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	<title>Epistemes.org &#187; Antonio Mele</title>
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	<description>Studi economici e politici</description>
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		<title>Un saluto ai lettori</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2008 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Mele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Asoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Pierangelo De Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari lettori, Epistemes è oramai diventato un sito seguito e apprezzato da più parti. Tutto questo è merito dei redattori che sottraendo spesso tempo ad attività lavorative e di studio hanno cercato di offrire un prodotto editoriale di alta qualità.
Purtroppo gli impegni di studio e di lavoro non ci consentono più di dedicarci quanto vorremmo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari lettori, Epistemes è oramai diventato un sito seguito e apprezzato da più parti. Tutto questo è merito dei redattori che sottraendo spesso tempo ad attività lavorative e di studio hanno cercato di offrire un prodotto editoriale di alta qualità.</p>
<p>Purtroppo gli impegni di studio e di lavoro non ci consentono più di dedicarci quanto vorremmo al sito. Il rischio è quello di ridurre la qualità della nostra collaborazione ad Epistemes o non conseguire quei risultati lavorativi che inseguiamo da tempo.</p>
<p>Per il rispetto che dobbiamo ai lettori e ai redattori, preferiamo lasciare. I nostri articoli restano a disposizione dei lettori. È stata un&#8217;esperienza estremamente stimolante che ci ha arricchito professionalmente e umanamente per la quale ringraziamo i lettori ed i redattori di Epistemes.</p>
<p>Andrea Asoni, Pierangelo De Pace e Antonio Mele</p>
<p>________________</p>
<p><em>Un sentito ringraziamento ad Andrea, Antonio e Pierangelo per la grande qualità delle analisi proposte, per i continui stimoli intellettuali che hanno reso possibile l&#8217;affermazione di Epistemes come sito di grande rigore divulgativo, oltre che per la dedizione con cui hanno sottratto tempo ai loro gravosi impegni accademici. Ad Andrea, Antonio e Pierangelo un grande in bocca al lupo, questo sito resterà ovviamente sempre aperto al loro contributo, come a quello di quanti vorranno <a href="http://epistemes.org/contact/">segnalarci la loro disponibilità</a> a fare di Epistemes una consolidata realtà nel panorama della divulgazione italiana su economia e relazioni internazionali. </em></p>
<p><em>Mario Seminerio </em></p>
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</p>
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		<title>I SUV, la statica comparata e la cattiva interpretazione dei dati</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 05:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Premessa: il sottoscritto viaggia solo con metropolitane, autobus o treni, non possiede auto, non ha nessuna particolare predilezione per macchine di grossa cilindrata o di grosse dimensioni. Ma la polemica sui SUV e la loro pericolosità ricorda tanto le accuse alle canzoni di Marilyn Manson di essere una delle cause scatenanti della strage [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p><em>Premessa: il sottoscritto viaggia solo con metropolitane, autobus o treni, non possiede auto, non ha nessuna particolare predilezione per macchine di grossa cilindrata o di grosse dimensioni. Ma la polemica sui SUV e la loro pericolosità ricorda tanto le accuse alle canzoni di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marilyn_Manson">Marilyn Manson</a> di essere una delle cause scatenanti della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Columbine_High_School_massacre">strage di Columbine</a>: un mucchio di fesserie. A cui va data una risposta.</em></p>
<p>L’episodio dell’<a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2008/02_Febbraio/14/scontro_autobus_tram.shtml">incidente a Milano</a> causato da un SUV fornisce l’occasione per mostrare <strong>una delle ragioni per cui il dibattito politico-culturale langue nel nostro Paese</strong>. Infatti trattasi del tipico caso in cui <strong>le analisi effettuate dai media non isolano gli elementi fondamentali del problema, basandosi invece su questioni che sono lontanamente in relazione con gli eventi, e utilizzando i dati con una certa disinvoltura</strong>.</p>
<p><span id="more-491"></span></p>
<p><strong>Ricapitoliamo gli eventi</strong>: un uomo a bordo di un SUV fa una <a href="http://www.ilgiornale.it/video.pic1?ID=incidente">manovra imprudente (per non dire sconsiderata)</a> immettendosi nella corsia preferenziale, a suo dire per evitare dei pedoni che attraversavano la strada (sarà la magistratura a chiarire i fatti); l’autobus che sopraggiunge non fa in tempo a frenare e, dopo aver colpito abbastanza violentemente il SUV, sterza e finisce sui binari della linea tranviaria; purtroppo nello stesso momento sta arrivando un tram che viaggia in direzione opposta all’autobus, e così si produce uno scontro frontale con conseguenze gravi per i passeggeri dei due mezzi: un morto, alcuni feriti gravi.</p>
<p>La cosa che interessa di più al sottoscritto è notare come <strong>l’accusa di aver causato l’incidente non siano andate solo all’autista del SUV</strong> (o, se effettivamente confermato, ai pedoni che hanno imprudentemente attraversato la strada), <strong>ma le responsabilità sono attribuite in maniera analoga anche al mezzo che guidava</strong>. <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_15/suv_strade_fuoristrada_5afa7af2-db9c-11dc-ad63-0003ba99c667.shtml">Sul Corriere della Sera per esempio si legge</a> che <strong>i SUV sono pericolosi, inquinanti, che sarebbe meglio impedire a tali veicoli l’accesso al centro città o magari tassarli in modo da renderne minore l’uso</strong>. L’articolo sembra suggerire che, se ci fosse stata una <a href="http://www.youthblog.org/archives/Fiat%20Panda.jpg">Fiat Panda</a> al posto della <a href="http://www.caradvice.com.au/wp-content/uploads/2006/07/PorscheCayenne200721.jpg">Porsche Cayenne</a>, l’incidente non avrebbe avuto lo stesso tragico epilogo, o magari non ci sarebbe nemmeno stato nessun incidente.</p>
<p>Per capire quanto questa attribuzione di responsabilità al SUV sia ridicola e priva di senso, basta fare quello che gli economisti chiamano <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Comparative_statics">esercizio di statica comparata</a>: come cambierebbe il risultato dell’evento in considerazione (l’incidente appunto) se tutte le variabili coinvolte nell’evento fossero mantenute fisse (stessi autobus e tram, stessa velocità dei veicoli, stessi passeggeri a bordo nelle stesse posizioni, stesso tipo di manovra eseguita esattamente nello stesso tempo e nello stesso modo dallo stesso autista, eccetera eccetera), tranne il tipo di veicolo?</strong></p>
<p>Immaginiamo esattamente la stessa dinamica con lo stesso autista al volante di una Panda. È difficile immaginare che l’effetto della stessa manovra possa essere diverso. Per cui, <strong>l’incidente avrebbe esattamente le stesse conseguenze</strong>. Non solo, ma <strong>ci sarebbe addirittura la possibilità che le conseguenze siano peggiori</strong>: una Panda è un veicolo molto meno sicuro di un SUV sia per questioni di stazza che di stabilità, per cui le conseguenze per l’autista potrebbero essere molto peggiori su una Panda che su un SUV. Se l&#8217;esempio con la Panda non vi convince per via delle minori dimensioni del mezzo, fate lo stesso ragionamento con un <a href="http://www.budapestsite.com/wp-content/photos/f15_20_ducato1.jpg">Fiat Ducato</a>.</p>
<p>Al contrario, <strong>come si sviluppa il dibattito?</strong> Non c’è menzione del ragionamento di statica comparata di cui sopra. Invece, <strong>si discute di tutta una serie di altre questioni che hanno a che vedere marginalmente e/o indirettamente con l’evento, ma sono assolutamente estranee alla dinamica concreta dell’incidente. Dopodiché si usano queste questioni per fare una generalizzazione arbitraria sulle proprietà dei SUV in modo da sostenere una normativa punitiva nei loro confronti, in molti casi interpretando male i dati o traendone conseguenze erronee</strong>.</p>
<p>Per esempio, l&#8217;articolo del Corriere sostiene che <em>“[il] problema serio è la sicurezza. Lo studio più completo arriva dalla Agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa di incidenti stradali. Hanno esaminato tutti gli incidenti mortali in cui erano coinvolte un&#8217;auto normale e un SUV. Nel 56,3 per cento dei casi il morto era sulla berlina, nel 17 per cento a bordo del Suv, nel resto dei casi su tutte e due le vetture. <strong>Più sicuri per chi li guida, più pericolosi per gli altri</strong>”</em>. Questa statistica viene utilizzata per sostenere che le autorità dovrebbero restringere l’uso del SUV. Ma in realtà è un coltello a doppio taglio: <strong>se i SUV sono più sicuri per chi li guida, perché non incentivare il loro uso? A parità di numero di incidenti, ci sarebbero meno morti visto che molti sarebbero alla guida di un SUV.</strong><br />
L’articolo continua sostenendo che <em>“[l]o dicono anche i crash test fatti dall&#8217;Euroncap […]. La protezione dei passeggeri a bordo viene misurata su una scala da 1 a 5. Quasi tutti i SUV raggiungono quota 4, alcuni 5, la maggior parte delle berline si ferma a 3. La classifica si ribalta se si considera la protezione dei pedoni investiti. Tutti i fuoristrada hanno una sola stella, le berline tra le 2 e le 3. Il motivo è semplice: i SUV sono più alti e colpiscono il pedone non alle gambe ma al bacino o più in alto ancora. E le conseguenze sono ben più gravi”</em>. <strong>Cosa c’entra con l’incidente di Milano se i SUV sono più o meno pericolosi per i pedoni? È assolutamente irrilevante. Ma anche se fosse rilevante, quanti sono gli incidenti che coinvolgono i pedoni?</strong> Secondo <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20071211_00/testointegrale20071211.pdf">l’indagine Istat più recente</a>, sono <strong>l’8% del totale degli incidenti, contano il 12,5% dei morti, e il 6,5% dei feriti</strong> (si veda il prospetto 11 a pagina 9 del documento linkato). Ergo, <strong>un aumento dei SUV in circolazione probabilmente farebbe aumentare i morti e i feriti negli incidenti tra veicolo e pedone, ma implicherebbe una diminuzione dei morti e dei feriti in tutti i restanti incidenti.</strong> Direi che prima di appoggiare normative che ne scoraggino l’uso, sarebbe meglio fermarsi a riflettere su questi dati e studiare meglio la questione.</p>
<p>La parte più interessante delle accuse ai SUV è che <em>”<strong>[sono] più inquinanti delle macchine normali</strong>. […] Un dossier di Legambiente mette a confronto i consumi di Suv e berline a parità di cilindrata. Quasi il doppio: in città un SUV diesel fa 9,9 chilometri con un litro, contro i 17 di un diesel normale. Per i modelli a benzina la differenza si riduce, 7,7 contro 12”</em>. <strong>Anche questo è un problema irrilevante riguardo all’incidente</strong>. Ma ammettiamo di volercene occupare. La teoria economica ci dice che <strong>un rimedio possibile alle esternalità negative derivanti dall&#8217;inquinamento degli autoveicoli è l’introduzione di una <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pigovian_tax">tassa pigouviana sulla benzina</a></strong>. Chiaramente, questa tassa colpirebbe tutti i possessori di autoveicoli a benzina. Altrettanto chiaramente, dato il maggiore consumo, a parità di km percorsi i SUV sosterranno un carico fiscale maggiore. In tal modo, i proprietari di SUV pagheranno alla società il maggiore danno arrecato all’ambiente. Ma, di nuovo, <strong>il problema ambientale non ha niente a che vedere con il problema &#8220;sicurezza stradale&#8221;.</strong></p>
<p>L’articolo menziona anche il fatto che, <strong>essendo di grossa dimensione, i SUV creano grossi problemi ai parcheggi pubblici (disegnati per auto tradizionali), e propone di far pagare di più il posteggio a tali mezzi.</strong> Nessuna obiezione a tale proposta, e anche un suggerimento: perché non dare maggiori concessioni a privati per costruire parcheggi a pagamento magari specializzati in mezzi di grosse dimensioni? Al di là del merito della questione parcheggi, la domanda è sempre la stessa: <strong>quale è la relazione di questo problema con l’incidente di Milano?</strong> Forse che un prezzo maggiorato del posteggio per il SUV ridurrebbe gli incidenti stradali? Suvvia, un minimo di serietà.</p>
<p>Invece la parte più divertente di tutto l’articolo la troviamo quando si sostiene che <em>“[…] chi guida una macchina del genere […] ha spesso una sensazione di sicurezza. E <strong>può essere portato a fare manovre che poi si rivelano difficili o pericolose</strong> perché, viste le dimensioni, la maneggevolezza non è quella di una 500”</em>. A parte la questione della maneggevolezza di una Porsche Cayenne (invito i lettori a visionare <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DAiI9-Nr_nc">questi</a> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=7ljv1ChyVAw">filmati</a>, per capire di che prestazioni è capace tale veicolo), <strong>non si capisce quale sia la differenza, da questo punto di vista, tra un SUV e un qualsiasi altro grosso mezzo di trasporto: un camion, una station wagon, un furgoncino.</strong> Ogni economista sa che il grado di rischio che un individuo decide di assumere dipende dalla probabilità di incorrere in un danno. Ragionevolmente, tali probabilità saranno abbastanza simili per mezzi di grossa stazza. Perché quindi non aumentare le tasse, o restringere le possibilità di circolazione, anche alle station wagon o ai furgoncini?</p>
<p>Insomma, <strong>questo atto d’accusa contro i SUV sembra assolutamente campato in aria</strong>. Un po’ come tante altre discussioni nel nostro Paese, da quelle sul <a href="http://epistemes.org/2007/08/07/gettare-benzina-sul-fuoco/">prezzo</a> della <a href="http://epistemes.org/2007/08/08/gettare-benzina-sul-fuoco2/">benzina</a> a quelle sulle <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/761">morti</a> <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/762">bianche</a>: <strong>si sbaglia analisi, si individuano le cause sbagliate del problema, si mischiano tali cause sbagliate a questioni irrilevanti per il problema che si sta osservando, ma che sono oggetto di pubblico disappunto, e si propone di agire sulla base di questa confusa argomentazione, con l’ovvia conseguenza di non ottenere nessun effetto.</strong></p>
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		<title>Assicurazioni sanitarie, analisi economica e proposte campate per aria</title>
		<link>http://epistemes.org/2008/01/24/assicurazioni-sanitarie-analisi-economica-e-proposte-campate-per-aria/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Il tema della sanità americana è al centro della campagna per le presidenziali 2008. Come tutti i temi che influiscono su un aspetto fondamentale della vita delle persone, anche questo è caratterizzato da accese discussioni e da visioni spesso diametralmente opposte. Lungi da me voler entrare in tale complicato dibattito: questo non vuole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p>Il tema della sanità americana è al centro della campagna per le presidenziali 2008. Come tutti i temi che influiscono su un aspetto fondamentale della vita delle persone, anche questo è caratterizzato da accese discussioni e da visioni spesso diametralmente opposte. Lungi da me voler entrare in tale complicato dibattito: questo non vuole essere un lavoro di disamina del sistema assicurativo privato vigente negli Stati Uniti, né potrebbe esserlo a meno di voler scrivere un intero tomo d’enciclopedia; in questo breve articolo <strong>mi limiterò ad analizzare un aspetto del sistema assicurativo statunitense, quello del long-term care, e ad illustrare una proposta di <a target="_blank" href="http://faculty.chicagogsb.edu/john.cochrane/research/Papers/">John H. Cochrane, del 1995</a>.</strong><br />
<span id="more-474"></span></p>
<p>La maggior parte dei contratti assicurativi negli Stati Uniti non copre in modo totale, o addirittura non copre affatto, le cosiddette <strong><em>long-term illnesses</em></strong>, ovvero le malattie a decorso lungo, quali cancro, malattie cardiache, e altre patologie simili. Normalmente, quando un assicurato incorre in tali patologie, fronteggia un forte aumento dei premi assicurativi pagati; in altri casi perde l’assicurazione poiché perde il lavoro o il partner, o addirittura raggiunge un massimale di copertura dell’assicurazione oltre il quale non riceve più nessun rimborso per le spese sostenute da parte della compagnia. Molti vanno in bancarotta per via delle spese mediche, e altri invece non possono ottenere le cure che necessiterebbero.</p>
<p>Cochrane, nel 1995, pubblicò <a href="http://links.jstor.org/sici?sici=0022-3808%28199506%29103%3A3%3C445%3ATHI%3E2.0.CO%3B2-6">un provocatorio saggio sul Journal of Political Economy</a>, che analizzava la questione in maniera non ortodossa. Benché siano passati oltre dieci anni, <strong>il saggio è interessante per una serie di motivi: mostra come la maggior parte delle proposte di riforma del sistema sanitario americano non abbia chiaro quale sia il problema economico sottostante; fa vedere che il contratto assicurativo ottimo garantisce la copertura completa dei rischi ed è estremamente semplice da implementare; e infine, chiarisce che il problema del sistema sanitario riguardo alla carenza di long-term care insurance è probabilmente dovuto non all’assenza di regolamentazione (come molte proposte di riforma parrebbero suggerire), ma probabilmente all’eccesso di essa o all’eccessivo interventismo in materia del legislatore e dell’autorità giudiziaria.</strong></p>
<p><strong>Informazione asimmetrica? Siamo seri&#8230;</strong></p>
<p>La prima domanda che Cochrane si pone è: <strong>quale è il motivo per cui il mercato assicurativo non fornisce assicurazione completa sulle malattie a lungo decorso?</strong> La domanda sembra banale, ma <strong>le risposte che normalmente vengono date non sono soddisfacenti.</strong> Quasi tutti gli estensori di proposte di riforma del settore si sono concentrati sulle asimmetrie informative, che produrrebbero l’impossibilità del mercato di fornire copertura completa; altri invece hanno dato per scontato che il mercato non possa fornire <em>full coverage</em>, senza porsi la domanda cruciale del perché. <strong>Tipicamente la soluzione proposta implica un maggiore intervento statale, sia esso una maggiore regolamentazione del mercato assicurativo privato, o un sistema sanitario nazionale del tipo europeo</strong>.</p>
<p>Il lavoro di Cochrane invece parte dal punto di vista opposto, e <strong>si chiede se sia possibile che il mercato fornisca copertura completa su tali patologie in assenza di intervento pubblico</strong>. Ma prima di tutto occorre spiegare <strong>perché i contratti assicurativi vigenti non possono farlo</strong>. Come già accennato, <strong>normalmente gli economisti si appellano alle asimmetrie informative</strong>: <strong>un assicuratore che fornisse assicurazione completa a tali patologie attirerebbe tutti coloro che hanno una probabilità maggiore di ammalarsi</strong> (fenomeno dell’<em>adverse selection</em>), incorrendo quindi in una perdita attesa futura. La probabilità di ammalarsi è nota solo all’assicurato, mentre resta sconosciuta all’assicuratore. Quando egli decide il contratto da proporre, basa il premio sulla probabilità media. Ma, negli anni a venire, grazie al fatto di aver attirato coloro con maggiore rischio di ammalarsi, ci sarà un numero di ammalati maggiore rispetto a quello atteso dall’assicuratore quando propose il contratto a copertura completa, quindi la compagnia assicurativa si troverà a dover pagare un numero maggiore di rimborsi per spese sanitarie. Pertanto, <strong>lo stesso assicuratore per tutelarsi dalle perdite future, cercherà di ridurre gli incentivi ad assicurarsi con lui per i cittadini con maggiore probabilità di ammalarsi, e in conseguenza non fornirà una copertura completa, o addirittura escluderà totalmente dalla possibilità di assicurarsi i cittadini a maggior rischio</strong>. Inoltre, <strong>una volta assicurato, il cittadino potrebbe intraprendere comportamenti rischiosi che ne aumentano la probabilità di ammalarsi</strong> (fenomeno del <em>moral hazard</em>): per esempio, mangiare troppo, non fare esercizio fisico e fumare; per evitare questo, l<strong>’assicurazione non deve essere troppo generosa con l’ammalato, e quindi nuovamente limitare i rimborsi per esempio con un massimale</strong>.</p>
<p><strong>Cochrane contesta questa impostazione del problema: le asimmetrie informative non possono spiegare l’assenza di contratti per patologie a lungo decorso</strong>. I casi di persone che perdono o non ottengono l’assicurazione perché malati non sono dovuti all&#8217;asimmetria informativa, visto che tale situazione si basa su una informazione pubblica e nota a tutti (l’assicurato è malato). Quindi, l’<em>adverse selection</em> non spiega l’assenza di copertura per tali malattie. Ma in generale, ci spiega Cochrane, <strong>la selezione avversa non può essere il fallimento del mercato che causa l’assenza di tale tipo di assicurazione: infatti, la probabilità di contrarre una determinata malattia non è probabilmente nota all’assicurato, come normalmente si assume nei modelli di <em>adverse selection</em>; invece, un medico, dopo aver effettuato pochi test clinici, è in grado di indicare se il paziente è malato o a rischio di ammalarsi (ha la pressione alta, ecc.).</strong> Non si può quindi parlare di informazione privata; semmai, tale informazione può facilmente essere pubblica se ci si sottopone a dei test medici. Inoltre, lo stesso fatto che gli assicuratori non condizionino i premi ad indicatori di salute facilmente osservabili (obesità, essere fumatori, ecc.) va contro l’ipotesi che il mercato assicurativo per le malattie a lungo decorso sia afflitto da selezione avversa.</p>
<p>A<strong>nche il <em>moral hazard</em> sugli stili di vita non è una spiegazione valida</strong>: infatti, come già detto, certi comportamenti a rischio sono <strong>facilmente osservabili </strong>(obesità, ecc.), e in ogni caso Cochrane ci ricorda che gli effetti di tali comportamenti <strong>non incidono in modo sostanziale sul rischio di contrarre determinate patologie</strong>. Non solo, ma <strong>alcune patologie (esempio: il morbo di Alzheimer) non sono legate a nessun comportamento particolare</strong>, quindi è difficile spiegare con una asimmetria informativa sugli stili di vita perché tale patologia non sia assicurata.</p>
<p><strong>Ed and Finn strike back!</strong><br />
<strong>Il vero problema, sostiene Cochrane, è che i contratti assicurativi in essere non sono &#8220;temporalmente coerenti&#8221; (mia libera traduzione della locuzione inglese <em>time-consistent</em>)</strong>. Tale concetto, oggi diventato un cardine della teoria economica, ha valso <a target="_blank" href="http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2004/">il premio Nobel a Ed Prescott e Finn Kydland</a>. Analizziamolo con un esempio classico. Immaginiamo che nell’economia ci siano solo il governo e un imprenditore. L’imprenditore deve decidere oggi se investire in un progetto che domani gli darà un certo rendimento. Il governo può decidere di non tassare domani il rendimento, oppure può decidere di espropriare l’imprenditore. Chiaramente, l’imprenditore preferisce non essere espropriato del proprio investimento, ma si deve basare sulle promesse del governo per decidere quanto e se investire oggi. In questo caso, cosa dovrebbe fare il governo? <strong>Se esiste un sistema che lo obbliga a mantenere le sue promesse, allora il governo prometterebbe oggi di non tassare l’investitore domani, e domani manterrebbe la sua promessa; l’imprenditore, sapendo che questa promessa sarà mantenuta, investirà oggi, e otterrà un rendimento dal suo progetto.</strong><br />
<strong>Ma se per il governo fosse possibile rinnegare le proprie promesse, cosa succederebbe? Il governo prometterebbe oggi di non tassare il progetto domani, ma nel momento in cui il progetto è in essere rinnegherebbe la sua promessa ed esproprierebbe l’imprenditore. L’imprenditore, anticipando il comportamento sleale del governo, rinuncerebbe oggi ad investire. Domani non ci sarebbe nessun progetto e nessun rendimento.</strong><br />
Si noti la differenza nei due casi. Nel primo, il governo ottiene zero, ma l’imprenditore ha investito e creato ricchezza attraverso il suo progetto; nel secondo caso invece, il governo nuovamente ottiene zero (non vi è nulla da espropriare), ma l’imprenditore non produce ricchezza: entrambi stanno quindi peggio.</p>
<p><strong>Il problema sottostante alla assicurazione a lungo termine è simile, secondo Cochrane.</strong> Immaginiamo che un cittadino stipuli un contratto di assicurazione a lungo termine, che gli garantisca copertura in caso di malattie a lungo decorso. Cosa accadrebbe se il cittadino si ammalasse per esempio di Alzhaimer? <strong>In tal caso, tale assicurato diventa per la compagnia assicurativa un grosso peso, poiché necessita cure costose vita natural durante; la compagnia assicurativa ha un forte incentivo a scaricarlo</strong>, e i contratti assicurativi attuali de facto permettono che la compagnia lo faccia: può aumentare in modo sostanziale il premio pagato dall’assicurato, oppure negargli il rinnovo dell’assicurazione. Oltre a questo, i contratti assicurativi prevedono normalmente dei limiti alla spesa totale lungo il corso di tutta la vita, superati i quali la compagnia assicurativa non è più tenuta a pagare le spese mediche dell’assicurato; inoltre, l’assicurazione non copre le spese per tutte quelle condizioni di salute preesistenti alla stipula del contratto.</p>
<p>Allora, suggerisce Cochrane, <strong>si potrebbe pensare di risolvere tutta la questione in modo molto semplice: proibire sia l’aumento dei premi assicurativi quando una persona si ammala, sia i limiti alle spese mediche e le clausole sulle condizioni preesistenti. Ma questo non risolve il problema, poiché anche il consumatore non è obbligato a tenersi la stessa compagnia per sempre!</strong> Immaginiamo che un assicurato scopra di essere più in salute di quanto era al momento della stipula del contratto di assicurazione (per esempio, perché era obeso e ora dopo anni di esercizi fisici è tornato in forma). Il premio che paga al suo assicuratore è diventato troppo alto, per cui l’assicurato ha incentivo a cambiare compagnia assicurativa. L’unico modo per evitarlo è che l’assicuratore obblighi l’assicurato a restare nel contratto stipulato; ma è praticamente impossibile che questo accada, poiché qualsiasi giudice riterrebbe nullo questo obbligo. Una compagnia assicurativa concorrente, in tal caso, sarebbe ben lieta di assicurare il soggetto in questione (aumenta in tal modo il numero di persone sane nel suo pool di assicurati, riducendo così i pagamenti attesi e aumentando i profitti attesi futuri), lasciando così il primo assicuratore con un pool di assicurati mediamente più a rischio. Questo assicuratore quindi sarà obbligato a limitare la copertura per i malati, onde evitare il fallimento.</p>
<p>In generale quindi, <strong>l’unico modo di assicurare a lungo termine i rischi connessi allo stato di salute sembrerebbe quello di costringere i consumatori e gli assicuratori a stipulare contratti a vita, e obbligarli a rispettarli anche se le condizioni contingenti sono cambiate.</strong> Se malato, l’assicurato deve sottostare alle condizioni stabilite nel contratto assicurativo, visto che comunque nessun altro assicuratore gli fornirebbe copertura, e l’assicuratore deve pagargli le costose cure; se sano invece, deve comunque pagare un alto premio anche se un altro assicuratore gli fornirebbe lo stesso servizio ad un costo minore. Quindi un assicurato e una compagnia assicurativa resterebbero legati vita natural durante; la competizione tra compagnie assicurative si ridurrebbe a zero.<br />
<strong>Non sembra un sistema molto sensato: nessuna competizione tra gli assicuratori implicherebbe un minor grado di innovazione nel settore, a tutto discapito degli assicurati; gli stessi assicurati sani spenderebbero nell’assicurazione un ammontare eccessivo di risorse, che in alternativa potrebbero essere utilizzate per scopi maggiormente produttivi; il prodotto fornito si uniformerebbe, probabilmente verso un livello qualitativo inferiore</strong> come succede spesso nei casi in cui si elimina la concorrenza tra imprenditori. C’è quindi tutta una serie di motivi per cui un sistema di assicurazioni a vita non è efficiente.</p>
<p><strong>Una alternativa di mercato</strong></p>
<p>Quale può essere l’alternativa? <strong>Cochrane propone un sistema assicurativo al tempo stesso semplice ed efficiente. La teoria economica suggerisce che spesso i contratti di lungo periodo possono essere sostituiti da contratti di breve durata che siano <em>time-consistent</em>, o con un concetto più semplice da spiegare, “a prova di rinegoziazione” (<em>renegotiation-proof</em>), cioè tali che nessuno dei due contraenti abbia un incentivo a rinegoziare il contratto alla sua scadenza</strong> (si vedano per esempio <a target="_blank" href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&amp;_udi=B6WJ3-4CYGGFD-1TM&amp;_user=1517318&amp;_coverDate=06%2F30%2F1990&amp;_rdoc=2&amp;_fmt=summary&amp;_orig=browse&amp;_srch=doc-info(%23toc%236867%231990%23999489998%23512618%23FLA%23display%23Volume)&amp;_cdi=6867&amp;_sort=d&amp;_docanchor=&amp;_ct=16&amp;_acct=C000053451&amp;_version=1&amp;_urlVersion=0&amp;_userid=1517318&amp;md5=bfc3b67fcd19f2c65b424ed0e60ab89e">Fudenberg et al. (1990)</a> o <a target="_blank" href="http://links.jstor.org/sici?sici=0034-6527%28199610%2963%3A4%3C595%3AIOERSW%3E2.0.CO%3B2-W%0d%0a">Kocherlakota (1996)</a>).<br />
Questi contratti di breve periodo sono caratterizzati dai cosiddetti <strong>“pagamenti di fine rapporto”</strong> (<em>severance payments</em>), che devono essere <strong>condizionali allo stato di salute dell’assicurato</strong>. Per esempio, si immagini che i due contraenti decidono di rinnovare il contratto ogni due anni. Pertanto, alla scadenza, devono verificare quale sia lo stato di salute dell’assicurato, per esempio con un check-up medico completo. Se il consumatore si è ammalato, allora l’assicuratore paga all’assicurato il valore presente scontato delle spese sanitarie che dovrà sostenere, e continua a ricevere il premio che garantisce piena copertura assicurativa. Se invece il consumatore ha migliorato il proprio stato di salute rispetto a due anni prima, allora egli paga all’assicuratore il valore presente scontato delle minori spese sanitarie attese, e può decidere liberamente di cambiare compagnia assicurativa oppure contrattare un premio più basso (che garantisca sempre la copertura totale).<br />
<strong>Con questi contratti, le malattie a lungo decorso sono perfettamente assicurate. Il fatto che ci sia competizione tra assicuratori rende profittevole l’innovazione e la differenziazione del prodotto, e i consumatori non sono obbligati a restare per sempre con la stessa compagnia assicurativa.</strong></p>
<p>Il maggior problema è la <strong>difficoltà a obbligare il consumatore a pagare il <em>severance payment</em> quando migliora il proprio stato di salute</strong>: anche in questo caso, un giudice darebbe ragione all’assicurato che si rifiuta di pagare visto che non si è ammalato e che magari ha cambiato assicuratore. Per ovviare a questo problema, <strong>Cochrane propone che ciascun assicurato abbia un conto corrente bancario da adibire solo al pagamento dei premi assicurativi e delle <em>severance payments</em> (da pagare o ricevere dall’assicurazione)</strong>. In questo conto, ogni assicurato dovrebbe versare periodicamente un importo costante, e dal conto verrebbe effettuato il pagamento del premio annuale dell’assicurazione sanitaria. Se l’assicurato si ammala, l’assicuratore versa direttamente sul conto una cifra pari al valore presente scontato delle future spese sanitarie. Se invece il malato diventa più sano, dal conto esce un importo che eguaglia il valore presente scontato delle minori spese sanitarie future, che viene incassato dall’assicuratore. In ogni caso, sul conto, l’assicurato continua a versare esattamente lo stesso importo costante ad ogni scadenza. Cochrane dimostra matematicamente che il conto ha sempre abbastanza risorse per poter effettuare i pagamenti richiesti. La condizione fondamentale affinché il sistema funzioni è che tale conto sia adibito esclusivamente alle transazioni riguardanti l’assicurazione sanitaria.</p>
<p><strong>Questo tipo di contratto fornisce sia la classica assicurazione sanitaria, contro i rischi derivanti dallo stato di salute dell’assicurato, sia una assicurazione sui premi, contro il rischio di variazioni dei premi in seguito a variazioni delle condizioni di salute. È proprio quest’ultima caratteristica la chiave di volta che rende possibile la copertura completa del rischio.</strong></p>
<p>Al contrario, le recenti proposte di riforma si basano di solito sul maggiore ricorso al <em>pooling</em> (ovvero, assicurare un gran numero di individui con diverse probabilità di incorrere nel danno, in modo da ridurre i rischi dell’assicuratore), sul proibire sia la possibilità di basare i premi sulle reali condizioni di salute degli assicurati sia le clausole sulle condizioni preesistenti di salute, e sul cercare di ridurre la selezione basata sullo stato di salute. <strong>Questo tipo di sistema richiede in generale una forte regolamentazione, nonché un enorme sforzo di controllo da parte delle autorità preposte; riduce o addirittura elimina la competizione, e quindi favorisce la diffusione di un prodotto standardizzato, rendendo praticamente nulli gli incentivi all’innovazione nel settore</strong>. Per far funzionare tale sistema iperregolamentato, agli assicuratori deve essere impedito di migliorare il proprio pool di clienti e di fornire un livello inferiore di cure mediche ai consumatori più costosi; deve essergli anche impedito di competere per attirare gli assicurati più sani della media, per migliorare il proprio pool, altrimenti il sistema collasserebbe. Inevitabilmente, lo stesso deve essere impedito ai consumatori: quelli più sani tenteranno di aggregarsi a pools più sani della media, e bisogna che le autorità lo evitino.</p>
<p><strong>La domanda da un milione di dollari</strong></p>
<p>Ma se tali contratti esistono e sono di semplice implementazione, <strong>perché nessuna compagnia li offre?</strong><br />
La risposta di Cochrane è che probabilmente <strong>il mercato assicurativo si è adattato in modo imperfetto ai cambiamenti del settore nel tempo</strong>. Fino agli ultimi decenni, le spese mediche erano per lo più temporanee, tipicamente per casi di ferite o malattie infettive. Le malattie a decorso lungo portavano normalmente ad una rapida e poco costosa morte (cancro per esempio), o ad una condizione cronica di malattia che però non era curabile (asma, per esempio).<br />
Non solo, ma <strong>il mercato assicurativo era molto meno competitivo sino a tempi recenti</strong>. Vi erano pertanto solo pochissimi grossi assicuratori, che potevano pertanto contare su un grosso pool di assicurati, riducendo così i rischi e sussidiando i costi dei malati con i premi dei sani. Ma all’aumentare della concorrenza, le compagnie si sono messe a competere per attirare i consumatori più sani, cosa che ha spinto ad aumentare i premi sugli assicurati malati. Non solo, ma anche <strong>il tipo di assicurazione è cambiato: mentre tempo fa l’assicurazione individuale era la norma, oggi assistiamo alla predominanza dei piani di gruppo (tipicamente, assicurazioni fornite dal datore di lavoro a tutti i suoi lavoratori e alle loro famiglie)</strong>. Il <em>pooling</em> è un tentativo parziale di ovviare alla incoerenza temporale delle attuali polizze, ma un aumento di esso può solo ridurre la concorrenza; al contrario, una sua riduzione comprometterebbe la possibilità di assicurare le malattie a lungo decorso.<br />
Inoltre, <strong>il mercato delle assicurazioni sanitarie è fortemente regolato</strong>, e le attuali regole o la paura di regole punitive future potrebbe scoraggiare gli assicuratori dallo sperimentare nuove forme contrattuali. Non solo, ma anche la giurisprudenza potrebbe avere la sua parte nel ridurre l’innovazione, rendendo difficile l&#8217;<em>enforcement</em> di contratti basati sullo stato di salute dell&#8217;assicurato. Quindi <strong>probabilmente</strong> <strong>la strada da seguire è: meno regolamentazioni e intervento pubblico</strong>, lasciando gli imprenditori del mercato assicurativo liberi di esplorare soluzioni alternative che si avvicinino ai contratti proposti da Cochrane.</p>
<p><strong>Analisi economica e proposte campate per aria</strong></p>
<p>Il tutto, ovviamente, è in palese contraddizione a quanto credono in molti, e in special modo in Europa, dove il feticcio del sistema sanitario nazionale viene considerato la soluzione di tutti i mali della sanità americana. Ma si noti che tale feticcio deriva da una <strong>erronea analisi del fallimento di mercato all&#8217;opera</strong>: non sono le asimmetrie informative quelle che determinano i maggiori problemi nel mercato assicurativo sanitario.</p>
<p>Da questo lavoro traiamo quindi una importante conclusione: <strong>una proposta di riforma deve partire da una analisi corretta del problema economico sottostante</strong>. Altrimenti si rischia di fare proposte campate per aria. Sembrerebbe solo una considerazione di buonsenso, ma viste le discussioni <em>à la</em> <a target="_blank" href="http://www.imdb.com/title/tt0386032/">Sicko</a> che si sentono talvolta nei dibattiti per le primarie americane (per non parlare dei salotti televisivi di casa nostra), probabilmente vale la pena renderla esplicita.</p>
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		<title>Gli effetti della flat tax</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/12/03/gli-effetti-della-flat-tax/</link>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 06:00:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Su questo sito abbiamo più volte trattato i problemi fiscali del nostro Paese. Abnorme carico fiscale, eccessiva complessità del sistema, un numero di adempimenti da far invidia ad uno stato dittatoriale: abbiamo analizzato, speriamo in modo comprensibile, tutti questi argomenti.
Da varie parti si avanza come panacea di tutti i mali l’introduzione della flat [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p>Su questo sito abbiamo più volte trattato i problemi fiscali del nostro Paese. <strong>Abnorme carico fiscale, eccessiva complessità del sistema, un numero di adempimenti da far invidia ad uno stato dittatoriale</strong>: abbiamo analizzato, speriamo in modo comprensibile, tutti questi argomenti.</p>
<p>Da varie parti si avanza come panacea di tutti i mali <strong>l’introduzione della flat tax: una tassa sul reddito proporzionale, compensata però da una soglia al di sotto della quale il reddito non verrebbe tassato</strong>, per preservare la progressività fiscale che la Costituzione ci impone.</p>
<p>In questo breve articolo vorrei soffermarmi sui pregi e i difetti di questa proposta, cercando di chiarire i seguenti punti: <strong>una riforma fiscale che si avvicini a realizzare una flat tax è una ottima riforma</strong> per il futuro del Paese; probabilmente una riforma del genere <strong>non è politicamente realizzabile</strong>; anche se fosse realizzabile, si presta a tutta una serie di <strong>possibili capovolgimenti che la potrebbero snaturare</strong>, a causa della probabilmente lunga transizione verso i benefici che porterebbe.</p>
<p><span id="more-445"></span></p>
<p><em><strong>La flat tax è una buona riforma?</strong></em><br />
I maggiori sostenitori della flat tax sono due economisti americani, <strong>Hall e Rabushka</strong>. <a href="http://www.hoover.org/publications/books/3602666.html">La loro proposta</a> essenzialmente prevede una aliquota del 19% con una deduzione di 25500$ per una famiglia di 4 persone. La base imponibile è data da tutti i redditi percepiti, meno gli investimenti. Per ottenere questo risultato, si propone il seguente meccanismo: una impresa paga tasse sul reddito generato (quindi ricavi meno investimenti e costi di produzione), escludendo i redditi da lavoro. Tali redditi da lavoro sono poi tassati individualmente alla stessa aliquota del 19%, tenendo conto della no tax area. In tal modo, la loro proposta si configura come una tassa sul consumo, notoriamente meno distorsiva delle tasse sul reddito. Infatti, <strong>una tassa sul consumo non distorce le decisioni individuali in materia di risparmio (e in conseguenza di accumulazione del capitale)</strong>. Perché questa è una tassa sul consumo? Gli individui possono fare due cose con i soldi guadagnati: possono spenderli, oppure investirli. Sottraendo gli investimenti dal calcolo della base imponibile, ciò che effettivamente viene tassato è il consumo.</p>
<p>Quali effetti si attendono Hall e Rabushka da questo tipo di riforma? Anzitutto, una enorme <strong>semplificazione degli adempimenti fiscali</strong>: un sistema di questo tipo permetterebbe di calcolare i propri redditi in maniera rapida e semplice (i due autori parlano di <strong>“dichiarazione cartolina”</strong>, per sottolineare come tutti i calcoli da fare starebbero su un foglio delle dimensioni di una cartolina). In secondo luogo, un <strong>allargamento della base imponibile</strong>, dovuto sia alla <strong>riduzione delle pratiche elusive ed evasive</strong> (c’è un minore incentivo ad evadere se la tassazione è meno distorsiva), sia all’eliminazione di tutte le eccezioni e regolette dell’attuale sistema fiscale. Ma gli effetti di gran lunga più importanti sono quelli di efficienza:<strong> la flat tax non distorce l’accumulazione di capitale, per cui si assisterebbe ad un aumento degli investimenti produttivi e in conseguenza della crescita del Paese</strong>.</p>
<p>Alcuni economisti si sono cimentati nella stima di questi effetti. Il compito è particolarmente difficile, poiché il modello da utilizzare deve riassumere in sé tutti i dati salienti dell’economia (la distribuzione dei redditi, la loro persistenza nel tempo, le preferenze degli individui, le differenti coorti di età, e molte altre variabili).</p>
<p><em><strong>I benefici di lungo periodo: Stati Uniti</strong></em><br />
<a href="http://www.econ.upenn.edu/%7Edkrueger/research/opttaxescfs.pdf">Conesa e Krueger</a> hanno simulato l’effetto di una riforma fiscale ispirata alla flat tax per gli Stati Uniti. Nel loro lavoro, le persone nascono con diverse abilità innate e sono soggetti a shocks ai loro redditi. Questi shocks non sono assicurabili in un mercato assicurativo privato, per cui la tassazione progressiva ha anche un effetto assicurativo per gli individui, oltre al più noto effetto redistributivo, e all’effetto distorsivo sulle scelte di consumo e investimento.<br />
I due economisti dapprima calcolano quale sarebbe <strong>la migliore combinazione di aliquota costante e no tax area</strong> (1): la individuano in un sistema con <strong>una aliquota del 17,2% e una esenzione individuale di 9400$ </strong>(come si nota, molto vicina alla proposta di Hall e Rabushka). Dopodiché stimano i guadagni di efficienza nel lungo periodo in caso di un passaggio al sistema fiscale ottimo: <strong>un aumento del reddito del Paese di circa 0,64% e un aumento dell’offerta di lavoro del 0,54%. L’effetto in termini di benessere dei cittadini è equivalente ad un aumento di consumo del 1,7% per tutti. Chi guadagna meno di 18200$ e chi guadagna più di 65000$ pagherebbe meno con questo sistema, mentre tra 18200$ e 65000$ si avrebbe un aggravio del carico fiscale rispetto alla situazione attuale.</strong><br />
I due autori stimano anche cosa succederebbe senza la esenzione: il reddito aggregato aumenterebbe del 9%, mentre il benessere dei cittadini diminuirebbe di circa l’1%. Questo suggerisce che la progressività fornita dalla no tax area è non solo sufficiente, ma anche necessaria per migliorare il benessere dei cittadini americani. Invece, le minori aliquote marginali per i redditi più elevati fanno aumentare l’offerta di lavoro e l’accumulazione di capitale.<br />
Infine, un calcolo dei benefici ottenuti da coloro che sarebbero vivi al momento dell’implementazione della riforma, mostra che<strong> il 62% otterrebbe benefici dalla flat tax. Pertanto, concludono Conesa e Krueger, la riforma è anche politicamente fattibile.</strong></p>
<p>Risultati simili erano stati ottenuti da <a href="http://www.econ.berkeley.edu/%7Eauerbach/ftp/taxreform/flatfinal.pdf">Altig, Auerbach, Kotlikoff, Smetters, e Walliser (2001)</a> e <a href="http://www.biz.uiowa.edu/faculty/gventura/1202.pdf">Ventura (1999)</a>.</p>
<p><a href="http://www.cemfi.es/%7Epijoan/articles/FlatTaxUS.pdf">Diaz-Gimenez e Pijoan-Mas</a> svolgono invece un lavoro diverso: comparano le conseguenze in termini di efficienza e disuguaglianza di due diverse riforme, entrambe ispirate alla flat tax di Hall e Rabushka. Entrambe le riforme proposte non modificano il totale di entrate fiscali per il governo (sono revenue neutral), ma <strong>differiscono solo per il grado di progressività</strong>: la prima ha una aliquota costante del 22% con una esenzione per i primi 16000$, mentre la seconda ha una aliquota del 29% con una esenzione di 32000$.<br />
I risultati sono molto interessanti: l<strong>a prima riforma provoca nel lungo periodo un aumento del reddito aggregato di 2,4%, mentre la produttività del lavoro cresce del 3,2%. La seconda riforma, inaspettatamente, riduce entrambe, rispettivamente del 2,6% e del 1,4%</strong>.<br />
Per quanto riguarda gli aspetti distributivi, <strong>entrambe le proposte implicano un aumento della disuguaglianza nella ricchezza; la cosa sorprendente è che l’aumento è maggiore con la riforma più progressiva</strong>. La disuguaglianza nei redditi (prima e dopo il prelievo fiscale) aumenta per la prima riforma, mentre diminuisce per la seconda. Infine, dal punto di vista del benessere dei cittadini, <strong>la prima riforma è equivalente ad una riduzione del consumo del 0,17%, mentre la seconda implica un aumento del 0,45%</strong>.<br />
Il meccanismo che crea queste differenze di effetti nelle due riforme dipende da due fattori: primo, <strong>la riforma riduce le aliquote marginali sul reddito da capitale per chi ha maggiore ricchezza e chi guadagna di più, mentre le aumenta per chi ha meno ricchezza</strong>; secondo, <strong>la riforma fa salire le aliquote marginali sul reddito da lavoro per tutti tranne per coloro che guadagnano meno</strong>. L’interazione di questi due fattori implica che <strong>gli effetti di diverse riforme possono essere radicalmente differenti. Gli autori trovano che le riforme sono espansive nel caso di una aliquota sufficientemente bassa, ma diventano recessive se l’esenzione è relativamente alta: in pratica, quanto più la riforma è progressiva, tanto più è recessiva</strong>.</p>
<p><em><strong>I benefici di lungo periodo: la Spagna</strong></em><br />
Si potrà obiettare che le precedenti ricerche sono concentrate sull’economia americana, e che per questo motivo non sono significative per una eventuale riforma in un Paese europeo come l’Italia. <a href="http://www.cemfi.es/%7Epijoan/articles/FlatTaxSp_v3.pdf">Gonzalez-Torrabadella e Pijoan-Mas</a> stimano l’effetto dell’introduzione di una flat tax in Spagna (sempre a parità di introiti fiscali). Il loro esperimento è diverso da quello dei lavori precedentemente analizzati, poiché l’introduzione della flat tax non elimina la tassazione sull’impresa (permane quindi la doppia tassazione del capitale) e la riforma proposta non include i nuovi investimenti tra gli oneri deducibili. Ma i risultati sono molto simili. <strong>Gli autori comparano gli effetti di dieci diverse possibili riforme (le differenze sono date dalla esenzione e dalla aliquota)</strong>. In generale, <strong>le riforme aumentano la disuguaglianza tanto più quanto più sono espansive.</strong> I guadagni in termini di aumento di reddito sono però potenzialmente elevati: variano dal 12,6% al 0,6% all’aumentare della progressività (si legga: della esenzione e di conseguenza dell’aliquota) della riforma, anche se per livelli troppo elevati delle aliquote ci sono delle perdite consistenti (la riforma più progressiva implica una riduzione del 7,3%). <strong>Una conseguenza interessante è guardare al consumo medio nei vari quintili di reddito: per le riforme espansive, il consumo medio del 20% più povero si riduce</strong>.<br />
Gli autori però pongono tutta <strong>una serie di caveat ai loro risultati</strong>. Il più importante problema del loro lavoro è che la flat tax proposta non elimina tutte le deduzioni vigenti prima della sua entrata in vigore. Poiché tali deduzioni sono regressive, includendole si dovrebbero avere maggiori guadagni aggregati di efficienza e probabilmente anche una distribuzione del reddito meno diseguale.</p>
<p><em><strong>Effetti sottostimati?</strong></em><br />
Questi guadagni sono probabilmente sottostimati. Come possiamo dire questo? I modelli usati sono molto complicati, ma trascurano alcuni fondamentali effetti della flat tax.<br />
<strong>La riduzione di pratiche elusive ed evasive</strong> è totalmente assente dall’analisi. Le conseguenze sia in termini di efficienza che di disuguaglianza sarebbero rilevanti (ricordiamo che in Italia l’evasione delle imposte sul reddito è concentrata tra gli scaglioni più elevati e quelli più bassi, per effetto del lavoro nero). Per capire cosa potrebbe avvenire da questo lato sarebbe interessante avere dei dati robusti dai vari esperimenti di flat tax avutisi in Europa dell&#8217;Est recentemente, ma purtroppo <strong>tali dati sono tutt&#8217;altro che conclusivi.</strong> <a href="http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2005/wp0516.pdf">I dati sulla riforma russa</a> potrebbero essere indicativi: vi è stato un aumento del 23% degli introiti fiscali dopo la riforma che introduceva una flat tax al 13%. In realtà, non è chiaro quanto di questo aumento sia dovuto a maggiore attenzione nei controlli fiscali, rispetto al contributo della riforma, e quanto abbia giocato l&#8217;aumento dei prezzi delle materie prime.<br />
<strong>La riduzione dei costi per adempimenti fiscali</strong> è anch’essa assente. Una stima per la Germania trova che l’eliminazione di tutte le deduzioni presenti nel sistema fiscale tedesco ridurrebbe i costi derivanti dall’uso di consulenti fiscali di circa il 6%. Probabilmente anche questo effetto sarebbe da tenere in considerazione.<br />
<strong>Gli effetti sul capitale umano</strong> sono completamente ignorati, per semplicità. Ma ovviamente sono importanti: ridurre la pressione fiscale sui redditi più elevati implica un maggiore incentivo ad accumulare capitale umano, e in conseguenza una maggiore produttività degli individui.<br />
Inoltre, <strong>le riforme considerate sono <em>revenue neutral</em></strong>. Ma in Italia c’è un enorme spazio per la riduzione della spesa pubblica. Una riforma fiscale accompagnata da una riduzione della spesa pubblica avrebbe probabilmente effetti molto maggiori di quelli indicati.</p>
<p><em><strong>Politicamente fattibile?</strong></em><br />
Se quindi possiamo concludere che nella maggior parte dei casi la flat tax porta guadagni di efficienza al costo di un aumento della disuguaglianza, dobbiamo anche stare attenti: <strong>questi sono guadagni di lungo periodo</strong>, ovvero dispiegano i loro effetti dopo alcuni anni.</p>
<p><strong>Ma la politica, specialmente quella italiana, vive giorno per giorno</strong>. L’orizzonte temporale di un governo non supera i cinque anni, quando le cose vanno lisce. E anche se il lavoro di Conesa e Krueger è ottimista, probabilmente le cose sono più complicate.</p>
<p>Dal punto di vista distributivo, <strong>l’effetto dell’introduzione di una flat tax sarà probabilmente più intenso nel breve periodo rispetto al lungo periodo</strong>. Perché? Nel breve periodo, il capitale (tanto quello fisico quanto quello umano) è fisso e difficilmente si può aggiustare. L’introduzione di una flat tax nel breve periodo, è quindi equivalente ad uno<strong> spostamento di carico fiscale dagli scaglioni più elevati di reddito </strong>(ai quali l’aliquota marginale viene ridotta) <strong>agli scaglioni intermedi </strong>(quelli bassi probabilmente guadagnano grazie alla no tax area). Questo implicherebbe un aumento dei redditi al netto delle tasse per i più ricchi, ma una riduzione per la classe media. Probabilmente questo effetto persisterebbe per alcuni anni, generando pressioni politiche per l’abolizione della riforma.<br />
Per coloro che ritengano questa solo una speculazione filosofica, suggerisco la lettura di <a href="http://ftp.iza.org/dp3142.pdf">questo lavoro di Clemens Fuest, Andreas Peichl, e Thilo Schaefer</a> sulla Germania. Attraverso l’uso di un modello statico, quindi più adatto a prevedere gli effetti della riforma nel breve periodo, gli autori stimano <strong>un guadagno di efficienza dall’introduzione della flat tax, ma anche un forte aumento della disuguaglianza</strong>. In particolare, <strong>il numero di coloro che perdono è maggiore di coloro che ne beneficiano</strong>. Questo implica che sarebbe molto difficile mantenere una flat tax dopo la sua adozione: le categorie svantaggiate nel breve periodo cercherebbero di fare lobby per ottenere una sua abolizione.</p>
<p>Ma c’è anche un problema di tipo più squisitamente politico: la flat tax, anche per colpa di alcuni suoi promotori che spesso non ne sanno illustrare in modo corretto i benefici, è s<strong>pesso vista come una forma di tassazione iniqua, e in generale meno “giusta” rispetto alla tassazione progressiva tradizionale con aumenti di aliquote all’aumentare del reddito</strong>. Si ricorderanno le reazioni inferocite alla proposta di flat tax fatta da un esponente della CDU tedesca poco prima delle scorse elezioni, che probabilmente costarono alla Merkel alcuni punti percentuali di votanti. <strong>In Italia, probabilmente, la situazione non è diversa</strong> (e si vedano a tal proposito <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina2114.html">le tabelle 5 e 6 di questo articolo</a>).</p>
<p>Difficilmente quindi sarebbe possibile far passare una riforma del genere, e ancora meno facile mantenerla in vigore successivamente, a causa della lunga transizione verso il lungo periodo. Ma <strong>possiamo immaginare anche di peggio</strong>. Il lavoro di Diaz-Gimenez e Pijoan-Mas e quello di Gonzalez-Torrabadella e Pijoan-Mas suggeriscono che modificando aliquota ed esenzione si ottengono effetti redistributivi diversi, ai quali si accompagnano miglioramenti o peggioramenti in termini di efficienza. È ragionevole ritenere che <strong>governi con preferenze diverse per la redistribuzione e la crescita possano avere l&#8217;incentivo di modificare aliquote e no tax area per ottenere il livello di redistribuzione e di efficienza preferiti</strong>. Nelle simulazioni per la Spagna, i casi dove la redistribuzione è maggiore sono anche i casi dove ci sono forti perdite di efficienza, e viceversa dove la disuguaglianza aumenta anche il reddito aumenta. Non solo, ma diverse riforme hanno effetti diversi su quintili di reddito diversi della popolazione: <strong>un governo potrebbe voler scegliere aliquota e no tax area per favorire determinate fasce di reddito che lo sostengono politicamente</strong>. Trovandosi di fronte un sistema fiscale tanto semplice, anche la sua modifica in una direzione o nell&#8217;altra risulta altrettanto priva di complicazioni.<br />
<em><strong>Flat tax e la signora Thatcher</strong></em><br />
Ora diciamoci la verità: <strong>tutti gli effetti che abbiamo menzionato si possono ottenere almeno parzialmente con riforme fiscali che non si chiamano “flat tax” ma che ne rispecchiano lo spirito</strong>. La flat tax, in estrema sintesi, genera degli effetti positivi per l’economia attraverso una semplificazione del sistema fiscale e una riduzione delle distorsioni da esso generate.<br />
Per cui, se l’obiettivo è più importante del brand, val la pena pensare a <strong>strategie alternative che ottengono lo stesso risultato senza doverlo chiamare “flat tax”</strong>.</p>
<p>Una buona illustrazione degli obiettivi da raggiungere <a href="http://epistemes.org/2007/02/06/manifesto-per-un-nuovo-fisco">si trova qui</a>:</p>
<ul>
<li><em><strong>Semplicità</strong>: il sistema fiscale dovrebbe essere il più semplice possibile, e le imposte dovrebbero essere semplici da comprendere allo stesso modo degli adempimenti ad esse legati, che rappresentano un costo reale per la società;</em></li>
<li><em><strong>Trasparenza</strong>: le tasse dovrebbero essere le più visibili possibile ai contribuenti, e dovrebbe essere chiaro chi e cosa sta venendo tassato;</em></li>
<li><em><strong>Minimizzazione dell’onere fiscale</strong>: in ogni momento, sotto le condizioni contingenti in cui si trova, pro-tempore, il sistema economico. Ciò equivale, in sinergia con il principio di semplicità, a mantenere la più ampia base imponibile possibile, in quanto condizione necessaria alla riduzione delle aliquote nominali, che dovrebbero quindi sempre più tendere a quelle che effettivamente gravano sui contribuenti;</em></li>
<li><em><strong>Stabilità</strong>: le leggi e norme fiscali non dovrebbero cambiare di continuo, ed i cambiamenti non dovrebbero in nessun caso essere retroattivi;</em></li>
<li><em><strong>Neutralità</strong>: le tasse dovrebbero essere mirate a raccogliere gettito con un minimo di distorsione economica, e non dovrebbero tentare di “microgestire” l’economia;</em></li>
<li><em><strong>Promozione della crescita</strong>: le tasse dovrebbero raccogliere gettito per finanziare programmi di spesa pubblica consumando la minor frazione possibile di reddito nazionale, e dovrebbero interferire il meno possibile con crescita economica, commercio estero e movimenti di capitale.</em></li>
</ul>
<p>Possiamo immaginare una serie di riforme che ottengano tutti questi obiettivi? Una idea molto simile alla flat tax, nello spirito, è stata <a href="http://epistemes.org/2007/10/23/imposta-sui-consumi-in-quattro-mosse">esposta su questo sito qualche tempo fa</a>. Ma per vedere realizzati gli obiettivi elencati sopra, non possiamo dimenticare cosa è successo nel Regno Unito e in altri Paesi negli anni Ottanta: sempre su questo sito si è <a href="http://epistemes.org/2007/10/26/la-flat-tax-i-paesi-dellest-e-il-rischio-bolla">rilevato che le riforme fiscali della signora Thatcher hanno ottenuto risultati molto vicini a quelli della flat tax</a>, e che la Nuova Zelanda ha semplificato enormemente il suo sistema fiscale pur non adottando l’aliquota unica. In particolare, le riforme del Regno Unito hanno rilanciato il Paese, e non ci riferiamo ovviamente solo alle riforme fiscali.</p>
<p>E allora, <strong>perché non seguire la stessa strada della Lady di Ferro?</strong></p>
<p>(1) Per gli specialisti, l’esercizio è trovare la combinazione aliquota-esenzione tenendo costante sia la spesa pubblica che l’aliquota della tassa sul consumo.</p>
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</p>
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<strong>Leggete anche</strong>:
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	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
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		</item>
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		<title>Una brutta storia di bamboccioni e ministri ignoranti</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/10/30/una-storia-di-bamboccioni-e-ministri-ignoranti/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 10:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Nel primo corso di Economia, all’università, si insegna agli studenti che tutto il ragionamento economico è basato su due concetti fondamentali: il primo definisce quello che voglio ottenere, ovvero le mie preferenze; il secondo stabilisce quello che posso ottenere, ovvero i vincoli di reddito, di tecnologia, di informazione che non mi permettono di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p>Nel primo corso di Economia, all’università, si insegna agli studenti che tutto il ragionamento economico è basato su due concetti fondamentali: il primo definisce <strong>quello che voglio ottenere</strong>, ovvero le mie preferenze; il secondo stabilisce <strong>quello che posso ottenere</strong>, ovvero i vincoli di reddito, di tecnologia, di informazione che non mi permettono di ottenere sempre quello che voglio. Quello che qualsiasi docente di economia spera è che perlomeno questi due concetti rimangano chiaramente impressi nella memoria dello studente.</p>
<p><strong>Probabilmente Padoa Schioppa era distratto durante quel primo corso di economia</strong>. <span id="more-418"></span></p>
<p>Infatti, qualche settimana fa, il nostro ministro ha fatto una dichiarazione, criticatissima da più parti, sul provvedimento del governo che finanzia, tra le altre cose, <strong>un aiuto all’affitto per i giovani tra i 18 e i 30 anni</strong> (in particolare, una detrazione fiscale). Tommasino nostro ha commentato così: <a href="http://www.corriere.it/politica/07_ottobre_04/padoa_bamboccioni.shtml">“mandiamo fuori di casa i bamboccioni&#8221;</a>, riferendosi a quei giovani italiani che continuano a vivere in famiglia fino all’età adulta e anche oltre. <strong>L’idea è che, aiutando monetariamente il giovane bamboccione a pagarsi l’affitto, questi decida di lasciare il tetto familiare per trovare la sua indipendenza</strong>.</p>
<p>Ma ha senso quello che dice il ministro? Un incentivo monetario ha la possibilità di mandare fuori casa i bamboccioni? Naturalmente no. <strong>Il bamboccione, per definizione, è un soggetto che preferisce stare a casa di mamma e papà rispetto all’andare in una casa di sua proprietà o in affitto</strong>. In tal caso, quindi, siamo in presenza di un soggetto che magari ha anche la possibilità economica per poter andar via di casa, ma non vuole farlo. <strong>Qualsiasi incentivo monetario non farà cambiare le sue preferenze, ma solo i suoi vincoli di reddito</strong>. Per incentivarlo a muoversi da casa sarà probabilmente necessario un ingente trasferimento monetario, che compensi non solo l’affitto o il mutuo da pagare ma anche il costo (in gran parte non monetario) di lasciare il focolare domestico. Quindi, <strong>prima lezione per Tommasino: mai confondere preferenze con vincoli di reddito</strong>.</p>
<p>Allora questi sgravi fiscali, anche se lasciano a casa i bamboccioni, <strong>potrebbero incentivare comunque chi vuole uscire di casa ma non può per mancanza di risorse?</strong> Ancora una volta la risposta deve essere no. Per far sì che una persona decida di andare a vivere da solo, <strong>l’incentivo monetario deve rendere migliore la situazione del giovane che vive per conto proprio rispetto alla situazione in cui vive coi genitori.</strong> Il problema è simile a quello del disoccupato che deve decidere se continuare a prendere il sussidio di disoccupazione o accettare il lavoro che gli viene offerto: se il salario non compensa sia il sussidio che il beneficio in termini di tempo libero a disposizione, il lavoratore non accetterà il lavoro e continuerà a gravare sulle spalle del contribuente. Gli economisti parlano a tal proposito di <strong>margine estensivo </strong>(decidere se lavorare o no), da contrapporre al <strong>margine intensivo</strong> (ovvero di quanto varia il numero di ore di lavoro offerte dal singolo lavoratore al variare del salario). Tornando al provvedimento per gli affitti: <strong>data l’esiguità del finanziamento</strong> (al massimo 1000 euro circa da spalmare su tre anni, se il reddito non supera i 16000 euro annui, e 450 euro circa sempre da spalmare su tre anni se il reddito è superiore ai 16000 euro annui) <strong>è improbabile che questo accada</strong>, considerati anche i precedentemente menzionati benefici non monetari di stare in casa dei genitori (la mamma lava il bucato, stira le camicie, provvede ai pasti, ecc.). Quindi, <strong>seconda lezione per Tommasino: ricordarsi della differenza tra margine intensivo e margine estensivo.</strong></p>
<p>Ma assumiamo per un momento che la misura del governo abbia l’effetto desiderato, e che coloro che vogliono andare a vivere da soli, ma non possono, finalmente possano permetterselo grazie all’intervento governativo. Cosa comporterebbe <strong>un maggior numero di persone che cercano casa in affitto nel mercato immobiliare?</strong> L’economia ci insegna che, ad un aumento della domanda a parità di offerta, deve corrispondere <strong>un aumento dei prezzi (degli affitti</strong> in questo caso). Un effetto che colpisce tutti coloro che sono in affitto, non solo i giovani. Per coloro che non percepiscono il finanziamento, sarebbe una perdita secca. Quindi, <strong>terza lezione per Tommasino: ricordarsi sempre degli effetti di equilibrio economico generale.</strong></p>
<p>In conclusione, <strong>l’unico gruppo di giovani che trarrà vantaggio da tale provvedimento è quello di coloro che già ora vivono fuori casa (per studio o per lavoro).</strong> È probabile che anche questo effetto comporti un aumento degli affitti (dovuto in tal caso non al maggior numero di individui che cercano casa, ma ad una maggiore disponibilità a pagare di quei giovani che già vivono in affitto e magari cercano una sistemazione migliore), anche se decisamente minore rispetto ad un afflusso in massa sul mercato immobiliare di tutti i ventenni-trentenni che ancora vivono coi genitori.</p>
<p><strong>Bamboccioni si nasce o si diventa?</strong></p>
<p>Le ragioni per cui i giovani vivono con i genitori sono molte e diverse. <a href="http://www2.dse.unibo.it/ichino/daddye26.pdf">Andrea Ichino, in un lavoro con altri tre ricercatori,</a> ritiene che tale ragione vada cercata nel <strong>mix di lavori estremamente protetti dei genitori e lavori assolutamente privi di protezione dei figli</strong>; mentre <a href="http://www.econ.berkeley.edu/%7Emoretti/padri.pdf">Moretti e Manacorda</a> puntano il dito sulle <strong>preferenze dei genitori</strong>, a cui appunto piace avere i figli intorno. <a href="http://www.istat.it/dati/catalogo/20060621_03/strutture_familiari.pdf">Una indagine dell’Istat</a> mostra che <strong>la ragione addotta come motivo per non lasciare la casa paterna dalla stragrande maggioranza dei giovani italiani sia che la situazione non gli dispiace per niente</strong> (si veda la <a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figura1_bamboccioni.JPG">figura 1</a> sotto).</p>
<p><a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figura1_bamboccioni.JPG"><img src="http://epistemes.org/wp-content/2007/10/figura1_bamboccioni.thumbnail.JPG" alt="figura 1 bamboccioni" title="figura 1 bamboccioni" /></a></p>
<p>È interessante anche notare la dinamica dei trasferimenti intrafamiliari: <strong>una minoranza dei giovani che vive con i genitori compartecipa alle spese familiari</strong> (<a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figura2_bamboccioni.JPG">figura 2</a>).</p>
<p><a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figure2_bamboccioni.JPG"><img src="http://epistemes.org/wp-content/2007/10/figure2_bamboccioni.thumbnail.JPG" alt="figura 2 bamboccioni" title="figura 2 bamboccioni" /></a></p>
<p>L’indagine rileva che il <strong>55% di coloro che vivono con i genitori non ha intenzione di lasciare la casa paterna nei successivi tre anni. Coloro che pensano di andarsene entro i successivi tre anni </strong>(circa il 45% dei giovani tra i 18 e i 39 anni), adducono come <strong>ragione il matrimonio (41,7%)</strong>, mentre l’esigenza di autonomia e indipendenza (24,6%) e il conseguimento di un lavoro (18,3%) non sembrano particolarmente decisivi (<a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figura3_bamboccioni.JPG">figura 3</a>).</p>
<p><a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/10/figura3_bamboccioni.JPG"><img src="http://epistemes.org/wp-content/2007/10/figura3_bamboccioni.thumbnail.JPG" alt="figura 3 bamboccioni" title="figura 3 bamboccioni" /></a></p>
<p>Insomma, l’argomento appare complesso, con aspetti legati alle preferenze individuali di genitori e figli, ma anche con motivazioni di carattere più economico. <strong>Dai dati è difficile dire quale delle due ragioni prevale</strong>, e il discorso si fa scivoloso: gli aspetti indicati come dovuti alle preferenze possono essere stati indotti da anni di politiche economiche ipergarantiste e assistenzialiste, che permettono sia ai genitori che ai figli di sostenere questa situazione.</p>
<p>Ma questo è un tema che richiederebbe tante e tante pagine. <strong>Per ora limitiamoci a rimandare a settembre il nostro ministro del Tesoro.</strong></p>
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		<item>
		<title>Padoa-Schioppa e il suo Quaderno: bocciati</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/10/05/padoa-schioppa-e-il-suo-quaderno-bocciati/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2007 12:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Ci risiamo. Non contento di aver già varato il Grande Piano di Salvataggio dell’Università Italiana, ora il governo, per bocca del suo ministro dell&#8217;Economia Padoa-Schioppa, tira fuori un bel Big Plan per la scuola primaria e secondaria: il Quaderno Bianco sulla Scuola, un bel malloppo di quasi 300 pagine frutto dello sforzo governativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p>Ci risiamo. Non contento di aver già varato il <a href="http://epistemes.org/2007/08/06/vladimir-ilyich-mussi-e-josef-vissarionovich-padoa-schioppa/">Grande Piano di Salvataggio dell’Università Italiana</a>, ora il governo, per bocca del suo ministro dell&#8217;Economia Padoa-Schioppa, tira fuori <strong>un bel Big Plan per la scuola primaria e secondaria</strong>: il <a href="http://www.tesoro.it/web/apri.asp?idDoc=18184">Quaderno Bianco sulla Scuola</a>, un bel malloppo di quasi 300 pagine frutto dello sforzo governativo per “il bene dell’Italia”.<br />
<span id="more-404"></span></p>
<p>Leggendo il documento, <strong>c’è da mettersi le mani nei capelli</strong> (e consigliamo al lettore interessato di dare un’occhiata alla parte iniziale del rapporto, dove si evidenziano le lacune del sistema educativo nostrano): la nostra scuola fa davvero pietà. Studenti impreparati, infrastrutture carenti, un numero eccessivo di docenti, tra l’altro poco incentivati a migliorare la loro professionalità di educatori …</p>
<p>Ma non è di questo che parleremo. Ci interessa piuttosto discutere le soluzioni proposte, e presentare della alternative che ci paiono più sensate.</p>
<p>In particolare<strong> il documento indica le seguenti misure da intraprendere</strong>:</p>
<p>1) si definisce un <em>“[…] nuovo ruolo dello Stato, sempre meno gestore, sempre più centro di competenza nazionale e di indirizzo”</em>, che deve pertanto presiedere alla <em>“[…] <strong>costruzione di un sistema nazionale di valutazione e di fissazione e misura degli standard essenziali di qualità</strong>”</em> nonché alla <em>“[…] <strong>programmazione a breve, medio e lungo termine del fabbisogno territoriale di insegnanti</strong>.”</em> Per quest’ultimo punto, si prevede addirittura un modello di simulazione dei fabbisogni del personale scolastico che permetta previsioni sino al 2027 (auguri)<br />
2) <em>“[…] una <strong>più piena autonomia economico-finanziaria delle istituzioni scolastiche</strong>, accompagnata da capacità e trasparenza contabile e dalla crescente potestà di attuare gli interventi necessari al miglioramento dei risultati.”</em><br />
3) la realizzazione di un <strong>sistema di valutazione nazionale del sistema scolastico</strong> (che in modo abbozzato già esiste), e la <em>“trasformazione dell’INVALSI in un alto centro di competenza, dotato di risorse finanziarie adeguate […], risorse umane di elevato profilo internazionale, e assoluta autonomia istituzionale”</em><br />
4) la <strong>modifica del reclutamento dei docenti</strong>, che dovrebbe avvenire <strong>con un contratto a tempo determinato all’inizio della carriera</strong>, svolgendo attività didattica sotto la supervisione di docenti esperti, e che preveda alla scadenza <strong>una valutazione</strong> che, se positiva, permetta l’ottenimento di un contratto a tempo indeterminato;<br />
5) <strong>incentivi monetari per il complesso del personale scolastico di una determinata scuola a seconda della valutazione ricevuta</strong> dalla commissione nazionale di valutazione</p>
<p>Mentre la maggiore autonomia dei singoli istituti è auspicabile (e da questa dovrebbe direttamente derivare la possibilità di contrattare gli insegnanti liberamente con contratti di qualsiasi tipo, non quelli prestampati dal ministero o peggio ancora dai COBAS), le altre misure sono <strong>frutto della solita impostazione centralista che ha caratterizzato l’azione di questo governo (e di quelli precedenti, ci mancherebbe)</strong>: si prevede una bella pianificazione centrale delle linee direttive di indirizzo e dei fabbisogni in termini di personale, con tanto di valutatori (ma internazionali, eh) nominati dal ministero.</p>
<p>Beh, francamente, puzza tanto di dejà vu.</p>
<p><strong>Ancora un Big Plan? Cambiamo strada</strong></p>
<p>Eppure gli economisti hanno suggerito strade alternative, che si sono rivelate nel tempo molto più efficaci di qualsiasi Quaderno ministeriale. L’idea fondamentale è molto semplice e intuitiva: <strong>mettere le scuole in competizione tra loro, e in tal modo incentivarle a migliorare la propria offerta formativa</strong>. Ma cosa significa mettere le scuole in competizione tra loro? Significa far dipendere le loro risorse dalla loro performance in termini educativi. Come si può ottenere questo risultato? Esistono vari modi, e nel tempo e nei vari paesi si sono sperimentate modalità differenti.</p>
<p>A Tel Aviv, per esempio, il sistema scolastico non permetteva che lo studente potesse scegliere la scuola in cui andare. Prevedeva invece l’assegnazione automatica di ogni studente a una scuola in base al quartiere di residenza. Per evitare che si formassero dei ghetti educativi nei quartieri disagiati, i ragazzi provenienti da tali quartieri venivano in parte ridistribuiti in scuole di quartieri migliori e ivi trasportati in pulmini scolastici.<br />
<strong>Nel 1994 è stato effettuato un esperimento in un distretto scolastico della città: ai ragazzi di tale distretto è stato concesso di scegliere la scuola a cui iscriversi</strong> (stiamo parlando di ragazzi che si dovevano iscrivere alla secondaria inferiore). In particolare, lo studente poteva scegliere tra le scuole del suo distretto e altre scuole al di fuori di esso (anche se la scelta era limitata a poche scuole). <a href="http://www.nber.org/papers/w11969">Victor Lavy</a> ha analizzato i risultati dell’esperimento di Tel Aviv, andando a vedere come aveva influito sulla performance scolastica successiva degli studenti coinvolti. Quindi ha verificato come tali studenti si erano comportati durante tutta la frequentazione della scuola secondaria superiore, confrontando tale performance con il loro risultato alla fine della scuola primaria. I dati mostrano un deciso <strong>miglioramento dei risultati scolastici degli studenti</strong> coinvolti rispetto ai non coinvolti. Non solo: <strong>gli studenti provenienti dalle famiglie più svantaggiate hanno beneficiato in modo sostanzialmente maggiore</strong> della possibilità di scegliere la scuola di loro gusto, in termini sia di performance che di riduzione dell’abbandono scolastico.</p>
<p>Da cosa dipende tale miglioramento? L’autore suggerisce che <strong>l’effetto sia stato determinato da</strong> due motivi fondamentali.<br />
Il primo è <strong>una migliore assegnazione degli studenti alle scuole</strong>: circa il 90% degli studenti che hanno partecipato al programma ha frequentato la propria scuola preferita, il restante 10% la seconda scelta.<br />
Il secondo è <strong>un miglioramento della performance educativa dovuto alla competizione tra gli enti educativi</strong>: le scuole coinvolte hanno <em>“cercato di comprendere meglio i bisogni degli studenti, coinvolgendoli nelle decisioni scolastiche, […] sviluppando speciali programmi educativi per attrarre gli studenti (ad esempio, nuovi programmi in comunicazione e biotecnologie, corsi speciali per studenti particolarmente dotati e includendo anche un anticipo dell’immatricolazione all’università mentre ancora tali studenti frequentavano la scuola superiore, ed anche programmi speciali per studenti a basso apprendimento”</em>.  Tutti questi cambiamenti <em>“hanno migliorato il matching tra le capacità cognitive o le preferenze dello studente e ciò che la scuola poteva offrire”</em>.<br />
<strong>La competizione tra le scuole ha giocato come incentivo al miglioramento</strong>: ogni scuola doveva avere un numero sufficiente di alunni, pena la chiusura e quindi la conseguente perdita del lavoro per docenti e personale. La paura di perdere studenti ha creato una tensione verso una migliore qualità dell’educazione fornita agli alunni; non solo, ma anche i genitori sono diventati più esigenti con la scuola e più coinvolti nell’educazione dei figli, pronti a partecipare alle iniziative organizzate dalla scuola.<br />
In sintesi, <strong>mettere in competizione le scuole tra loro e dare maggiore libertà di scelta alle famiglie ha significato un miglioramento delle performance degli studenti grazie ad un miglioramento dell’offerta didattica.</strong></p>
<p>Negli Stati Uniti, in alcuni distretti scolastici, è stato messo in piedi <strong>un sistema simile: ogni studente viene dotato di un voucher</strong>, cioè un certificato che va consegnato alla scuola a cui ci si iscrive e che accredita tale scuola per ricevere un finanziamento statale (il cui ammontare è specificato nel voucher). Il voucher può essere speso in scuole pubbliche e (di solito in alcune) private, quindi <strong>la possibilità di scelta è molto più ampia che nell’esperimento israeliano</strong>.<br />
Caroline Hoxby ha dedicato vari lavori ai sistemi di vouchers. <a href="http://post.economics.harvard.edu/faculty/hoxby/papers/hoxby_2.pdf">In uno di questi</a>, si pone tre domande, e cerca di rispondere guardando alla enorme mole di studi generata da questi programmi: <strong>le scuole pubbliche migliorano la propria produttività in seguito alla competizione generata dal sistema di vouchers? Gli studenti ottengono migliori risultati? C’è una selezione dei migliori studenti a discapito dei peggiori, in tali scuole?</strong><br />
L’analisi si concentra sia sui sistemi di vouchers che sulle cosiddette charter schools (che sostanzialmente sono simili al voucher system, ma hanno molte più restrizioni; in particolare in alcuni casi devono accettare gli studenti in base ad una assegnazione casuale). I risultati sono consistenti col lavoro di Lavy: <strong>le scuole migliorano la propria performance grazie alla maggiore competizione; gli studenti ottengono migliori risultati nei test standardizzati, e non vi è un effetto di cream skimming</strong>: in realtà tali scuole attraggono specialmente gli studenti “peggiori” (sia in termini di risultati scolastici che di background familiare).</p>
<p>Infine, è interessante citare il <a href="http://public.tepper.cmu.edu/facultydirectory/FacultyPaper.aspx?ID=38302">recente lavoro di Marta Ferreyra</a>, che basandosi su stime statistiche degli effetti di un sistema di vouchers, mostra i risultati della <strong>simulazione di un sistema di vouchers generalizzato nell’area di Chicago</strong>. Oltre agli effetti già considerati (miglioramento della performance delle scuole e degli studenti), questo lavoro ne riscontra altri: <strong>un aumento del numero delle scuole private, e un forte effetto sulle scelte residenziali delle famiglie</strong> (che in parte migrano verso zone dove i prezzi delle case sono più bassi, per poi mandare i propri figli ad una scuola privata). L’effetto di tale sistema è <strong>diverso a seconda dell’ammontare del voucher</strong>: in generale una maggioranza ne beneficia, ma i più poveri ne beneficiano solo per elevati ammontari del voucher. Inoltre, escludere le scuole religiose dal sistema non è una buona idea: Ferreyra mostra che questo riduce il welfare in caso di presenza consistente di famiglie che desiderano, ad esempio, una educazione cattolica per i propri figli.<br />
Il messaggio generale è che <strong>gli effetti cambiano in modo sostanziale a seconda di come è disegnato il sistema</strong>: il diavolo, si sa, sta nei dettagli.</p>
<p><strong>Anche in Italia?</strong></p>
<p>Quello che possiamo consigliare al ministro Padoa Schioppa è di <strong>buttare via il Quaderno Bianco sulla Scuola, e di chiedere a due o tre economisti esperti di policy evaluation</strong> (ce ne sono parecchi italiani, alcuni in Italia e altri all’estero in prestigiose università) <strong>di studiare un <a href="http://www.socialresearchmethods.net/tutorial/Belue/rand.html">randomized experiment</a></strong> (ovvero un progetto pilota che scelga casualmente i partecipanti in modo da poter valutare il suo effetto in maniera statisticamente corretta) <strong>per mettere in piedi un sistema di vouchers</strong>. Dopodiché, renda pubblici i risultati, e lasci piena libertà alle singole regioni di decidere se implementare un sistema simile o no.</p>
<p>Vogliamo scommettere che sarà meglio di qualsiasi commissione di valutazione?</p>
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<strong>Leggete anche</strong>:
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	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
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		<title>Contrordine compagni! Il liberismo rimane di destra</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/09/13/contrordine-compagni-il-liberismo-rimane-di-destra/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2007/09/13/contrordine-compagni-il-liberismo-rimane-di-destra/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Sep 2007 10:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Asoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Asoni e Antonio Mele
L’ultimo film di Gabriele Muccino, “The pursuit of happyness”, si basa sulla storia di Chris Gardner, un giovane americano di colore che ha fatto fortuna nel mondo della finanza partendo da una situazione economica e sociale che definire disagiata sarebbe un eufemismo. Il messaggio di fondo del lavoro di Muccino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Asoni e Antonio Mele</strong></p>
<p>L’ultimo film di Gabriele Muccino, <a target="_blank" href="http://www.imdb.com/title/tt0454921/">“The pursuit of happyness”</a>, si basa sulla storia di <a target="_blank" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chris_Gardner">Chris Gardner</a>, un giovane americano di colore che ha fatto fortuna nel mondo della finanza partendo da una situazione economica e sociale che definire disagiata sarebbe un eufemismo. <strong>Il messaggio di fondo del lavoro di Muccino è che col duro lavoro e la tenacia si può ottenere qualsiasi risultato.</strong></p>
<p>Il successo per Gardner arriva sotto forma di un lavoro da broker per una banca d’affari. I disagi sono invece i più vari. Chris finisce in carcere per delle multe non pagate, viene lasciato dalla sua compagna con un figlio di appena 5 anni, perde la casa dove vive perchè non riesce a pagare l’affitto. Si ritrova senzatetto e dorme spesso nei bagni della metropolitana; quando è fortunato riesce a trovare un pasto caldo e un letto in un ente caritatevole religioso.<br />
Il governo compare poco in questo contesto, e anzi quando lo fa è un ostacolo sulla strada verso il successo (arresto e confisca del conto corrente a causa di tasse non pagate).</p>
<p><span id="more-376"></span></p>
<p><strong>Il mondo di Gardner non è certo quello del Welfare State. Piuttosto l’idea di fondo è quella tipica del liberalismo classico in economia, in Italia chiamato liberismo, del povero che si arricchisce attraverso l’impegno e il duro lavoro</strong>. E non grazie allo Stato ma in completa indipendenza da esso; qualcuno direbbe, nonostante lo Stato. In un sistema di libero mercato l’intervento dello Stato è minimale e soprattutto attento a non distorcere le scelte delle persone. Sarà l’interazione tra i singoli a determinare la distribuzione delle risorse. Ognuno seguendo la propria passione, le proprie preferenze e i propri talenti.</p>
<p>Inoltre anche le opportunità non sono uguali fra ricchi e poveri. I poveri devono impegnarsi di più per uscire dalla propria condizione di miseria perché partono da una situazione svantaggiata rispetto a chi è ricco. <a target="_blank" href="http://epistemes.org/2007/06/12/quei-%e2%80%9csi-pero%e2%80%a6%e2%80%9d-che-non-ci-piacciono/">Tale svantaggio, lungi dall’essere “immorale”, è necessario</a>. Un genitore povero che non mette a frutto le sue capacità limita le possibilità dei propri figli. Il naturale altruismo verso i propri bambini spingerà dunque verso un maggiore impegno. Non entriamo nel dibattito di quanto le opportunità debbano essere diseguali. Sottolineiamo solo che probabilmente non devono essere identiche e che la diversità di opportunità gioca un ruolo positivo e non solo negativo.</p>
<p><strong>Siamo quindi rimasti sorpresi nel leggere dell’ultima fatica letteraria di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, <a target="_blank" href="http://www.dvd.it/page/dett/arti/965109/nv/LIB.ECO.D330/il_liberismo_%E8_di_sinistra.html">“Il liberismo è di sinistra”</a>.</strong> In tal libro, gli autori sostengono <strong>una tesi controversa da un punto di vista <a target="_blank" href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&amp;ID_articolo=1022&amp;ID_sezione=81&amp;sezione=">politico</a> come loro stessi ammettono</strong> (<em>“Il liberismo è spesso considerato un pensiero politico ed economico di destra. Imbrigliare i mercati, vincolarli e impedirne il funzionamento per raggiungere vari scopi sociali sarebbe invece di sinistra”</em>), ed <strong>anche dal punto di vista economico</strong> (<em>“[…] nell’Italia di oggi non esiste una relazione inversa tra equità ed efficienza: più efficienza non significa meno equità, anzi! Le riforme liberiste di cui abbiamo parlato in Goodbye Europa, e che in questo volume brevemente ricordiamo, renderebbero l’Italia non solo un paese più efficiente ma anche più equo”</em>).</p>
<p><strong>Gli autori concludono dicendo che “<em>[…] oggi, in Italia, chi ha a cuore i valori storici della sinistra, cioè equità, pari opportunità, criteri di merito e non di classe, dovrebbe schierarsi in prima linea nelle battaglie a favore d[el] mercato […]</em>”.</strong></p>
<p>Perché questa tesi ci stupisce? Tralasciamo di fornire una analisi storica, che mostrerebbe come la sinistra nell’ultimo secolo si sia definita culturalmente come la parte politica dell’anti-mercato. Allo stesso modo non ci impegnamo nell’analisi teorica della tesi dei prof. Giavazzi e Alesina visto che <a target="_blank" href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Il_liberismo_non_%C3%A8_di_sinistra.">Michele Boldrin lo ha già fatto egregiamente su NoiseFromAmerika</a> .</p>
<p>Ci concentreremo dunque su altre questioni particolarmente in contrasto con la tesi di Giavazzi e Alesina. Le domande a cui cerchiamo di rispondere, guardando a semplici dati, sono due. <strong>È vero che muoversi verso un sistema economico più liberale implica un aumento di efficienza ed equità allo stesso tempo?</strong> Se interpretiamo il concetto di equità in termini di minori disuguaglianze economiche (ovvero l’accezione che comunemente si dà a tale concetto nella sinistra politica), <strong>la risposta è no: la liberalizzazione dei mercati, l’enfasi sulla produttività dei singoli e sul merito, sul possesso di certe conoscenze sono solitamente accompagnati da una crescita media dei redditi e da un aumento delle differenze tra i ricchi e i poveri.</strong></p>
<p>In questo senso il libero mercato non è culturalmente di sinistra ma chiaramente di destra (dove si tende ad anteporre la crescita economica all’equità). Per cui la tesi di Giavazzi e Alesina non ci sembra corretta; se vogliamo implementare delle riforme liberiste, dovremo rassegnarci ad accettare maggiori disuguaglianze sociali.</p>
<p>Date queste premesse, sorge un altro dubbio: <strong>è possibile che in Italia, per una strana situazione storico-politica, le persone che si dichiarano di destra siano meno favorevoli al mercato di coloro che si ritengono di sinistra?</strong><br />
Se fosse così, l’opera di Giavazzi e Alesina sarebbe forzata dal punto di vista teorico, ma almeno meritoria nel cercare di convincere quelli a sinistra restii a sostenere riforme liberiste.</p>
<p>Anche in questo caso però <strong>la risposta è negativa. I concetti di merito e concorrenza, di incentivi e di non intervento dello stato hanno maggior presa su chi si dichiara di destra. A sinistra, invece, si considera molto più importante ridurre le disuguaglianze e si preferisce che lo stato intervenga in maniera sostanziale nell’economia.</strong> Pertanto, se si vuole cercare di promuovere delle riforme in senso liberista in Italia è più semplice rivolgersi ai cittadini di destra.</p>
<p><strong>Libero mercato e disuguaglianza</strong></p>
<p><strong>L’implementazione di un mercato efficiente</strong> e le misure che sono necessarie a tale fine (la diminuzione della pressione fiscale, la deregolamentazione dei mercati, maggiore competizione tra imprese e tra lavoratori etc) <strong>determinano, attraverso canali diversi, un aumento della disuguaglianza nei redditi</strong>. L’evidenza empirica è varia, diretta e indiretta.</p>
<p><a target="_blank" href="http://www.fperri.net/papers/consinc_restud.pdf">Krueger e Perri (2006)</a> documentano <strong>l’aumento della disuguaglianza negli Stati Uniti avvenuta tra il 1972 e il 1998.</strong> I due economisti legano tale aumento alla maggiore volatilità del reddito da lavoro, definita come una maggiore differenza tra il maggiore e il minore reddito ottenibile. Quando persone più produttive guadagnano di più (uno degli effetti del libero mercato), anche la disuguaglianza nella società aumenta.</p>
<p>Incidentalmente Krueger e Perri mostrano anche come <strong>più disuguaglianza nei redditi non necessariamente implichi un allargamento della forbice tra ricchi e poveri nel consumo</strong> (che è la misura che dovrebbe interessare a chi ha a cuore la sorte dei più deboli). E non grazie all’intervento dello Stato ma grazie all’intervento del mercato. Il credito al consumo infatti altro non è che che una forma di assicurazione che gli individui contraggono tra di loro concedendo prestiti a chi ha necessità immediate.</p>
<p><strong>In concomitanza ad un aumento della disuguaglianza infatti si osserva un forte aumento del ricorso al credito al consumo (in genere, carte di credito). Gli autori mostrano che questo sistema in pratica ridistribuisce reddito dai ricchi ai poveri.</strong> Tale tendenza non si è fermata, e anzi oggi assistiamo al nascere di fenomeni come <a target="_blank" href="http://prosper.com/">prosper.com</a> e <a target="_blank" href="http://zopa.com/ZopaWeb/">zopa.com</a>, siti internet dove le persone si prestano danaro senza alcuna intermediazione bancaria. In sintesi, <strong>il mercato crea occasioni di profitto e di maggiore benessere anche da un fenomeno che a prima vista potrebbe essere giudicato negativo, l’aumento della disuguaglianza</strong>.</p>
<p><a target="_blank" href="http://elsa.berkeley.edu/%7Esaez/pikettyqje.pdf">Piketty e Saez (2003)</a> analizzano i redditi dei più ricchi in America nel periodo 1913-1998. Il dato statistico che riportano è un <strong>aumento notevole di tali redditi rispetto al resto della popolazione (e della disuguaglianza) dagli anni ’70 in poi, e in modo molto pronunciato soprattutto a partire dagli anni ’80, epoca delle riforme liberiste di Reagan</strong> (si veda <a target="_blank" href="http://economistsview.typepad.com/.shared/image.html?/photos/uncategorized/figa171506_1.gif">questo grafico</a> per esempio, che mostra l’aumento della proporzione di reddito detenuto dal 10% più ricco della popolazione).</p>
<p>Tra le cause ipotizzate vi sono il venir meno di alte aliquote marginali e di una pronunciata progressività nel sistema fiscale, riforme nel mercato del lavoro e shock tecnologici che hanno favorito l’accumulazione di certe abilità rispetto ad altre. Ovvero <strong>tasse più basse, un mercato del lavoro più flessibile e l’innovazione tecnologica favorita da mercati più liberi fanno aumentare l’efficienza dell’economia a scapito dell’eguaglianza dei redditi</strong>.</p>
<p><a target="_blank" href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=984330">Levy e Temin (2007)</a> attribuiscono l’aumento nella disuguaglianza dagli anni ’80 in poi alle diverse istituzioni dominanti in America. In particolare il passaggio da alte tasse medie, pronunciata progressività fiscale, notevole peso dei sindacati e un alto salario minimo (politiche tese a redistribuire il reddito come da manuale di sinistra) a basse tasse, ridotta progressività, indebolimento dei sindacati e riduzione del salario minimo ha causato l’aumento della disuguaglianza. <strong>La liberazione delle forze del mercato ha da una parte creato il boom economico di cui tutti gli americani hanno beneficiato, godendo di livelli di benessere molto più alti, dall’altra ha accentuato le discrepanze tra ricchi e poveri.</strong></p>
<p>Per completare il quadro è necessario ricordare che, se le forze del mercato hanno fatto aumentare la disuguaglianza nei redditi tra ricchi e poveri, hanno anche cambiato la figura del “ricco”, attraverso gli stessi incentivi. Se prima il ricco era solitamente individuato nel rentier che godeva i frutti del capitale accumulato,<strong> i ricchi moderni sono quelli che gli americani chiamano “working rich”. Professionisti e imprenditori che vengono pagati profumatamente (perchè molto produttivi) ma <a target="_blank" href="http://www.heritage.org/Research/Labor/images/cda99-07cht12.gif">lavorano mediamente più del doppio numero di ore a settimana dei più poveri</a>.</strong></p>
<p>In conclusione, <strong>riforme liberiste implicano maggiore crescita e maggiore ricchezza, distribuita in maniera più diseguale. Di certo non maggiore equità</strong>.</p>
<p><strong>I valori di fondo degli italiani di destra e di sinistra</strong></p>
<p><em>I dati della World Value Survey</em></p>
<p>Siamo andati a vedere come gli italiani hanno risposto alla <a target="_blank" href="http://www.worldvaluessurvey.org/">World Value Survey</a>, una inchiesta internazionale sui valori politici e socioculturali. Gli ultimi dati sono relativi al 1999. <strong>Abbiamo raccolto e analizzato i dati delle risposte ad alcune domande su merito, uguaglianza e incentivi degli italiani</strong>, costruendo dei grafici che mettono in relazione queste risposte con la autocollocazione politica (ovvero, la risposta alla domanda “indichi dove si trova lei politicamente in una scala da 1 a 10, dove 1 indica estrema sinistra, e 10 indica estrema destra”).</p>
<p>Una nota metodologica. <strong>Ciò che segue non fa riferimento agli schieramenti partitici</strong>. Il nostro obiettivo è <strong>valutare le opinioni dei cittadini a seconda del loro orientamento politico-culturale e non a seconda del partito per cui votano</strong>. Per guardare le figure si apra il file <a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/09/figures_wvs_questions.pdf">“figures_WVS_questions.pdf”</a> .</p>
<p>Le prime tre figure riguardano i valori o principi sui quali si dovrebbe fondare una società “giusta” (a parere degli intervistati). Ad ogni principio, quali il riconoscimento dei meriti individuali o la riduzione delle disuguaglianze, ogni intervistato attribuisce un grado di importanza.</p>
<p>La prima figura (WVS 1) suggerisce che <strong>più ci si sposta a destra più il riconoscimento dei meriti individuali viene considerato importante</strong> (a parte un’anomalia per l’estrema sinistra, dovuta possibilmente al ristretto numero degli intervistati). La seconda figura (WVS 2) invece sottolinea come <strong>per il popolo della sinistra (non sorprendentemente) la riduzione delle disuguaglianze è molto importante</strong>. Questo risultato viene confermato dalla figura WVS 3 che riguarda ancora il grado di distribuzione dei redditi. Mentre <strong>a destra si tende a pensare che la disuguaglianza nella società italiana non sia abbastanza, a sinistra si pensa che i redditi debbano essere più uguali</strong>.</p>
<p>Le figure 4-6 riguardano la libertà economica in particolare delle imprese. Il quarto dato (WVS 4) ha rilevanti implicazioni di policy corrente. Quando si è posti di fronte al problema della proprietà pubblica delle aziende e di una loro eventuale privatizzazione, <strong>a destra si mostrano chiaramente favorevoli alla proprietà privata mentre a sinistra si è più freddi rispetto a tale tema</strong>. Stesso risultato per quanto riguarda la concorrenza (WVS 5): <strong>chi si colloca a destra tende a considerare la competizione come una forza positiva mentre molti a sinistra la considerano una forza negativa</strong>.<br />
La figura WVS 6 inoltre mostra chiaramente come <strong>a sinistra si chieda allo Stato un maggiore controllo sull’operato delle imprese mentre a destra si indichi chiaramente come i privati debbano essere liberi di operare da influenze pubbliche</strong>.</p>
<p>La settima domanda (WVS 7) va al cuore della differenza ideologica tra destra e sinistra. <strong>Dovendo scegliere tra libertà ed eguaglianza a sinistra si favorisce decisamente la seconda. Tale sostegno declina mano a mano che ci si sposta verso destra. Alla destra dello spettro politico infine si sceglie decisamente la libertà sull’eguaglianza</strong>.</p>
<p>In fondo, questi dati confermano quello che dice il senso comune. A destra si sceglie la libertà piuttosto che l’uguaglianza, si preferisce meno intervento dello Stato, si ritiene il riconoscimento dei meriti individuali un principio fondamentale e si è disposti ad accettare una società più libera, più ricca e più diseguale. A sinistra il disegno è completamente rovesciato.</p>
<p><em>I dati dell’indagine ISPO &#8211; Analysis per NoisefromAmerika</em></p>
<p>I dati presentati sopra risalgono al 1999. Si potrebbe sospettare che in 8 anni la situazione sia cambiata. Abbiamo perciò integrato l’evidenza della World Value Survey con quella dell’<strong>indagine demoscopica realizzata a giugno 2007 dall’ISPO di Renato Mannheimer, in collaborazione con Analysis, per le <a target="_blank" href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Giornate_di_studio_NYU-noiseFromAmeriKa_2007%3A_Firenze%2C_5-6_Luglio">Giornate di Studio NoisefromAmerika</a></strong> (ringraziamo Michele Boldrin e i redattori di NfA per averci fornito i dati). Questa indagine conferma quanto detto sopra, e fornisce la prova che le visioni di fondo dei cittadini che si dichiarano di destra o di sinistra sono stabili nel tempo. Per osservare i grafici aprire il file <a target="_blank" href="http://epistemes.org/wp-content//2007/09/figures_ispo_questions.pdf">“figures_ISPO_questions.pdf”</a>.</p>
<p>I primi due dati (ISPO 1 e ISPO 2) riguardano la dicotomia ideale e ideologica tra uguaglianza e libertà. Come in precedenza troviamo confermato il fatto che <strong>a destra preferiscono la libertà all’uguaglianza mentre a sinistra la si pensa in maniera opposta</strong>.</p>
<p>Successive domande si sono invece concentrate su precise scelte di policy. È infatti ovvio che diverse assunzioni sulla libertà e sull’eguaglianza si traducono in diverse scelte di policy. Ogni scelta di policy inoltre ha certe implicazioni sulla vita dei singoli individui che pagano dei costi o traggono dei benefici.</p>
<p>Per quanto riguarda il mercato del lavoro la differenza è netta. Mentre <strong>a sinistra si dichiara di preferire un mercato che tenga in maggior conto le esigenze dei lavoratori, a destra si preferisce che dia un peso maggiore alle necessità delle imprese</strong> (ISPO 3 e ISPO 4). Inotre messi di fronte alla scelta tra un mercato flessibile e con salari più alti o un mercato rigido con salari più bassi, <strong>le persone di destra e sinistra scelgono in maniera opposta: flessibilità e ricchezza per i primi, rigidità e sicurezza per i secondi</strong> (ISPO 5 e ISPO 6).</p>
<p>Anche il rapporto tra lo Stato e il cittadino viene vissuto diversamente dalle persone di destra e di sinistra (e in modo perfettamente compatibile con le classiche ideologie di destra e di sinistra). <strong>I secondi sono più propensi del cittadino medio a pensare che lo Stato sia in grado di fornire servizi a condizioni economiche convenienti mentre i primi si rivelano parecchio scettici, e molto più scettici del cittadino medio, su tale capacità</strong> (ISPO 7 e ISPO 8). Tali opinioni sono perfettamente in linea con il fatto che mentre <strong>a sinistra si ritiene che lo Stato debba garantire tali servizi anche quando è necessario aumentare le tasse, a destra si preferisce un abbassamento delle tasse anche a costo di un taglio di tali servizi</strong> (ISPO 9 e ISPO 10).</p>
<p>È interessante notare che tali opinioni rimangano immutate anche qualora venga presentato il quadro di uno Stato effettivamente inefficiente nel produrre tali servizi. <strong>Nonostante la sua inefficienza gli italiani in generale preferiscono che lo Stato continui a produrre tali servizi, piuttosto che tagliare le tasse e lasciare gli individui liberi di acquistare i servizi necessari sul mercato. Tale tendenza è più forte a sinistra mentre a destra si concentrano i pochi favorevoli ad un taglio delle tasse</strong> (ISPO 13 e ISPO 14).</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>le privatizzazioni viene confermato quanto già appreso sopra; a sinistra sono in maggioranza contrari mentre a destra si concentrano i (pochi in effetti) favorevoli</strong> (ISPO 11 e ISPO 12).</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>In questo lungo, ma speriamo agile, articolo abbiamo argomentato contro la tesi di Alesina e Giavazzi, secondo cui il liberismo sarebbe di sinistra, in due modi. Da una parte abbiamo riportato alcuni articoli scientifici che argomentano come la relazione inversa tra equità ed efficienza esista. Ovvero <strong>il mercato è come la marea che solleva tutte le barche ma ne solleva alcune più di altre. E più si vuol salire, più si rischia di vedere aumentato il divario. Pertanto a sinistra non ci si può illudere di avere più mercato e anche più equità</strong>, almeno nel medio periodo.</p>
<p>La seconda parte del nostro argomento invece studia i valori e i principi delle persone di destra e di sinistra in Italia e mostra come <strong>le idee del liberalismo classico in economia trovino terreno più fertile tra coloro che si definiscono di destra</strong>.</p>
<p>In quanto persone che si ritengono liberali siamo felici di vedere gli ideali del libero mercato diffondersi anche nella parte sinistra dello spettro politico, tradizionalmente avversa a queste posizioni. Non si può che apprezzare la forza con cui si cerca di cambiare un’ideologia ormai non più al passo con i tempi. Allo stesso modo riteniamo che sia erroneo e controproducente presentare queste posizioni come posizioni di sinistra. <strong>Si crea confusione ed uno svuotamento di significato delle etichette che non genera nulla di nuovo ma piuttosto un generico contenitore di idee buono per tutte le stagioni e in cui far entrare di tutto</strong>.</p>
<p>Piuttosto sarebbe meglio riconoscere che la sinistra si dovrebbe spostare; piuttosto che “il liberismo è di sinistra”, sposeremmo la tesi che “la sinistra dovrebbe essere liberale”.</p>
<p>Se poi lo sforzo dei prof. Alesina e Giavazzi è teso a creare un ambiente favorevole alle tanto agognate ma mai realizzate riforme liberali che dovrebbero rilanciare l’Italia, insieme al nostro plauso, se possiamo, vorremmo anche dare la seguente indicazione: <strong>dai dati riportati sopra sembra che il terreno più fertile nel quale seminare una rivoluzione liberale stia nei nostri concittadini di destra, e non a sinistra. A gettare i semi in terreni aridi si rischia di non aver raccolto. E se nel fare così si lasciano i terreni fertili incolti allora il danno è ancora maggiore</strong>.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Gettare benzina sul fuoco/2</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/08/08/gettare-benzina-sul-fuoco2/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2007/08/08/gettare-benzina-sul-fuoco2/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Aug 2007 10:36:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Asoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio
Poche ore fa è uscito su Epistemes.org un articolo che presenta una articolata critica alle recenti mosse del governo Prodi volte a calmierare il prezzo della benzina in Italia. Parte della critica riportava come fosse il peso eccessivo delle tasse a gravare sul prezzo della benzina in Italia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio</strong></p>
<p>Poche ore fa è uscito su Epistemes.org un <a href="http://epistemes.org/2007/08/07/tagliare-le-tasse-sul-prezzo-della-benzina/" target="_blank">articolo</a> che presenta una <strong>articolata critica alle recenti mosse del governo Prodi volte a calmierare il prezzo della benzina in Italia</strong>. Parte della critica riportava come fosse il peso eccessivo delle tasse a gravare sul prezzo della benzina in Italia, piuttosto che il prezzo industriale del carburante ed eventuali comportamenti oligopolistici (secondo <a href="http://epistemes.org/2007/01/19/liberalizzare-o-tagliare-le-tasse/" target="_blank">calcoli</a> effettuati qualche mese prima da noi).</p>
<p>Leggiamo ora che il ministero delle Finanze, per bocca del sottosegretario Alfiero Grandi, <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/08_Agosto/07/benzina_governo.shtml" target="_blank">ribadisce</a> che il “permanere di prezzi alti, <strong>come ormai noto</strong> <em>[enfasi nostra]</em>, può essere attribuito, nella sostanza, principalmente all&#8217;esistenza in Italia, di un forte oligopolio petrolifero”. Si aggiunge inoltre che il Bel Paese non è il paese a tassazione più alta.</p>
<p>Poiché non ci piace ragionare per &#8220;fatti noti&#8221;, ma solo in base a dati certi, abbiamo rifatto i conti usando gli ultimi dati disponibili (Oil Bulletin, 2 luglio 2007).</p>
<p><span id="more-364"></span>Come si vede dai dati riportati nella seguente tabella [<a href="http://epistemes.org/wp-content//2007/08/tabellaprezzi.pdf" title="tabellaprezzi.pdf"><strong>tabellaprezzi.pdf</strong></a>] il <strong>prezzo della benzina in Italia è superiore a quello straniero in 20 casi, e in ben 15 di essi la maggior parte della differenza (più</strong> <strong>del 69%) tra il prezzo italiano e quello straniero può essere attribuito all’eccessiva tassazione italiana</strong> (tali paesi sono evidenziati in grassetto). Solo in 5 casi il maggior prezzo pagato dagli italiani è attribuibile al maggiore prezzo industriale praticato dai distributori.</p>
<p>Inoltre, un <a href="http://www.unionepetrolifera.it/Stampa/Pubblicazioni/-1435117579/-932315692/99479943/downfile?instance=99479943&amp;nome=Notizie_n._8__2007.pdf">recente studio di Nomisma Energia </a>(esatto, proprio l&#8217;istituto di analisi economiche fondato dal Presidente del Consiglio e da Alessandro Bianchi), suggerisce come <strong>le differenze maggiori rispetto all&#8217;Unione Europea nel prezzo alla benzina siano da attribuire in grandissima parte (62%) a inefficienze che implicano maggiori costi e minori ricavi (quindi non da margini eccessivamente alti)</strong>, quali la scarsa diffusione del self service puro, rigidità negli orari e nei turni e assenza del non-oil ai punti vendita. Su questi possono intervenire le compagnie stesse, e lo stesso governo potrebbe rendere maggiormente agevole alcune innovazioni nel settore. Lo studio inoltre ribadisce che la relazione del prezzo della benzina e del prezzo del greggio non è eccessivamente importante, poiché la benzina segue l&#8217;andamento dei prodotti finiti sul mercato internazionale. Il confronto quindi va fatto su tali dati:</p>
<p><em>&#8220;Le variazioni dei prezzi internazionali dei prodotti incidono solo sulla materia prima che pesa relativamente sul prezzo finale. Ad esempio su un prezzo alla pompa di 127 eurocent/litro ad aprile 2007, <strong>solo 39 eurocent rappresentano la materia prima, pari a poco più del 30% del prezzo finale.</strong> Pertanto una puntuale <strong>variazione del Platts del 10% da 39 euro cent a 35 euro cent, porterebbe ad una riduzione del prezzo alla pompa di circa 5 euro cent/lt (riduzione materia prima e IVA su materia prima), pari a neanche il 4%.</strong>&#8220;</em></p>
<p>Il lavoro di Nomisma Energia presenta ulteriori spunti interessanti che lasciamo al lettore interessato, e che consigliamo anche al sottosegretario Grandi per avere una idea dei problemi in gioco.</p>
<p>La nostra posizione rimane dunque la stessa: <strong>se si vuole far scendere il prezzo della benzina in Italia si comincino a tagliare le tasse che gravano sul carburante. </strong>Una ulteriore liberalizzazione del settore e un incremento della competizione al suo interno sono sicuramente misure positive e auspicabili, ma da questi dati sembra evidente che i guadagni per i consumatori in termini di minor prezzo sarebbero minimi. <strong>&#8220;Richiamare all’ordine&#8221; i petrolieri è sbagliato in ogni caso</strong>.</p>
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		<title>Gettare benzina sul fuoco</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2007 08:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Asoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio
In questi giorni il Governo, per voce del ministro Bersani, ha convocato le compagnie petrolifere per chiedere conto degli (secondo Bersani) eccessivi rincari della benzina.
In un articolo pubblicato qualche tempo fa abbiamo spiegato come un governo realmente interessato a far diminuire il prezzo della benzina debba preoccuparsi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio</strong></p>
<p>In questi giorni <strong>il Governo, per voce del ministro Bersani, ha convocato le compagnie petrolifere</strong> per chiedere conto degli (secondo Bersani) eccessivi rincari della benzina.</p>
<p>In un <a href="http://epistemes.org/2007/01/19/liberalizzare-o-tagliare-le-tasse/" target="_blank">articolo</a> pubblicato qualche tempo fa abbiamo spiegato come <strong>un governo realmente interessato a far diminuire il prezzo della benzina debba preoccuparsi di tagliare le tasse che pesano sul carburante</strong>. Tale articolo commentava l&#8217;iniziativa del ministro Bersani volta a liberalizzare la distribuzione della benzina. L’argomento principale sosteneva che, nel caso specifico del prezzo del carburante, un taglio delle tasse era uno strumento più consono agli obbiettivi annunciati della riforma (diminuzione del prezzo della benzina).<br />
A tali considerazioni oggi aggiungiamo qualche breve riflessione, scaturita dalla <strong>preoccupante tendenza del governo Prodi a intervenire in maniera dirigista sulle scelte delle imprese</strong>, soprattutto in determinati settori.</p>
<p><span id="more-363"></span><br />
A gennaio, il governo aveva deciso di intervenire nella questione con una misura, la possibilità di aprire un distributore anche in un centro commerciale, non solo legittima ma di sicuro positiva per il settore (anche se non la più efficace a disposizione). Si può sicuramente obiettare che nello stesso tempo avrebbe dovuto togliere i vincoli che non permettono ad un benzinaio di aprire un supermercato o in generale un punto vendita accessorio al distributore di benzina, in modo da poter aumentare i ricavi e spalmare i maggiori profitti sul prezzo della benzina (i più maliziosi parlano esplicitamente di un favore fatto alle COOP, ma noi lasciamo giudicare al lettore). Ma complessivamente la misura porterà benefici alla società, anche se la loro portata è da definire.</p>
<p><strong>Adesso invece il governo Prodi adotta un comportamento apertamente dirigista.</strong> In maniera anomala, annuncia che i prezzi sono troppo alti, e convoca i petrolieri per discuterne le cause. L’obiettivo è evidente: mettere sotto pressione le compagnie petrolifere affinché abbassino il prezzo della benzina alla pompa.<br />
Ora, siamo sicuri che la maggior parte degli italiani vede questo intervento del governo come positivo. In realtà, ci sono tutta una serie di problemi, che andiamo ad elencare.</p>
<p>Il primo problema è che <strong>il governo non può intervenire in un mercato facendo pressioni sugli operatori affinché cambino i prezzi, solo perché ritiene che ci sia collusione</strong>; quando ritiene che alcune imprese si siano messe d’accordo per tenere i prezzi artificiosamente alti, deve presentare i suoi sospetti all’autorità Antitrust, che verificherà se effettivamente ci sia la collusione, con una indagine seria e documentata e <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/08_Agosto/06/benzina_caro_prodi.shtml" target="_blank">non basata sul fatto che il presidente Prodi dichiari che il pieno di benzina per partire per le vacanze “[…] era caro”</a>. Nel caso italiano poi vi è anche la competenza dell&#8217;Antitrust europeo (che invece <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/08_Agosto/06/benzina_sciopero_bianco.shtml" target="_blank">&#8220;non vede motivi per intervenire&#8221;</a>).</p>
<p>In secondo luogo, <strong>il comportamento del governo è grave a tre livelli</strong>. Anzitutto i<strong>ntacca la autorevolezza della AGCM</strong> come guardiano della concorrenza. Inoltre, <strong>si basa sulla insana idea che esista un prezzo “giusto” per la benzina</strong> (non c’è, semplicemente il prezzo è quello che si determina sul mercato data la sua struttura e le interazioni tra imprese e consumatori, che possono includere anche comportamenti collusivi, e che in quanti tali sono perseguibili e punibili dall’AGCM); e infine, probabilmente <strong>si basa su una <a href="http://phastidio.net/2007/05/03/algoritmi-complessi/" target="_blank">vergognosa carenza di cultura statistica</a></strong>, il che è davvero troppo per chi ha incarichi di governo, e addirittura insegna Economia alle future generazioni.</p>
<p><strong>Anomala (per essere gentili) ci sembra anche la reazione dell&#8217;ENI </strong>che ha abbassato i prezzi in risposta al richiamo governativo. Il Presidente Prodi sostiene che questo ribasso significa che la compagnia riconosce che i prezzi erano troppo alti. In realtà, la questione è molto più semplice: <strong>l’ENI ha ridotto i prezzi perché il suo azionista di controllo (il governo, ricordiamolo) gli ha chiesto di farlo!</strong> Il che è solo indice del fatto che il governo può fare concorrenza sleale sul mercato petrolifero, utilizzando i soldi dei contribuenti per permettere all’ENI di suggerire ai benzinai prezzi più bassi, ma non indica assolutamente un livello dei prezzi anormalmente elevato. Semmai indica l’esigenza di privatizzare il colosso energetico al più presto, per togliere al governo uno strumento improprio di interventismo in tale settore fondamentale per il nostro Paese.</p>
<p>Invece di seguire la strada già intrapresa delle liberalizzazioni e incentivare, attraverso un playing field libero da eccessive regolamentazioni, fenomeni come quello dei <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Benzinaio-discount/1710436//0" target="_blank">benzinai no-logo</a>, o ridurre la tassazione sui prodotti petroliferi come suggerito da <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, <strong>il governo ha deciso di esercitare pressioni politiche indebite su settori industriali “colpevoli” di avere prezzi &#8220;troppo alti&#8221;. Questo attivismo industriale dirigista è comprensibile, data la storia professionale dell&#8217;attuale presidente del Consiglio, e data l&#8217;ideologia statalista e iper-regolatrice dominante nella coalizione di governo. Ma è dannoso per il Paese.</strong></p>
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		<title>Vladimir Ilyich Mussi e Josef Vissarionovich Padoa Schioppa</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/08/06/vladimir-ilyich-mussi-e-josef-vissarionovich-padoa-schioppa/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Aug 2007 04:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonio Mele]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele
Immaginate che uno di questi giorni estivi in cui vi godete le vacanze in riva al mare, un rappresentante del governo venga intervistato in televisione e faccia la seguente dichiarazione: “È terribile che ci siano persone che non hanno amici con cui passare i giorni di vacanza. Queste persone sono vittime di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Antonio Mele</strong></p>
<p>Immaginate che uno di questi giorni estivi in cui vi godete le vacanze in riva al mare, un rappresentante del governo venga intervistato in televisione e faccia la seguente dichiarazione: “È terribile che ci siano persone che non hanno amici con cui passare i giorni di vacanza. Queste persone sono vittime di un sistema che emargina, attraverso l’esclusione dalle cerchie amicali, gli individui più timidi, quelli più antipatici e quelli meno attenti alla propria igiene personale. Nello stesso tempo, alcune persone tradiscono la fiducia dei propri amici, in varie forme, con la menzogna e con l’inganno, lasciando l’amico tradito infelice e segnato per sempre. Questa situazione è diventata intollerabile, e una nazione civile si deve far carico dei suoi cittadini meno fortunati. Non è colpa loro se la Natura non ha dato loro un carattere espansivo; d’altronde, è la stessa nostra società iniqua, divisa tra chi è naturalmente divertente e carismatico e chi non lo è, a creare le barriere che portano al formarsi di sacche di disagio dove gli antipatici sono esclusi; e in fondo, la questione dell’igiene personale è una questione privata, sulla quale non dovremmo creare discriminazioni oggi nel 2007; purtroppo la realtà è ben diversa, e chi non si lava viene perlomeno guardato con occhio storto, quando non scacciato apertamente dai benpensanti profumati. Pertanto, da domani partirà un programma governativo, il Piano Amicizia, che raccoglierà informazioni su ogni singolo per poter decidere in modo efficiente con chi egli dovrà stringere amicizia, con due obiettivi: dare almeno un amico a tutti coloro che non ce l’hanno, e correggere le storture create dall’inefficiente allocazione degli amici potenzialmente infedeli.</p>
<p><span id="more-360"></span>A tal proposito, <strong>abbiamo creato una apposita agenzia, che si occuperà del raccoglimento delle informazioni sugli individui, sia riguardo alle loro preferenze che alle loro passate performance come amici, nonché sul numero di amici attualmente a loro disposizione; abbiamo inoltre istituito un comitato di esperti, incaricato di stabilire i criteri di ripartizione degli amici sulla base delle preferenze, creando un meccanismo oggettivo che non si presti ad opportunismi e frodi dei soliti furbi, che preveda sanzioni esemplari per chi non si attenga alla ripartizione stabilita (come chi, per esempio, tenta di stringere amicizia con persone con le quali non deve, o magari non tratta col dovuto affetto gli amici a lui assegnati), e che privilegi la ripartizione in modo equo degli amici, con particolare riguardo a coloro che sono particolarmente disagiati (antipatici, timidi e sporchi); e per concludere, a fine mese si costituirà il NuVIPA (Nucleo per la Valutazione e l’Implementazione del Piano Amicizia), che si occuperà, ogni semestre, di redigere un rapporto sulla attuazione del Piano Amicizia, e proporrà misure atte a rendere più efficace ed efficiente la sua implementazione.</strong> Contiamo, con questa misura, di rendere l’Italia più giusta e di recuperare quelle sacche di disagio sociale in cui versano i nostri concittadini meno fortunati”.</p>
<p>Ecco, quanti di voi si sono fatti una grassa risata leggendo queste poche righe? Quanti di voi ritengono che in tal modo tutti godranno di un maggiore benessere? Quanti di voi ritengono che il Piano Amicizia sia solo uno spreco di soldi, tra esperti, burocrati e ispettori vari?</p>
<p>Ora ponetevi un’altra domanda. <strong>Perché non avete la stessa reazione quando il governo propone la medesima cosa in altri ambiti, come per esempio la sanità o il sistema previdenziale, o l’università? Come mai i Big Plans non piacciono nella sfera delle questioni ritenute private, e invece piacciono tanto se si parla di questioni economiche?</strong>. A ben guardare della medesima cosa si tratta: si parte dalla considerazione che il sistema non è perfetto, che presenta delle storture così come è, e che tali storture vanno eliminate; con un intervento deciso dello Stato degno del miglior central planning di matrice sovietica.</p>
<p><strong>Back to USSR</strong></p>
<p>L’ultimo Big Plan salvifico lo hanno proposto due giorni fa Mussi e Padoa-Schioppa, tirando fuori dal cilindro magico del governo Prodi l<strong>a soluzione dei problemi delle università nostrane, ovvero il <a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/Comunicati/dettaglio.asp?d=35884">“Patto per l’Università e la Ricerca</a>, nonché le <a href="http://www.governo.it/backoffice/allegati/35884-4047.pdf">“Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario</a></strong>.</p>
<p>La nostra Università è piena di problemi. In particolare qui Mussi e Padoa Schioppa prendono di mira <strong>due fenomeni</strong>: quello dei finanziamenti uguali per tutti e basati sulla spesa storica, per cui <strong>una università non viene né premiata né punita finanziariamente a seconda dei risultati didattici e di ricerca che consegue</strong>; e quello della solidità finanziaria, per cui <strong>gli Atenei non si preoccupano dei vincoli di spesa imposti dal ministero</strong> visto che comunque i loro eventuali deficit vengono ripianati.</p>
<p>Per risolvere il primo problema, <strong>il già esistente CNVSU (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario) ha formulato dei criteri ai quali il finanziamento delle università si deve attenere.</strong> Questi criteri esistono già da alcuni anni, ma erano rimasti lettera morta sinora. Mi pare istruttivo andare a citare i dettagli dal documento originale, per comprendere meglio la mentalità che sta dietro questa proposta (il lettore che si annoi a legger tutto può saltare la gran parte delle prossime righe e andare direttamente a vedere i “difettucci” nel paragrafo successivo):</p>
<p><em>“Il modello, formulato nel 2004 e modificato nel 2005 accogliendo parte delle osservazioni formulate dalla CRUI, tiene conto dei seguenti elementi:<br />
• 30% &#8211; domanda da soddisfare (numero di iscritti);<br />
• 30% &#8211; risultati di processi formativi (CFU acquisiti dagli studenti);<br />
• 30% &#8211; risultati della ricerca scientifica;<br />
• 10% &#8211; incentivi speciali.<br />
La domanda è espressa in termini di studenti full time equivalenti (FTE) pesati per la classe di Corso di laurea (i C.L. sono raggruppati in classi omogenee), ulteriormente pesati per un fattore di correzione di Ateneo, Ka, legato al rispetto dei requisiti minimi dei corsi e al “fattore qualità” nella fornitura del servizio.”</em></p>
<p>Se vi sembra eccessivamente burocratico, non avete ancora visto nulla. Andate avanti nella lettura:</p>
<p><em>“Dal 2004 al 2006, tuttavia, gli studenti part-time, non essendo omogenee tra le Università le possibilità di iscrizione, hanno avuto lo stesso peso degli studenti full time. Si sono ignorati, inoltre, gli iscritti al primo anno, perché i numerosi abbandoni entro il primo anno potrebbero creare distorsioni (sono possibili comportamenti opportunistici delle Università miranti alla massimizzazione delle entrate derivanti da nuovi immatricolati che non proseguono gli studi). Si è quindi tenuto conto solo degli studenti iscritti agli anni successivi. I risultati dei processi formativi sono misurati:<br />
• per il 20%, dai CFU guadagnati (si considerano solo i CFU guadagnati in n+1 anni di corso, dove n indica la durata legale del corso di laurea);<br />
• per il 10%, dal numero di laureati dell’anno ponderati con dei coefficienti che tengono conto del tempo impiegato per conseguire il titolo rispetto alla durata “normale” del corso di studi.”</em></p>
<p>Vediamo come si calcola il “fattore qualità didattica”:</p>
<p><em>“In applicazioni successive, quando saranno pienamente operative le Anagrafi degli studenti e dei laureati, il “fattore qualità didattica” dovrebbe tener conto, secondo quanto indicato dal CNVSU, di:<br />
• accreditamento del corso;<br />
• riscontro occupazionale dei laureati;<br />
• successo negli studi successivi;<br />
• gradimento ex post da parte dei laureati.<br />
Nel 2004, 2005 e 2006 il fattore correttivo di ateneo KA è stato utilizzato soltanto per modulare la “domanda”, e i coefficienti di ponderazione dei C.L. nel calcolo dei risultati sono stati assunti uguali a 1.”</em></p>
<p>E come viene valutata la ricerca, o meglio, il potenziale di ricerca?</p>
<p><em>“[…] la formula del CNVSU considera il “potenziale di ricerca” in base al numero di docenti, ricercatori, borsisti, assegnisti, ecc., opportunamente pesati secondo la categoria di appartenenza e ulteriormente ponderati per indicatori di partecipazione e di successo nella richiesta di fondi PRIN nel triennio precedente, cui si aggiunge il numero di ricercatori “virtuali” calcolato in base ai fondi esterni ottenuti dall’ateneo per attività di ricerca. Per il 2006 la valorizzazione del fattore “ricerca” tiene conto dei risultati della valutazione operata dal CIVR.”</em></p>
<p>E ora passiamo al secondo obbiettivo, la stabilità finanziaria. Nel documento, si nota come <strong>molti atenei siano in pericoloso stato di indebitamento e abbiano costi di funzionamento esagerati</strong>. Si stabilisce quindi un criterio su cui basare il finanziamento, che segue queste linee:</p>
<p><em>“Nel definire la formula per l’indicizzazione, occorre pensare all’incidenza tipica di tali oneri [costi del personale, NdR] sul FFO, astraendo dai casi anomali per eccesso e per difetto. La misura dell’85% appare allora appropriata. Occorre peraltro scomporre la spesa tra personale docente, soggetto ad aumenti di legge, e personale tecnico amministrativo, soggetto ad aumenti in base a contratto nazionale. In mancanza di indicazioni prescrittive, conviene basarsi sulla media del sistema e adottare quindi le percentuali del 68% per docenti ( pari a circa il 58% sul FFO) e del 32% per i tecnici e amministrativi ( circa il 27% sul FFO). La regola tendenziale ( restando aperta la questione se la situazione di finanza pubblica consenta o meno di applicarla interamente già per il 2008) implica quindi una dinamica del FFO per l’intero sistema universitario pari almeno alla media ponderata delle variazioni dei seguenti indici: indice delle retribuzioni del personale non contrattualizzato delle pubbliche amministrazioni, stabilito con DCPM (peso 0,58); indice delle retribuzioni del personale tecnico amministrativo ( peso 0,27); indice generale dei prezzi al consumo (peso 0,15). […] Sarebbe inoltre auspicabile un ampliamento dell’autonomia degli atenei per quanto riguarda le tasse universitarie. In coerenza con il livello medio della contribuzione studentesca negli altri paesi europei, si suggerisce di consentire che gli atenei aumentino le tasse, fino ad un’incidenza pari al 25% del FFO, con vincolo di destinazione di almeno il 50% dei maggiori introiti ai servizi agli studenti e alle borse di studio per i meritevoli.”</em></p>
<p>Si stabilisce quindi un <strong>livello massimo dei costi del personale sul totale (si noti: 85%</strong> è un numero che farebbe impallidire qualunque manager privato), e si rende possibile anche <strong>colmare la lacuna alzando le tasse (ma non troppo, mi raccomando!)</strong>. Le conseguenze sulle Università che superano il famoso limite e sono in dissesto finanziario <em>“[…] perché negli ultimi due anni hanno avuto un saldo di bilancio negativo (al netto delle poste finanziarie), devono presentare un Piano di risanamento di durata non superiore a 10 anni da sottoporre alla approvazione congiunta del MUR e del MEF. Il Piano deve prevedere la limitazione delle assunzioni entro il 20% delle cessazioni e l’aumento obbligatorio e graduale delle tasse di iscrizione fino al 25% del FFO. E’ fatto obbligo al collegio dei revisori, in cui va ovviamente mantenuto il rappresentante del MEF ( con spese a carico dell’Università, anche se da queste lasciato in soprannumero), di certificare con cadenza almeno trimestrale l’osservanza del Piano. L’inosservanza del suddetto Piano dovrebbe comportare adeguate sanzioni, senza escludere nel caso estremo il commissariamento dell’ateneo.” </em></p>
<p><strong>I “difettucci” del Big Plan di Mussi e Padoa-Schioppa</strong></p>
<p>Lascio al lettore la valutazione complessiva. Mi preme solo far notare come <strong>tutta l’impostazione sia basata sulla fallace idea che il merito e il demerito sarebbero incentivabili con questo tipo di schemi centralisti</strong>. Si crea un gruppo di esperti, si stila una classifica delle università in base a determinati criteri, e si procede a distribuire i finanziamenti secondo tale classifica. Si determina poi un criterio contabile su cui basarsi per dire chi è virtuoso e chi no.</p>
<p><strong>Primo problema: i criteri utilizzati sono criticabili e ovviamente soggetti a scelte che non possono che essere in parte discrezionali</strong> (per esempio: perché didattica e ricerca hanno lo stesso peso nell’indice?). Come già sottolineato <a href="http://epistemes.org/2007/02/15/privatizzare-le-universita-non-una-cattiva-idea-dopo-tutto"></a>in altre occasioni, i ranking universitari negli USA sono numerosi e diversi tra loro, proprio perché seguono criteri differenti. <strong>Non esiste un criterio perfetto</strong>, ovviamente, e i criteri dipendono anche da cosa si vuole misurare e come lo si misura. Per questo, basarsi su un ranking per assegnare i fondi è rischioso: perché la scelta stessa dei criteri non può tenere conto di tutti gli aspetti coinvolti. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti: esistono università enormi come Harvard, che fanno didattica e ricerca a livelli eccelsi, e che hanno molte facoltà; ma esistono anche università che si dedicano solo all’insegnamento; e università di nicchia che insegnano e/o fanno ricerca solo in alcune materie; altre università eccellono in alcuni campi ma sono mediocri in altri. <strong>Come può un indice sintetico tenere conto di tutti questi aspetti, che, si noti bene, non sono esogeni e determinati una volta per sempre, ma vengono determinati dalle forze economiche in gioco (domanda e offerta didattica e di ricerca, finanziatori, nuovi campi di ricerca, innovazione tecnologica, mercato del lavoro nazionale e internazionale, ecc.) e cambiano nel tempo?</strong><br />
E la soluzione non è nemmeno un indice più complicato che tenti di inglobare tutti gli aspetti indicati sopra: perché anche questi aspetti cambiano nel tempo e si modificano per l’interazione delle persone coinvolte nel sistema economico. Secondo voi, un indice di questo genere avrebbe privilegiato le università della Silicon Valley nel momento in cui avevano maggiore bisogno di fondi?</p>
<p><strong>Secondo problema:</strong> da anni in Finanziaria i governi mettono nero su bianco la regola che i debiti delle ASL non saranno ripianati; e puntualmente, tutti gli anni, tali debiti vengono ripianati. <strong>Chi ci garantisce che, analogamente, il commissariamento eventuale di una università in dissesto sia attuato realmente?</strong> Una università è <em>politically too big to fail</em>, nel senso che lasciarla al suo destino è politicamente costoso; ma è costoso anche commissariarla avviando delle durissime misure finanziarie che ricadrebbero inevitabilmente sugli elettori. Qualsiasi politico con un minimo di raziocinio farebbe i patti col diavolo per evitare il commissariamento.<br />
Non solo: <strong>un piano di risanamento di dieci anni va oltre il mandato di qualunque rettore</strong> (in alcune università è di quattro anni, ci sarebbe tempo per vedere tre rettori avvicendarsi…). Ancora peggio: <strong>va oltre il mandato di qualsiasi governo, di qualsiasi giunta regionale, di qualsiasi organismo elettivo</strong>. Davvero è credibile che per dieci anni nessuno cambi nulla? O piuttosto è lecito ritenere che, dopo qualche anno di enormi sacrifici, e sotto elezioni, il governo, o la giunta regionale, o la comunità montana faccia un bel favore ai suoi elettori chiudendo un occhio sul bilancio della tal università o (peggio) finanziando il suo deficit, magari con un bel contratto per corsi di formazione per i propri dipendenti?</p>
<p><strong>Terzo problema: il criterio contabile citato sopra è facilmente aggirabile</strong>. Per esempio, si immagini una situazione in cui una Università deve assumere un certo numero di nuovi dipendenti, ma che tali assunzioni facciano sforare i limiti di spesa. Rinuncia ad assumerli? Neanche per sogno: può costituire una società esterna, controllata finanziariamente dall’Università, che fornisca servizi all’Università stessa e che assuma tali nuovi dipendenti. In tal modo la forma è salva. I conti no, ovviamente, ma quella che era spesa per dipendenti diventa magicamente spesa per servizi.</p>
<p><strong>Quali sono le alternative?</strong></p>
<p>Anche a costo di <a href="http://epistemes.org/2006/11/10/riformare-il-sistema-universitario/">ripetere per l’ennesima volta cose già dette</a>: <strong>la soluzione è più mercato</strong>. Mettere <strong>le università in competizione tra loro</strong>, <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Compagno_Mussi%2C_ripensaci%21">per contendersi ricercatori e studenti</a>; <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Q.E.D.">lasciare liberi i privati</a> di creare università a loro piacimento: <strong>ci penserà poi il mercato a decretare quelle che sono buone e quelle che sono mediocri</strong>, alcune più scadenti sopravvivranno fornendo il servizio a studenti scadenti per un prezzo basso, mentre altre diventeranno eccellenti e forniranno educazione di elevato livello a prezzi più elevati; <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/513?page=1">si può e si deve discutere</a>, e lo si è fatto <a href="http://epistemes.org/2007/02/15/privatizzare-le-universita-non-una-cattiva-idea-dopo-tutto/">anche su questo sito</a>, sui dettagli , e sui pregi e difetti di <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Finche%27__Mussi_ci_ripensa%3A_come_salvare_universita%27_e_pensioni">varie forme istituzionali</a> o di <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/La_laurea%3A_un_ottimo_investimento">finanziamento dell’istruzione superiore</a>.</p>
<p><strong>Ma pensare che un Big Plan burocratico salvi il nostro sistema universitario, francamente, è una idea che poteva venire solo a Mussi e Padoa-Schioppa</strong>.</p>
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