questo scenario restano condannate a non riuscire a traslare a valle i  maggiori costi degli input</strong>. Mancano, cioè, di <em>pricing power</em>, e  dai rialzi dei prezzi alla produzione subiscono soprattutto una  compressione tendenziale dei margini. Aggiungete la dinamica di  rafforzamento del dollaro, che pare destinata a restare con noi per non  breve periodo, viste anche le problematiche europee, ed avrete  l&#8217;equivalente di una stretta monetaria sul dollaro, destinata a  frustrare l&#8217;aspirazione di <strong>Barack Obama</strong> a veder sviluppare  l&#8217;export americano. L&#8217;anticamera di nuove iniziative protezionistiche?</p>
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		<title>Quando il governo economico dell’Ue diventa un’opportunità</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 10:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Nei giorni scorsi, in occasione del Consiglio europeo straordinario, il presidente del consiglio ha affermato di avere posto il problema del peso eccessivo delle pensioni sui conti pubblici dei paesi europei. Circostanza ed affermazione piuttosto irrituali, poiché la gestione dei sistemi previdenziali e della spesa da essi prodotta non pare rientrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, in occasione del Consiglio europeo straordinario, il presidente del consiglio ha affermato di avere posto il problema del peso eccessivo delle pensioni sui conti pubblici dei paesi europei. Circostanza ed affermazione piuttosto irrituali, poiché la gestione dei sistemi previdenziali e della spesa da essi prodotta non pare rientrare tra le attuali prerogative dell&#8217;Unione europea. Soprattutto, una frase che appare in contrasto con la presa di posizione del ministro del Lavoro, <strong>Maurizio Sacconi</strong>, che ha più volte dichiarato che l&#8217;Italia, a differenza di altri (la Spagna, ad esempio), avrebbe già messo in sicurezza i propri conti previdenziali, e che ha in seguito precisato che l&#8217;intervento di Berlusconi in sede europea &#8220;non era riferito all&#8217;Italia&#8221;.</p>
<p><span id="more-2191"></span>Sacconi si riferiva alla misura, adottata dal nostro paese, che stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2015 &#8220;i requisiti di età anagrafica per  l’accesso al sistema pensionistico sono adeguati all’incremento della  speranza di vita accertato dall’Istat e validato da Eurostat con  riferimento al quinquennio precedente&#8221;. In quella circostanza, forse per timore di apparire troppo decisionista, il governo precisò che &#8220;l’incremento dell’età pensionabile riferito al primo quinquennio  antecedente non può comunque superare i tre mesi”. E lo stesso Sacconi precisò, <em>ad abundantiam</em>, che questo trimestre di incremento non era per nulla certo, poiché le statistiche sembravano indicare &#8220;una tendenza alla riduzione della speranza di vita dei lavoratori immigrati in Italia&#8221; (sic).</p>
<p>Sorvoleremo su questa schizofrenia della classe politica italiana, soprattutto di centrodestra, che nei giorni pari dileggia l&#8217;Europa con l&#8217;ormai stucchevole battuta sulla curvatura delle banane, e in quelli pari invoca Bruxelles come ineluttabile <em>dominus</em> che ci chiede di fare riforme, dal processo breve alle pensioni. Certo, è sempre più facile invocare pressioni esterne per le misure impopolari, così si può sostenere di essere costretti da altri a fare ciò che altrimenti non si sarebbe fatto. E ci si può perfino lamentare. Ma battute macabre sulla speranza di vita degli immigrati a parte, il tema delle pensioni in Europa è interessante perché suggerisce, forse al di là della volontà del proponente, che <strong>esistono spazi per un reale governo economico dell&#8217;Unione europea, che oggi appare soprattutto una unione monetaria sull&#8217;orlo di una crisi di nervi</strong>.</p>
<p>Sappiamo da sempre che il problema dell&#8217;Eurozona è quello di non essere un&#8217;area valutaria ottimale, cioè di non riuscire a gestire shock asimmetrici che colpiscono propri membri. Prendiamo il caso del processo di aggiustamento oggi richiesto a paesi come Spagna, Grecia e Irlanda. Se questi paesi avessero una propria divisa, il problema verrebbe gestito attraverso il suo deprezzamento, oltre che con il raffreddamento congiunturale che porterebbe, attraverso la riduzione di salari e prezzi, alla contrazione delle importazioni ed all&#8217;aumento di competitività del paese coinvolto. Purtroppo la leva del deprezzamento del cambio è preclusa a livello nazionale, e deve essere sostituita con una dolorosa deflazione, che esacerba i problemi di disoccupazione e quelli di crollo del gettito fiscale. E qui potrebbe risiedere l&#8217;idea di dare una svolta al governo dell&#8217;Unione europea.</p>
<p><strong>Pensiamo agli stati americani</strong>. Quando uno di essi è in recessione, si innescano movimenti di migrazione interna verso stati con migliori opportunità occupazionali. Nel frattempo, scattano misure di protezione di welfare, come i sussidi di disoccupazione, che sono gestite in forma prevalentemente centralizzata dal governo federale. Certo, negli Usa la mobilità interstatale è agevolata anche dall&#8217;assenza di barriera linguistica, a differenza dell&#8217;Europa, ma ipotizzare la <strong>creazione di una gestione centralizzata delle protezioni sociali</strong>, magari attraverso ristrutturazione del bilancio comunitario, potrebbe servire ad evitare enormi buchi di bilancio nei paesi colpiti da gravi shock economici, che sono oggi costretti a provvedere autonomamente alla gestione dei sussidi, con un devastante impatto sulle proprie finanze pubbliche, che a sua volta tende a produrre circoli viziosi.</p>
<p>Ecco, questo è quello che vorremmo sentir proporre da un premier italiano a Bruxelles: una grande visione politica d&#8217;insieme, sganciata dalle contingenze domestiche. Sarebbe il modo migliore per la politica di riappropriarsi delle proprie prerogative, ed evitare di adombrarsi quando visioni riformiste a vasto spettro vengono <a href="http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_13/draghi-forex_e7271656-188b-11df-adbd-00144f02aabe.shtml">espresse dal governatore della Banca d&#8217;Italia</a>, magari tacciandolo di invasione tecnocratica di campo.</p>
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		<title>La Grecia soffre, la Spagna scricchiola, ma anche l&#8217;Italia non si sente troppo bene</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/02/08/grecia-soffre-spagna-scricchiola-italia-non-troppo-bene/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 10:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
La turbolenza di queste settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di default sovrano della Grecia, ha innescato un prevedibile effetto di contagio, esteso a Portogallo e Spagna. L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>La turbolenza di queste settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di <em>default</em> sovrano della <strong>Grecia</strong>, ha innescato un prevedibile effetto di contagio, esteso a <strong>Portogallo</strong> e <strong>Spagna</strong>. L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco  di consolidamento fiscale, non ha tranquillizzato i mercati, che  continuano a ritenere il paese ellenico incapace di raggiungere  l’obiettivo. La tensione si è in seguito estesa anche al <strong>Portogallo</strong>,  dove il governo di minoranza del socialista <strong>José Socrates</strong> potrebbe essere costretto a dimettersi per l’impossibilità a far  passare le misure di stretta fiscale necessarie alla riduzione del  deficit. Anche la <strong>Spagna</strong> è tornata sotto i riflettori, per analoghe  considerazioni.</p>
<p><span id="more-2183"></span><strong>Questi paesi sono arrivati alla crisi con forti squilibri macroeconomici, rappresentati da una costante perdita di competitività</strong>, con costi del lavoro per unità di prodotto in costante aumento dal momento dell&#8217;entrata nell&#8217;euro. Il dividendo rappresentato dalla convergenza all&#8217;euro (i tassi d&#8217;interesse molto bassi rispetto al passato) è stato sprecato per non aver ristrutturato l&#8217;economia, la crescita è stata fondata sull&#8217;indebitamento estero, mentre la produttività è rimasta stagnante ed i costi del lavoro sono aumentati. L&#8217;inflazione è cresciuta, i tassi d&#8217;interesse reali sono diventati negativi, drogando ulteriormente i consumi ed il settore delle costruzioni. Oggi Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna devono recuperare competitività, ma non disponendo della leva del cambio, potranno farlo solo passando attraverso una dolorosa deflazione, fatta di tagli a stipendi e pensioni ed elevata disoccupazione.</p>
<p>Mentre l&#8217;Irlanda pare aver accettato i sacrifici indotti da questo aggiustamento, la Grecia si trova in una condizione di forti e crescenti tensioni sociali, il Portogallo ha un governo socialista di minoranza che non riesce a far passare le necessarie misure di austerità, mentre il governo Zapatero sta tentando di adottare misure di riequilibrio, attraverso il contenimento della spesa pubblica, soprattutto previdenziale. Questa situazione è figlia della natura di questa crisi, che è una crisi da eccesso di debito e come tale non è assolutamente assimilabile alle normali crisi da ciclo economico. Questa tipologia di crisi tende a produrre default sovrani, come magistralmente illustrato da <strong>Kenneth Rogoff</strong> e <strong>Carmen Reinhart</strong> nel libro &#8220;<a href="http://www.amazon.com/This-Time-Different-Centuries-Financial/dp/0691142165"><em>This Time is Different</em></a>&#8220;, un&#8217;imponente opera analitica su otto secoli di bolle finanziarie e sulle loro conseguenze.</p>
<p><strong>Il problema principale, per Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, è l&#8217;ampiezza del deficit, che sta velocemente accrescendo il loro stock di debito</strong>. Ma il problema chiave è la componente estera del debito, che per tutti questi paesi è elevatissima. Che accadrebbe se i creditori decidessero di liberarsi di questi titoli, e di non sottoscriverne di nuovi? Semplicemente, l&#8217;insolvenza. Ad oggi questi paesi, in particolare la Grecia, hanno potuto sfruttare la finestra di indebitamento della Banca Centrale Europea, che fino alla fine del 2010 (salvo proroga) accetta a garanzia titoli aventi rating minimo di tripla B, e non più di singola A, come era stato fino a prima della crisi. Il problema più grave lo ha Atene, che presto potrebbe perdere l&#8217;unica singola A che le è rimasta (quella di Moody&#8217;s) e con essa la possibilità di utilizzare propri titoli per ottenere finanziamenti. Ma i mercati guardano avanti, e scommettono sull&#8217;incapacità della Ue a gestire la crisi, rafforzati in questo convincimento dall&#8217;apparente linea dura del governo tedesco, che a parole si è detto finora contrario a salvataggi, anche a quelli basati su pesanti condizioni in capo ai debitori. Le prossime settimane diranno se i tedeschi stanno bluffando, ma è fin d&#8217;ora chiaro che il loro sistema bancario, che da sempre intermedia gli imponenti surplus commerciali del paese, è pesantemente esposto verso i debitori, e solo l&#8217;assoluta opacità dei conti delle banche tedesche, custodita finora soprattutto grazie alla connivenza dei governi che si sono succeduti a Berlino, ha impedito l&#8217;emergere del problema in tutta la sua gravità.</p>
<p><strong>La posizione italiana, in questa crisi, è fatta di poche luci e molte ombre</strong>. Le luci derivano dal fatto che noi abbiamo uno squilibrio dei conti con l&#8217;estero complessivamente assai minore rispetto ai paesi oggi bersagliati dai mercati finanziari, ed abbiamo anche meno stock di debito estero, oltre ad un tasso di risparmio interno soddisfacente. Le ombre derivano dalla nostra storica incapacità a crescere. Il problema dei problemi, quello che sta rapidamente portando i nodi al  pettine, è l&#8217;insufficiente crescita economica del dopo-crisi. <strong>Il Pil  cresce meno del costo del debito, che rischia quindi di incamminarsi su una  traiettoria esplosiva. Questo è il problema italiano, unitamente al fatto che l&#8217;andamento dei nostri costi unitari del lavoro appare</strong><strong> sinistramente simile a quello dei paesi oggi al centro della crisi.</strong></p>
<p>Quando si ha un rapporto debito-Pil del 120 per cento e non si riesce a produrre crescita, i creditori si innervosiscono ed i mercati fiutano l&#8217;odore del sangue. Per questo l&#8217;ottimismo manieristico del nostro governo, che appare ormai vittima di una sindrome di rifiuto della realtà, rischia di fare precipitare anche la nostra situazione. L&#8217;Italia non riesce a frenare l&#8217;espansione dell&#8217;incidenza della spesa pubblica sul Pil, che viene rincorsa da un continuo, strisciante aumento della pressione fiscale. Ma, come mostra una schiacciante evidenza empirica ormai secolare, l&#8217;aumento della pressione fiscale frena la crescita, e genera una spirale che rischia di essere mortale. <strong>Ridurre le tasse significa ridurre l&#8217;incidenza della pressione fiscale sul Pil, non tagliare singole imposte. L</strong><strong>a pressione fiscale italiana è rimasta stabile durante la crisi, mentre il paese ha perso circa 6 punti percentuali di Pil</strong>. Se da un lato ciò ha rassicurato i mercati sulla nostra solvibilità di breve termine, dall&#8217;altro ha finito con lo stringere il cappio al collo della nostra crescita potenziale, già rachitica, e rischia seriamente di farci avvitare su noi stessi. I prossimi mesi saranno decisivi per la costruzione europea, ma ancor più potrebbero esserlo per il nostro paese. La nostra classe politica (soprattutto di governo) guarda alle prossime elezioni amministrative come ad una sorta di giudizio divino, senza rendersi conto che il vero <em>redde rationem</em> verrà dai mercati finanziari. Ma vedrete che in quella circostanza qualcuno la butterà sul complotto.</p>
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		<title>La ripresa? E&#8217; disoccupata</title>
		<link>http://epistemes.org/2010/02/04/la-ripresa-e-disoccupata/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 13:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Liberal Quotidiano
La decisione di Fiat di chiudere entro l&#8217;anno l&#8217;impianto di Termini Imerese si scontra con la sostanziale assenza di alternative occupazionali che il disimpegno della casa torinese causerebbe al territorio. Sergio Marchionne ha ripetuto più volte che la chiusura non è negoziabile, vista la struttura di costo assolutamente non competitiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.liberal.it"><em>Liberal Quotidiano</em></a></strong></p>
<p>La decisione di Fiat di chiudere entro l&#8217;anno l&#8217;impianto di Termini Imerese si scontra con la sostanziale assenza di alternative occupazionali che il disimpegno della casa torinese causerebbe al territorio. <strong>Sergio Marchionne</strong> ha ripetuto più volte che la chiusura non è negoziabile, vista la struttura di costo assolutamente non competitiva dell&#8217;impianto, causata anche dalla sua localizzazione. Questa decisione è economicamente razionale, vista dall&#8217;ottica dell&#8217;azienda, e ripropone il nodo strutturale di un settore automobilistico globale piagato dall&#8217;eccesso di capacità produttiva.</p>
<p><span id="more-2178"></span><strong>La resa dei conti era da tempo nell&#8217;aria</strong>, ma paradossalmente è stata posticipata dalla crisi, che ha spinto i governi a ricorrere ad un altro giro di incentivi settoriali, oltre ad alcune forme di <em>moral suasion</em> al limite del protezionismo, come la decisione francese di subordinare alcune tipologie di aiuti pubblici alla scelta di non delocalizzare. Fiat, in Italia, si è trovata ad avere impianti da tempo non competitivi e per interlocutore un governo privo di capacità di spesa. L&#8217;insufficiente infrastrutturazione di molte località del Mezzogiorno, ed altri più o meno noti oneri impropri impediscono di mantenere in vita impianti palesemente antieconomici. Il governo italiano si trova in difficoltà, perché non in grado di offrire a Fiat ciò che Fiat chiede, cioè un abbattimento dei costi di produzione. Al contempo, l&#8217;esecutivo è sottoposto a forti pressioni per il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma <strong>mantenere l&#8217;occupazione sussidiandola finisce col distruggere risorse della collettività</strong>, come ampiamente dimostrato dalla storia della politica industriale del nostro paese. <strong>I governi italiani succedutisi in questi anni avrebbero dovuto negoziare con l&#8217;Unione europea  la creazione di “zone franche” fiscali</strong>, dove abbattere significativamente la fiscalità per le iniziative imprenditoriali, offrendo in cambio se necessario anche parte dei fondi europei per lo sviluppo. In questo modo, ed in aggiunta al presidio di legalità del territorio, ad una giustizia civile e penale non proibitivamente penalizzanti per la tutela dei diritti di proprietà, si sarebbero poste le basi per un modello di sviluppo delle zone depresse del Mezzogiorno non dipendente dalla presenza della grande impresa. Purtroppo così non è stato.</p>
<p><strong>Ma il caso Termini Imerese rischia di essere solo la punta di un iceberg fatto di diffuse situazioni di sofferenza nel mercato italiano del lavoro</strong>. Come purtroppo da più parti previsto, la ripresa sta avvenendo in sostanziale assenza di creazione di occupazione. <strong>Vi è inoltre motivo di ritenere che nel nostro paese l&#8217;erogazione della cassa integrazione stia sempre più coprendo situazioni di crisi aziendali non reversibili</strong>. Per questo motivo risulta difficile comprendere il mantra governativo sull&#8217;Italia “con il minor tasso di disoccupazione d&#8217;Europa”. Chi sostiene ciò, si ostina a non guardare al fenomeno della cassa integrazione come prodromo della disoccupazione, soprattutto nella fase attuale. Si confrontano grandezze non confrontabili su scala internazionale, <strong>si omette di osservare che l&#8217;Italia ha uno dei più bassi tassi di partecipazione alla forza-lavoro</strong> (o tasso di attività, come lo definisce l&#8217;Istat), e che tale tasso è in un trend decrescente, e ciò finisce col tenere artificiosamente basso il tradizionale tasso di disoccupazione.</p>
<p>Contestare tutti gli studi, siano essi realizzati da ricercatori della Banca d&#8217;Italia che dal Centro Studi di Confindustria, che tentano di definire un tasso di inoccupazione più realistico, rappresenta <strong>l&#8217;ennesimo tentativo di rompere il termometro per non vedere la temperatura del paziente</strong>. Per quanto tempo il governo continuerà ad erogare fondi per la cig, anche in situazioni in cui è palese che le aziende coinvolte non ce la faranno? Ecco perché, per affrontare una crisi  come questa, che non è congiunturale ma è purtroppo strutturale, servono riforme altrettanto di struttura. Sul mercato del lavoro, con la creazione di un sussidio di disoccupazione universalistico, con la creazione del contratto “unico” a tutele crescenti nel tempo, con la liberalizzazione di mercati bloccati, come quelli delle professioni e dei servizi. Tutte misure che andavano prese in parallelo al manifestarsi degli effetti della crisi, e non annunciate per un fantomatico “dopo”. Oggi, l&#8217;impressione è che un risveglio piuttosto ruvido attenda il nostro paese, e le sue magnificate “non-riforme”.</p>
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		<title>La Casa Bianca e i dilemmi di un paese a rischio declino</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 09:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
All&#8217;indomani della storica sconfitta Democratica in Massachusetts (ma dallo staff della Casa Bianca giurano che non c&#8217;è legame), Barack Obama ha annunciato di voler fare la faccia feroce contro le banche, bloccandone il gigantismo e tentando addirittura di ridimensionarle. L&#8217;annuncio, come nello stile obamiano, è stato particolarmente eclatante sul piano della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>All&#8217;indomani della storica sconfitta Democratica in Massachusetts (ma dallo staff della Casa Bianca giurano che non c&#8217;è legame), <strong>Barack Obama</strong> ha annunciato di voler fare la faccia feroce contro le banche, bloccandone il gigantismo e tentando addirittura di ridimensionarle. L&#8217;annuncio, come nello stile obamiano, è stato particolarmente eclatante sul piano della retorica e degli effetti speciali, ma il rischio è che si fermi a quelli. Tentiamo di analizzarne i motivi, sul piano tecnico e politico. Come vedremo, i due piani risulteranno inestricabilmente connessi.</p>
<p><span id="more-2163"></span>Sul piano delle tecnicalità, l&#8217;annuncio della Casa Bianca prevede che le banche non potranno più possedere, investire o sponsorizzare hedge funds, fondi di private equity od operazioni di trading proprietario, non legate al servizio della clientela. <strong>Si tratta, nella sostanza di una riproposizione dalla porta di servizio del <em>Glass-Steagall Act</em>, che impediva alle banche commerciali di svolgere attività di investment banking</strong>. Abrogato nel 1999, il Glass-Steagall Act ha di fatto portato in America la figura della banca universale. La soluzione di Obama, o meglio di <strong>Paul Volcker</strong>, non appare convincente perché è del tutto evidente che <strong>la crisi non si è originata da nessuna di queste attività</strong>.</p>
<p>Le banche &#8220;normali&#8221; e le cosiddette <em>shadow bank</em> (come Bear Stearns, Lehman ed in generale i broker-dealer alla Goldman Sachs e Morgan Stanley) hanno preso dei mutui, li hanno impacchettati sotto forma di obbligazioni, ne hanno fatto delle <em>tranches</em>, ciascuna con diversa capacità di assorbimento delle perdite, e li hanno venduti ai clienti, trattenendo per sé spesso la parte più rischiosa (la cosiddetta <em>equity tranche</em>). Da questa sommaria descrizione emerge che <strong>il sistema finanziario americano lavorava soprattutto sul &#8220;conto terzi&#8221;, non sulla proprietà, quindi la misura di Obama e Volcker non sarebbe centrata, e non risolverebbe il problema del <em>Too Big To Fail</em>, cioè del rischio sistemico, quello capace di originarsi dalle banche e di abbattere un paese intero. Il problema è che il rischio sistemico è figlio del <em>moral hazard</em></strong>, cioè della certezza che i creditori delle banche hanno, circa il fatto che la banca verrà comunque salvata con denaro pubblico. <strong>Fin quando non verrà stabilito che ogni creditore diverso dai depositanti (coperti dal fondo federale di assicurazione) potrà in qualche misura subire le conseguenze del dissesto di una banca, il rischio sistemico del sistema finanziario, americano e globale, resterà in essere</strong>. Il piano Obama-Volcker potrebbe essere comunque utile per ridefinire i limiti di antitrust, già oggi esistenti e che stabiliscono che nessuna banca americana può possedere più del 10 per cento dei depositi. Tali limiti sono stati violati, con assenso federale, in tre casi, data l&#8217;eccezionalità della situazione.</p>
<p>E veniamo all&#8217;aspetto politico-simbolico dell&#8217;iniziativa. Obama, nel comunicato di annuncio, ha enfatizzato il nome di <strong>Paul Volcker</strong>, lasciando in ombra lo staff del suo <em>inner circle</em> economico (<strong>Timothy Geithner</strong> e <strong>Larry Summers</strong>). Questa pare una <em>vindication</em> del vecchio Volcker, a lungo lasciato in disparte, anche se dalla Casa Bianca spergiurano che l&#8217;ex capo della Fed (l&#8217;uomo che sradicò l&#8217;inflazione a inizio anni Ottanta), stava da tempo lavorando al progetto. Obama ha un particolare fiuto per gli umori popolari, sa che nel paese monta la frustrazione per una crisi che negli ultimi due anni ha distrutto sette milioni di posti di lavoro, mentre i bonus bancari decollavano. Non è casuale che, tra le <em>unintended consequencies</em> della storica sconfitta in Massachusetts, sia affiorata la <strong>crescente difficoltà del Senato a riconfermare Ben Bernanke alla guida della Fed</strong>. Due senatori Democratici, nell&#8217;anno per loro elettorale, dopo aver annusato l&#8217;aria, hanno deciso di opporsi alla riconferma dell&#8217;uomo che, a torto o a ragione, è visto come troppo vicino alle banche, oltre che aver completamente sottovalutato la portata della crisi, all&#8217;atto del suo formarsi. E&#8217; piuttosto sintomatica di questa esigenza di contenere la rabbia contro le banche, pertanto, la frase utilizzata da Obama per presentare il piano:</p>
<blockquote><p>“If these folks want a fight, it’s a fight I’m ready to have.”</p></blockquote>
<p>Sembra una frase che si sarebbe potuta usare per la lotta al terrorismo, all&#8217;indomani dell&#8217;attacco alle Twin Towers, invece è riferita alle banche americane. Segno dei tempi. Presentando questa iniziativa, che a nostro giudizio non ha alcuna possibilità di passare nella versione attuale, <strong>Obama ha però rilanciato la palla nella metà campo dei Repubblicani</strong>, i quali finora hanno avuto buon gioco a denunciare <strong>l&#8217;esplosione di deficit e debito, frutto del crollo delle entrate fiscali e della spesa per ammortizzatori automatici in regime di proroga, e non dello stimolo vero e proprio</strong>. Per il GOP potrebbe essere difficile dirigersi verso le elezioni di <em>midterm</em> dicendo no ad una proposta che vuole &#8220;dare una lezione alle banche&#8221;.</p>
<p><strong>Il problema è tuttavia capire se Obama vuole riformare qualcosa del suo paese oppure se vuole solo dare lezioni di tattica ad un partito, quello Repubblicano, che è a brandelli ideologici e brancola nel buio più assoluto di idee e della conservazione di uno <em>status quo</em> che semplicemente non è difendibile</strong>. Si prenda il caso della sanità. I Repubblicani si oppongono duramente alla riforma di Obama, ma senza proporre misure alternative. Addirittura, il piano Obama viene contestato proprio negli aspetti di maggiore conservatorismo fiscale, il controllo dell&#8217;espansione della spesa tramite il programma pubblico Medicare. E&#8217; bizzarro vedere molti Repubblicani partecipare ai <em>Tea parties</em> gridando &#8220;giù le mani dal Medicare&#8221;, che è la forma socializzata per antonomasia della sanità. Eppure basterebbe vedere le proiezioni del <em>Congressional Budget Office</em>, che è un&#8217;agenzia <em>nonpartisan</em> la cui funzione è quella di produrre analisi &#8220;obiettive&#8221; a supporto delle decisioni economiche e di bilancio, per rendersi conto che un sistema che già oggi assorbe il 15 per cento del Pil (il doppio della media europea), anche a causa del sistema di assicurazione legato al datore di lavoro, e che rischia di produrre un numero esponenziale di <em>uninsured</em> per motivi economici, che finirebbero col gravare sul contribuente, è semplicemente insostenibile (vedi grafico qui sotto).</p>
<p>Il problema americano, oggi, non è certo il presunto socialismo di Obama, che è peraltro inesistente, bensì la condizione di declino relativo in cui il paese rischia di trovarsi, in un quadro globale che diventa sempre più multipolare, con o senza il permesso di Washington. Per questo motivo la retorica (di entrambi gli schieramenti) lascia il tempo che trova, e viene sistematicamente aggredita dalla realtà.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 442px"><a href="http://dl.dropbox.com/u/3386371/CBOProjection.gif"><img class=" " src="http://dl.dropbox.com/u/3386371/CBOProjection.gif" alt="" width="432" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Congressional Budget Office</p></div>
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		<title>Le implicazioni per la politica estera americana del voto in Massachusetts</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 09:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
I risultati delle elezioni in Massachusetts per il seggio di Ted Kennedy hanno portato ad un imprevedibile e largamente inaspettato risultato: la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown. Un destino baro per Kennedy. Alfiere della riforma sanitaria per tutta la sua carriera politica, proprio la sua morte, avvenuta alcuni mesi fa, potrebbe aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>I risultati delle elezioni in Massachusetts per il seggio di Ted Kennedy hanno portato ad un imprevedibile e largamente inaspettato risultato: la vittoria del candidato repubblicano Scott Brown. Un destino baro per Kennedy. Alfiere della riforma sanitaria per tutta la sua carriera politica, proprio la sua morte, avvenuta alcuni mesi fa, potrebbe aver impedito a questa riforma epocale di venire portata avanti così come i democratici la vorrebbero.</p>
<p><strong>Perdendo in Massachusetts, come tutti i mezzi di informazione stanno ribadendo, i Democratici hanno infatti perso la maggioranza a prova di &#8220;<em>filibustering</em>&#8221; che li proteggeva dall&#8217;opposizione repubblicana al Senato. Non vogliamo però concentrarci su questi dettagli, quanto piuttosto allargare la discussione a quali potrebbero essere le implicazioni di questa elezione per la politica estera americana.</strong></p>
<p><span id="more-2142"></span></p>
<p><strong>Guns vs Butter?</strong><br />
Crediamo infatti che l&#8217;effetto delle elezioni in Massachusetts sia particolarmente importante proprio su questo fronte. Alcuni mesi fa, <strong>Charles Krauthammer</strong> si impegnò in un lungo attacco alla politica estera di Obama, affermando che <a href="http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/056lfnpr.asp">&#8220;il declino è una scelta&#8221;</a>. Quell&#8217;articolo era viziato da vizi di sostanza, e salti logici &#8211; che su <em><a href="http://epistemes.org/2009/10/14/il-declino-usa-e-i-menestrelli-anti-obama/">Epistemes</a></em> avevamo allora illustrato. Uno di questi problemi si trovava nell&#8217;accusa fatta da Krauthammer all&#8217;amministrazione di sottrarre risorse al settore militare per lanciare il piano di assicurazione sanitaria nazionale. In altre parole, nella scelta &#8220;<em>guns vs. butter</em>&#8220;, gli Stati Uniti andavano verso il secondo proprio quanto &#8211; secondo l&#8217;opinionista del Washington Post &#8211; avrebbero dovuto optare per il primo. Inoltre, scriveva ancora, questa scelta avrebbe causato un aumento del debito, e quindi un futuro peggioramento del tasso di cambio, così creando eventuali ulteriori ostacoli alla mobilizzazione di risorse per la difesa.</p>
<p>Ciò che Krauthammer aveva scritto è teoricamente corretto. Il problema, però, è che la scelta &#8220;guns versus butter&#8221; non è un vero e proprio trade-off intra-temporale, ma piuttosto uno inter-temporale, visto che le guerre si finanziano generalmente con il ricorso al debito (si veda questo recente lavoro di <a href="http://politics.as.nyu.edu/docs/IO/5395/wealth2.pdf">Scheve e Staavage</a> e anche quelli più datati, ma non meno importanti di <a href="http://www.jstor.org/pss/1956009">Domke et al.</a> e di <a href="http://www.jstor.org/pss/1962498">Chan</a>). Inoltre, per via del particolare sistema finanziario internazionale, gli Stati Uniti hanno una capacità privilegiata di ricorrere al credito a tassi agevolati (si veda il saggio di <a href="http://www.amazon.com/Colossus-Americas-Empire-Niall-Ferguson/dp/1594200130">Fergusson</a> e anche quello di <a href="http://www.amazon.com/Financial-Statecraft-Relations-Brookings-Institution/dp/0300138415/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959338&amp;sr=1-1">Steil e Litanì</a>). Dunque, ai problemi che Krauthammer identificava, per quanto esistenti, non può essere attribuita la portata che egli assegna loro.</p>
<p><strong>Ricchezza e Potere Militare</strong><br />
Piuttosto, la riforma sanitaria così come altre eventuali riforme del welfare state negli Stati Uniti avrebbero avuto &#8211; a nostro giudizio &#8211; un altro, possibilmente più importante effetto. Stiamo parlando di come avrebbe influenzato gli incentivi al lavoro della popolazione americana. Così come all&#8217;inizio dell&#8217;età moderna (si vedano per esempio i lavori di <a href="http://www.amazon.com/Change-World-Politics-Robert-Gilpin/dp/0521240182">Gilpin</a>, <a href="http://www.amazon.com/Pursuit-Power-Technology-Society-D/dp/1597402907/ref=sr_1_fkmr0_1?ie=UTF8&amp;qid=1263959654&amp;sr=1-1-fkmr0">McNeill</a>, <a href="http://www.amazon.com/Rise-Western-World-Economic-History/dp/0521290996/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959007&amp;sr=1-1">North e Thomas</a>, e <a href="http://www.amazon.com/Sovereign-State-Its-Competitors/dp/0691029105/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959610&amp;sr=1-1">Spruyt</a>), per via della globalizzazione dell&#8217;economia, e i vincoli che essa impone agli stati (<a href="http://www.amazon.com/Retreat-State-Diffusion-Cambridge-International/dp/0521564409/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263959777&amp;sr=1-1">Strange</a>), il fattore determinante in politica internazionale diventa la capacità degli stati di promuovere e mantenere un alto livello di produttività e quindi di crescita economica (Gilpin). In questo modo, infatti, un paese si può garantire le risorse necessarie ad acquistare i &#8220;fattori di produzione della guerra&#8221;: gli uomini, e le macchine. Per i paesi &#8211; come gli Stati Uniti &#8211; che hanno abbandonato il servizio militare obbligatorio, è infatti necessario pagare stipendi competitivi e offrire benefits considerevoli per attrarre i giovani nella carriera militare. Analogamente, per poter disporre di armi tecnologicamente sofisticate e avanzate, gli stati hanno bisogno di laute risorse, così da poter sostenere la ricerca tecnologica alla base dei mezzi progettati, il loro acquisto e la loro manutenzione.</p>
<p>Tutte queste &#8220;necessità&#8221; potrebbero essere messe in forse da una riforma estesa del sistema sanitario nazionale americano e più in generale da un eventuale allargamento (che per ora è stato solo auspicato da <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/11/opinion/11krugman.html">alcuni</a>) del welfare state. Se il welfare state americano diventasse più simile a quello europeo, gli incentivi al lavoro verrebbero modificati sensibilmente. Ciò comporterebbe due significativi cambiamenti. In primo luogo, lavorando di meno, gli americani farebbero &#8220;avvicinare&#8221; (leggi: diminuire) la crescita economica americana ai livelli europei (si veda questo <a href="http://super-economy.blogspot.com/2010/01/dynamic-america-poor-europe.html">articolo</a> di un giovane studente di dottorato all&#8217;università di Chicago). E così, gli americani perderebbero buona parte della loro capacità di dotarsi del più forte esercito al mondo, avendo meno risorse a disposizione. Analogamente, cambiando gli incentivi interni al mondo del lavoro, molti giovani che oggi entrano nell&#8217;esercito, potrebbero avere dei ripensamenti se il beneficio marginale di arruolarsi nell&#8217;esercito diminuisse rispetto a quello di eventuali altre opzioni disponibili. (Relativamente a questi temi, si vedano i lavori di <strong>Cindy Williams</strong> e <strong>Curtis Gilroy</strong>, in partcolare i seguenti: <a href="http://www.amazon.com/Holding-Line-Defense-Alternatives-Century/dp/0262731401/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960630&amp;sr=8-1">1</a>, <a href="http://www.amazon.com/Filling-Ranks-Transforming-Military-International/dp/026273172X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960690&amp;sr=1-1">2</a>,  <a href="http://www.amazon.com/Service-Country-Transformation-Militaries-International/dp/0262572354/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263960678&amp;sr=8-1">3</a>).</p>
<p><strong>Differenze tra America ed Europa</strong><br />
Gli americani lavorano più degli europei. Sono le maggiori ore di lavoro negli Stati Uniti che spiegano la maggiore crescita economica rispetto all&#8217;Europa (insieme ad altri fattori quali il maggiore afflusso di capitali esteri, il maggiore e più avanzato livello della ricerca tecnologica e la maggiore crescita della popolazione). Ma come mai gli americani lavorano più che gli europei? Non meno importante: come mai, malgrado le enormi possibilità che l&#8217;economia americana offre, tanti giovani americani si arruolano nell&#8217;esercito, correndo il rischio di morire in guerra?</p>
<p>Robert Kagan, in un famoso saggio <a href="http://www.hoover.org/publications/policyreview/3460246.html">&#8220;Power and Weakness&#8221;</a><em> </em>(e nel successivo pamphlet <a href="http://www.amazon.com/Paradise-Power-America-Europe-World/dp/1400040930"><em>Paradise and Power</em></a>) cercò di dare delle risposte a queste domande. Uno degli argomenti centrali del libro era che gli Europei, avendo preferito la comodità offerta dai loro sistemi di protezione sociale alla durezza del mondo hobbesiano che contraddistingue le relazioni tra gli stati hanno largamente abbandonato il loro interesse per gli affari internazionali. Secondo Kagan, gli europei erano entrati così nel loro &#8220;paradiso Kantiano&#8221;, un mondo &#8220;post-moderno&#8221; di pace e tranquillità. Kagan lasciava poi la risposta finale a queste domande ad una celebre, quanto non specificata affermazione:  la differenza tra europei e americani si troverebbe nel fatto che i primi vengono da Venere, mentre i secondi da Marte.</p>
<p>Crediamo che Kagan avesse largamente ragione, anche se non specificò in modo chiaro il meccanismo causale che spiegherebbe la differenza di approccio verso il mondo (gli americani lavorano di più degli europei) e verso la guerra (gli americani sono più favorevoli degli europei). A meno di non voler finire in tesi  pseudo etnocentriche, la teoria di Kagan rimane monca &#8211; anche se probabilmente corretta. L&#8217;anello mancante della teoria di Kagan &#8211; a nostro modo di vedere &#8211; è dato dagli incentivi che i due diversi sistemi politico-sociale-economico nelle due sponde dell&#8217;atlantico forniscono.</p>
<p>Veniamo alla prima domanda che abbiamo posto: come mai gli Americani lavorano più degli Europei? Gli Americani lavorano più degli Europei perché devono farlo, e basta. Gli alti tassi di immigrazione, sia di manodopera non qualificata (messicani e centroamericani, per esempio) che di manodopera altamente qualificata (ingegneri e medici indiani e cinesi, per esempio) rendono la competizione nel mercato del lavoro particolarmente serrata. In altre parole, i rapporti di forza non sono dalla parte dei lavoratori &#8211; come dimostra l&#8217;assai limitata rilevanza dei sindacati (con l&#8217;eccezione di alcuni settori protetti dalla competizione internazionale). In secondo luogo, la limitata presenza di forme di garanzie sociali promuove un approccio verso il mondo del lavoro che possiamo descrivere crudamente come &#8220;darwiniano&#8221;.  Così come poteva essere per i nostri nonni o bisnonni, negli Stati Uniti si deve lavorare sodo, specialmente nei settori più avanzati. Questi due fattori non sono sicuramente esaustivi: ve ne sono altri che spiegano le differenze tra Americani ed Europei, come ad esempio il livello di tassazione, la cultura, etc. In generale, però, questi due non giocano un ruolo secondario.</p>
<p>Veniamo ora alla seconda domanda. Come mai tanti giovani soldati entrano nell&#8217;esercito? La domanda non è meno difficile della prima. E anche in questo caso, vi è una molteplicità di fattori che <em>congiuntamente </em>produce questo risultato. E&#8217; inevitabile notare, però, che l&#8217;assenza di alcuni particolari tipi di servizi sociali giochi un ruolo importante nell&#8217;incentivare alcuni gruppi della popolazione ad entrare nell&#8217;esercito. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nell&#8217;esercito americano non entrano gli strati più disagiati della popolazione. I requisiti minimi di entrata (IQ prima di tutto) li tengono al di fuori. Non entrano però nemmeno quelli più privilegiati. Prevalentemente, chi si arruola nell&#8217;esercito appartiene alla classe media (anche se alla parte povera della classe media). Perché parlare di welfare state allora? Il welfare state è, per metterla in modo molto banale, una redistribuzione di ricchezza all&#8217;interno della classe media (si veda questo <a href="http://www.amazon.com/Cowboy-Capitalism-European-American-Reality/dp/1930865783/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1263965455&amp;sr=8-1">lavoro</a> che compara il sistema europeo a quello americano. Per quanto metodologicamente non perfetto, fornisce alcuni dati utili e interessanti). Questo è sicuramente vero per i paesi europei. E la portata assai più limitata del sistema di servizi sociali forniti dal governo americano rispetto a quelli europei non è sicuramente irrilevante nella scelta di molti giovani di entrare nell&#8217;esercito (si veda questo <a href="http://www.nybooks.com/articles/21201 ">articolo sul New York Review of Boosk</a>. Sebbene non fornisca conclusioni generalizzabili, in quanto basato su un campione ristretto e selezionato, suggerisce alcune importanti riflessioni. Inoltre, le conclusioni che trae sono in linea con gli studi di Cindy Williams e Curtis Gilroy &#8211; il capo della sezione personale al Pentagono. Illustra, per esempio, come le borse di studio per pagare i costosi college americani e l&#8217;assicurazione sanitaria siano spesso molto importanti nell&#8217;influenzare la scelta di arruolarsi).</p>
<p><strong>Conclusioni</strong><br />
Come si collega tutto ciò all&#8217;elezione del Massachusetts? Come abbiamo visto, un cambiamento del sistema di welfare state potrebbe avere ricadute molto importanti per gli Stati Uniti. L&#8217;assicurazione sanitaria nazionale (tricare) offerta ai soldati gioca un ruolo molto importante sia nel convincere molti ad entrare nell&#8217;esercito (<em>enlistment</em>) che a convincerli a rimanere (<em>reenlistment</em>). Estendere la copertura sanitaria nazionale a tutti i cittadini (ovviamente, non verrebbe estesa a tutti, ma non è qui nostro interesse entrare nei dettagli della riforma proposta), avrebbe importanti implicazioni per gli Stati Uniti, e in particolare per la loro capacità di arruolare e mantenere un numero di soldati sufficientemente alto da poterli impegnare là dove necessario. Non meno importante, secondo alcuni, la riforma del sistema sanitario americano sarebbe solo il preludio per un più vasto ripensamento del welfare state.</p>
<p>Come abbiamo scritto, l&#8217;era unipolare sta volgendo al suo termine (qui: <a href="http://epistemes.org/wp-content//2008/06/the-post-american-world.pdf">1</a> e <a href="http://www.scribd.com/doc/24568554/Nato-at-Sixty">2</a>). Questo trend è indipendente dalle politiche americane, presenti e passate. La crescita della Cina, dell&#8217;India e del Brasile, ma anche della Russia e l&#8217;avanzamento del processo di integrazione europea pongono le basi per un mondo multipolare in futuro. Quando ciò avverrà, però, è impossibile da dire. Se la Cina cadesse vittima della sua politica economica, e dei disordini sociali dovessero seguire, il suo cammino verso lo status di superpotenza verrebbe bruscamente interrotto. Simili considerazioni possono essere fatte per tutti gli altri paesi, con forse l&#8217;unica eccezione dell&#8217;India.</p>
<p>Le scelte interne agli Stati Uniti possono accelerare o ritardare questo trend &#8211; <em>ceteris paribus</em>, si intende. In questo articolo abbiamo spiegato quali potrebbero essere gli effetti della riforma sanitaria e di una eventuale (e alquanto improbabile, al momento) riforma del welfare più in generale. E&#8217; per questo motivo che il risultato delle elezioni in Massachusetts è particolarmente importante. Perdendo la maggioranza a prova di filibustering, i Democratici non potranno più <em>get it alone. </em></p>
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		<title>Cina, i temi del 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 11:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Nella giornata di martedì 12 gennaio la Cina ha aumentato l&#8217;importo che le banche devono accantonare a riserva, in un segno evidente che la banca centrale sta cercando di stringere le condizioni monetarie, tra crescenti preoccupazioni di surriscaldamento economico ed l&#8217;inflazione causate del boom di credito.
Sempre martedì 12 la banca centrale cinese ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Nella giornata di martedì 12 gennaio la <strong>Cina </strong>ha aumentato l&#8217;importo che le banche devono accantonare a riserva, in un segno evidente che la banca centrale sta cercando di stringere le condizioni monetarie, tra crescenti preoccupazioni di surriscaldamento economico ed l&#8217;inflazione causate del boom di credito.</p>
<p><span id="more-2134"></span>Sempre martedì 12 la banca centrale cinese ha anche aumentato lievemente i tassi di interesse nel mercato interbancario per la seconda volta in meno di una settimana, nel tentativo di frenare l&#8217;ascesa del credito. La decisione, piuttosto inattesa, ha causato un brusco ribasso delle quotazioni azionarie, suscitando timori soprattutto sui titoli bancari ed immobiliari, quelli più esposti ad una stretta creditizia.</p>
<p><strong>Gli economisti ritengono che gli annunci di martedì siano stati un avvertimento contro l&#8217;aggressiva espansione creditizia praticata dalle banche commerciali</strong>. Gli obblighi di riserva sono stati aumentati di 0,5 punti percentuali, al 16 per cento, mentre il tasso sui titoli a un anno è aumentato dello 0,08 per cento e quello a tre mesi dello 0,04 per cento. La mossa sottolinea il compito sempre più delicato della banca centrale cinese, che deve gestire le conseguenze della forte crescita del credito, passato dai 4200 miliardi di yuan nel 2008 agli oltre 9000 miliardi dello scorso anno.</p>
<p><strong>Non è tuttavia chiaro se la posizione della banca centrale sia sostenuta dalla maggioranza dei vertici del Partito Comunista cinese</strong>, ove alcuni alti dirigenti sembrano favorevoli a mantenere una politica monetaria espansiva per garantire una crescita elevata. Secondo alcuni osservatori le recenti mosse potrebbero quindi riflettere una spaccatura tra la <em>People&#8217;s Bank of China</em>, che si concentra sul controllo dell&#8217;inflazione, e altri organismi di governo, che spingono per la prosecuzione di una politica creditizia aggressiva.</p>
<p><strong>La banca centrale sta affrontando una serie di preoccupanti segnali di pressioni inflazionistiche</strong>, compresa una rapida espansione della massa monetaria M1, in aumento del 34,6 per cento nel dicembre rispetto allo stesso mese dell&#8217;anno precedente. I prezzi delle case sono aumentati rapidamente in molte città e l&#8217;afflusso di capitali sembra essere molto sostenuto, sulle aspettative che la valuta cinese riprenderà una percorso di rivalutazione nel corso di quest&#8217;anno. Secondo due economisti dell&#8217;Accademia Cinese delle Scienze Sociali, il paese potrebbe crescere quest&#8217;anno di ben il 16 per cento, in assenza del ritiro di parte dello stimolo, causando un notevole surriscaldamento dell&#8217;economia.</p>
<p>Il dato di bilancia commerciale cinese di dicembre, pubblicato giorni addietro, ha evidenziato una crescita delle esportazioni del 17,7 per cento su base annuale, mentre le importazioni sono schizzate del 55,9 per cento. <strong>Prosegue quindi la robusta crescita della domanda domestica, segno dell&#8217;orientamento delle autorità cinesi a modificare il modello di sviluppo del paese</strong>, finora centrato sulle esportazioni.</p>
<p><strong>Ma le frizioni commerciali tra Cina e resto del mondo non sono destinate a placarsi</strong>. Il 30 dicembre scorso la <em>International Trade Commission</em> statunitense ha approvato nuove tariffe sulle importazioni di tubi d&#8217;acciaio cinesi, considerati sussidiati in violazione delle norme del commercio internazionale. Il 22 dicembre i governi dell&#8217;Unione europea hanno deciso di estendere per altri 15 mesi i dazi anti-dumping sulle scarpe cinesi.</p>
<p>La Cina sta attivamente stimolando la crescita dell&#8217;area Asia Pacifico, oltre che aver finora contribuito alla correzione degli squilibri globali grazie allo stimolo alla domanda interna (che guida la crescita dell&#8217;import), come testimoniato dalla costante riduzione del suo surplus delle partite correnti, <strong>ma al contempo è riuscita a sottrarre quote di mercato nell&#8217;export globale agli altri paesi, anche e soprattutto durante la &#8220;gelata&#8221; del commercio mondiale. </strong>Da qui le crescenti richieste di rivalutazione dello yuan, che rischiano di sfociare in guerra commerciale conclamata.</p>
<p>Per la Cina sarà quindi un altro anno di opportunità e rischi, nella sua ascesa al rango di potenza economica mondiale.</p>
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