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Name: Andrea Gilli
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About me: Andea Gilli (1981, Moncalieri, TO) è laureato in Scienze Politiche all'Università di Torino summa cum laude (2005) con una tesi sulle politiche creditizie e monetarie adottate dalla Repubblica Islamica dell'Iran dal 1979 al 2002. Nel 2007 ha conseguito l'MSc in International Relations alla London School of Economics and Political Science. Attualmente frequenta il programma di dottorato in Scienza Politica, specializzazione in Relazioni Internazionali, dello European University Institute di Fiesole (FI). Ha collaborato con le riviste Ideazione, ed Energia, con i quotidiani l'Opinione e l'Indipendente e ha scritto alcuni saggi per l'Istituto Bruno Leoni di Torino. Ha svolto delle ricerche presso il Middle East Institute e la Library of Congress di Washington, DC, la Rand Corporation di Santa Monica, e lo European Space Policy Institute di Vienna. Ha lavorato come intern presso il Consolato Generale d'Italia a Los Angeles e ha lavorato presso il Royal United Services Institute di Londra. Ha svolto periodi di lavoro o studio presso il CTBTO a Vienna e il NATO Defense College a Roma. Si occupa prevalementente di Relazioni internazionali, Studi Strategici ed Economia Politica Internazionale. I suoi interessi si concentrano nell'area della sicurezza e della difesa, con particolare enfasi sul industria della difesa europea, e sulle relazioni internazionali in Medio Oriente.

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Il declino Usa e i menestrelli anti Obama

A parte che Krauthammer non è un politologo, ma un semplice opinionista – faccio la distinzione solo per non dare titoli e cariche a chi di tiroli e cariche non ne ha.

Ronde: l'outsourcing del monopolio della forza legittima

Condivido il finale, specifico il mio punto relativamente al passaggio iniziale. Lo Stato ha il diritto unico di usare la forza. Per forza si intende coercizione. La coercizione si palesa in molte situazioni: dal diritto di uccidere i propri cittadini (pena di morte), a quello di arrestarli, fermarli, identificarli fino al semplice pattugliamento del territorio. A mio modo di vedere, delegando il controllo di territorio a forze autonome semi-private, lo Stato fa outsourcing. E questo outsoursing, in una funzione chiave come quella di polizia, è negativo perchè delegittima ulteriormente lo Stato, riduce la sua autorità e crea conflitti reali o potenziali tra cittadini, ronde e forze dell’ordine.

Lo Stato è inefficiente e inefficace. La soluzione, a mio modo di vedere, non si trova creando nuovi corpi più efficienti, ma riformando l’esistente (quello che dici, mi sembra, anche tu). Non ho i dati sottomano, ma come per la questione dei militari chiamati a pattugliare i siti di stoccaggio dei rifiuti, qui siamo al paradosso: l’Itaila ha uno dei più alti rapporti numero forze dell’ordine/popolazione, ma poi ha bisogno di corpi esterni per garantire la sicurezza interna – sempre ricordandoci che siamo uno dei Paesi del G8 con il più alto numero di truppe all’estero.

Qualcosa non quadra. La polizia non basta, anche se è ampiamente disponibile, si chiama l’esercito, che però è già enormemente impegnato all’estero, e infine si creano le ronde. Fra un po’, chiederanno a Manpower si assumere part-time gli agenti dei servizi segreti?

saluti e grazie, ag.

La partecipazione italiana al programma JSF

Alcune cose giuste, altre no.

1. L’F35 è un caccia bombardiere, il Typooh è un caccia da superiorità aerea.

Vero, ma sul mercato i due competono. Altrimenti non si spiega per quale ragione la Lockheed Martin si impegni tanto a ricordare le, presunte, superiorità dell’F-35. Paesi come Giappone o Austria, tra gli altri, hanno a lungo discusso sull’opportunità di comprare l’uno o l’altro. Ciò detto, l’EFA ha maggiori capacità di fuoco. Senza contare che i punti di forza del JSF sono stati messi in dubbio in più situazioni (nell’articolo ci sono i link).

2. L’F35 è un caccia della 5 generazione, il Typooh è un caccia della 4.

Il Typhoon è 4.5. So, what? Il ragionamento che bisogna fare allora è opposto: l’EFA, tecnologicamente inferiore, riesce a competere con il JSF. Beh… non bisogna aggiungere altro. Tra parentesi, suggerisco questo forum:

http://www.f-16.net/f-16_forum.....f92be.html

I piloti dell’areonautica sono abbastanza d’accordo. Un JSF non ha scampo contro un EFA. Difatti il rapporto è 2 JSF per 1 EFA.

3. L’F35 è imbarcabile sulle portaerei, della nostra marina, il Typooh no.

Vero. Mi si dica però anche quando abbiamo usato l’ultima volta le nostre portaeree.

4. L’F35 prodotto su vasta scala dovrebbe costare intorno ai 100 mln euro, il Typooh lo pagheremmo intorno ai 160.

FALSO!

Prendo dal blog di James Hasik:

In 1999, Eurofighter offered the Dutch government a price of €57.4 per aircraft
In 2003, Eurofighter concluded a deal with the Austrian government for €62.9 million per aircraft.

http://www.jameshasik.com/webl.....eting.html

5. L’F35 avrà due linee di produzione mondiali, Usa e Italia, il Typooh ha quattro linee di produzione, tutte in europa.

So what? Più linee di produzione significa inefficienza. Ma è chiaro come il sole che il numero di linee di produzione viene dettato da scelte politiche non economiche. Quello citato è un dato. Cosa significa? Si sta dicendo che avere linee di produzione su più continenti è un vantaggio? Mah, l’affermazione mi pare discutibile.

6. L’F35 sarà obsoleto tra 30 anni, il Typooh è parzialmente già obsoleto, vedi radar a scansione meccanica.

Mah, anche quest’affermazione è tutta da verificare. In primo luogo, il Typhoon è entrato in produzione prima. In secondo luogo, i dubbi sull’F-35 sono molteplici.

Prendo sempre dal post di Hasik:

The Typhoon can supercruise, is more agile and has more firepower. True, on all points. The LIghtning II doesn’t apparently supercruise, and so far, few are rushing to call it highly maneuverable.

7, La francia e la germania non avranno l’F35 a causa 7di errori passati sulla programmazione militare, le loro industrie e i loro militari se lo sognano di notte!

Noi in compenso lo potremo mettere in un museo, perchè con lo stato del nostro bilancio, non ci potremo permettere di usarlo. Questa invece sì che è sana e saggia programmazione militare.

Saluti, ag.

Popper, Liberalismo e Anti-Statalismo

Brevemente: in scienza politica, l’endogeneità non è meno importante. La statistica viene usata molto, ma con risultati non impressionanti. Gli studi basati su metodologia storiografica hanno, in generale, maggiore efficacia.

Da questi risulta come, quando si usano variabili indipendenti quali cultura o norme sociali, ci sia un chiaro problema di endogeneità. Faccio un esempio semplice: la fine della guerra fredda si deve al New Thinking di Gorbajev o al declino materiale dell’URSS? Tutto il filone postmoderno ha enfatizzato il New Thinking, salvo poi essere arrivati studi archivistici che, guardando cosa frullava nella mente di Gorbajev e del Politburo, hanno visto che il New Thinking non era altro che il prodotto del declino dell’URSS – chiaro caso, dunque, di endogeneity.

Parlo di studi seri perchè, nel mio campo, chi usa l’approccio costruttivista continua a negare questo dato.

saluti, ag.

Popper, Liberalismo e Anti-Statalismo

Caro Tommaso,

cerco di essere breve, ma preciso.

Mi chiedi innanzitutto, “metologicamente cosa [mi] porta a dire che quella che lui individua come una causa è in realtà un effetto”. Metodologicamente me lo dicono tutti gli studi empirici svolti sul ruolo della cultura: quelli seri mostrano come la cultura sia sempre un prodotto endogeno. E a dare una spiegazione finale sia sempre il sistema di incentivi in gioco.

Faccio un esempio semplice: l’impiegato statale che va al mare anzichè lavorare, si comporta così perchè la sua cultura parassitaria lo guida, o perchè sa che nessuno lo punisce per il suo comportamento. Sappiamo entrambi quale è la risposta.

In secondo luogo, mi chiedi se l’utilizzo di Popper non sia un po’ restrittivo. Sì e no. Certamente la filosofia della Scienza ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, ma Popper mantiene un’importanza fondamentale per due ragioni. Il falsificazionismo rimane un punto centrale delle scienze sociali. Anche chi si è distanziato da Popper, pur continuando sulla strada positivista, non ha abbandonato questo punto. In secondo luogo, Ostellino richiama sempre Popper – sembrava giusto fare altrettanto.

Mi critichi infine sul Sud Italia. Guarda, ti invito a scrivere un commento a proposito. Nel mio articolo, io volevo solo enfatizzare come, più che cultura parassitaria, in Italia manchi lo Stato, uno Stato efficace.

Non mi interessava identificare le cause del declino del meridione nè, in questo particolare caso, capire esattamente perchè manchi lo Stato – su questo tema ne so certamente meno di te. Ammettiamo che tu abbia ragione, ovvero che l’Unità abbia avuto un ruolo devastante sul Sud. Ciò in ogni caso confermerebbe la mia tesi: ovvero che le strutture sociali sono state indebolite. E ciò spiegherebbe quella che Ostellino chiama cultura parassitaria, e che io invece chiamo distorto meccanismo di incentivi.

A presto,

ag

La minaccia dell'Islam(?)/2

Guarda, se pensi che siano le idee a trainare il mondo, allora adotti una prospettiva costruttivista. Cambiando le idee, cambi il mondo.

Se guardi alla storia, c’e’ piu’ di una ragione per ritenere che cosi’ non si vada da alcuna parte. La Russia si e’ espansa per quattrocento secoli, prima usando la minaccia delle altre etnie, poi la chiesa ortodossa, poi il panslavismo, infine il comunismo.

Piu’ che un’idea che traina il mondo, mi sembra che il mondo si inventi un’idea per andare nella direzione che vuole.

Sulle ideologie come minaccia. Penso che conveniamo sul fatto che al-qaeda e’ una minaccia non per la sua ideologia, ma perche’ dispone di uomini e mezzi per portare a termine i suoi piani. Nel momento in cui distruggiamo i suoi mezzi, la minaccia non esiste piu’.

Ci sono migliaia di sette sparse in giro per il mondo che chiedono la distruzione del mondo, del capitalismo, della terra. Non le riteniamo minacciose non perche’ le loro idee non sono fanatiche ma semplicemente perche’ queste non hanno i mezzi per raggiungere i loro obiettivi.

Saluti, ag.

Bush grande presidente?

Caro Ferrari, brevemente:

1) La Corea del Nord è meno pericolosa. Punto. due bombe nucleari non rappresentano una minaccia per nessuno se non per la stessa Corea del Nord che rischia, visto il suo status tecnologico, di farsele scoppiare in casa.

2) Iraq: Saddam non era una minaccia. Era un bad guy, ma non aveva la forza per minacciare alcuno. Era funzionale a contenere l’Iran, lo abbiamo abbattuto e così l’Iran si è raffrzato.

3) Sul Sud America: che non ci siano colpe è tutto da vedere (golpe tentato contro Chavez nel 2002). Sta di fatto che non ci sono di sicuro meriti nella politica USA. Nessun successo, intendo.

4) Afhanistan: non confondiamo i giudizi di fatto con i giudizi di valore. Il dato è che l’Afghanistan rischia di ritornare sotto i talebani. Non male come risultato, specie per un’amministrazione che ha sempre detto di voler sconfiggere il terrorismo.

Saluti, ag.

L'Europa: capire e superare Dublino guardando a Torino e Berlino

Grazie del commento.

1) L’economia, nella mia visione, é vista come funzione degli scopi politici. Adam Smith la vedeva come me, difatti diceva che tra opulence and defence, the latter had to be preferred.

2) Nella testa degli euroburocrati (ma anche molti politici – leggi le interviste di Frattini e vedi molto bene come il suo pensiero rifletta quanto da me scritto), vi é una fondamentale preoccpazione. Gli Stati nazionali europei, singolarmente, non sono in grado di competere nel mondo di domani. L’UE é l’unica strada per sopravvivere. Ció ha due implicazioni:

a) i cittadini europei possono permettersi di identificare l’UE solo con l’Euro o i suddisi agricoli, perché l’Éuropa li protegge dalle altre minacce, ivi comprese turbolenze finanziare o food shortages (attraverso l’Euro e il mercato unico).

b) in secondo luogo, se l’UE é la nostra garanzia per il futuro, allora non possiamo aspettare che tutti siano d’accordo. Se l’Irlanda non vuole far parte del gioco, puó scendere, siamo sicuri che non si offenderá se gli altri vanno avanti (di qui l’idea del nucleo rafforzato, etc.).

3) Tu parli di investimento. Bene: ha senso che ora tutta la carrozza si sfasci (l’investimento vada perso) per via della scelta irlandese? Abbiamo investito sull’Irlanda, ma quale sarebbe il costo maggiore? Vedere l’Irlanda uscire o vedere l’EU crollare? Beside that, il Rogue Island poi é entrato negli USA. Stai a vedere che lo fará anche il Rogue Ireland. É semplice teoria dei giochi. Se sanno che noi siamo committed, anche loro cambieranno posture. :)

Addio al 5+1? Anche gli USA abbandonano l'Italia

Mi permetto di obiettare. Se guardiamo alla storia, vediamo innumerevoli casi di giravolte. Fa parte della politica internazionale: le alleanze sono volatili, quindi nessuno si aspetta che durino in eterno.

Addurre il nostro scarso peso alle nostra incoerenza passata mi sembra dunque un po’ ecessivo, anche perché, metodologicamente, significa attribuire proprietá biologiche ad una nazione (una nazione di mentitori che cambia sempre posizione) – mi sembra davvero un po’ eccessivo. Senza contare, poi, che siamo membri fedeli della NATO da cinquant’anni.

A differenza della Turchia, citata nell’esempio, abbiamo semplicemente una forza relativa ridotta. Il concetto di forza relativa é astratto, ma credo molto utile.

L’Italia ha un esercito mediocre, ma si confronta con UK, Francia e Germania. Nei loro confronti, siamo deboli. La Turchia ha probabilmente un esercito messo peggio del nostro. Ma i suoi termini di paragone, dati dalla sua posizione geopolitica, sono l’Íraq, la Georgia, l’Iran, la Siria e Israele.

Anche se in termini assoluti la Tuchia é piú debole di noi, in termini relativi é un Paese forte, visto che si confronta con Paesi molto piú deboli di quelli con i quali ci confrontiamo noi.

saluti, ag.

La storia non è mai finita. Recensione di The Return of History

Faccio solo un rilievo sull’Europa.

1) La tesi di dottorato di Sebastian Rosato (professore alla University of Notre Dame) si focalizza proprio sull’integrazione europea e dimostra come essa sia stata condotta in un framework realista. In altre parole, gli Stati membri hanno avanzato l’integrazione per mantenere uno schema di balance of power istituzionale in Europa. Mai troppo potere alla Francia, mai troppo alla Germania. Non é un caso che l’Inghilterra sia entrata in Europa quando era evidente che il progetto non sarebbe fallito. In altri termini, meglio essere dentro per rallentare e controllare il processo, che fuori senza poterlo bloccare.

2) Per quanto riguarda la crescita dell’Europa come potenza militare. Un articolo di Barry Posen (Security Studies, dicembre 2006) spiega proprio come nel giro di qualche anno l’Éuropa sará verosimilmente una Grande Potenza – la crescita europea, secondo Posen, é da imputare all’unipolarismo, non unilateralismo, americano.

saluti, ag.

La politica estera francese dopo un anno di Sarkozy

Non sono sicuro che l’Occidente rimanga unito ancora per molto tempo. Posso sbagliarmi, ma una serie di fattori sembrano indicare una strada divergente.

In primo luogo, l’Occidente può restare unito se c’è voglia e interessi a operare insieme. Ciò non può succedere. Un presidete americano metterà sempre e comunque gli interessi americani al primo posto – altrimenti non verrà eletto. Così faranno i vari governi europei. E’ il problema della collective action.

In secondo luogo, gli stessi USA chiedono all’Europa nuove e maggiori capacità militari. L’evidenza empirica dimostra che chi ha le armi poi decide anche di usarle. L’asse atlantico dunque può continuare solo se l’Europa diventa una potenza militare. Ma quando sarà una potenza militare avrà un incentivo maggiore ad ostruire i piani egemonici degli USA piuttosto che a favorirli. A meno, ovviamente, che gli USA permettano all’Europa guadagni relativi maggiori. Eventualità improbabile.

La politica estera francese dopo un anno di Sarkozy

Caro Zamax,

beh, innanzitutto complimenti per la capacità analitica e previsionale.

La mia impressione è, però, che se la scommessa di Chirac era avventata, quella di Sarkozy non lo sia di meno. Chirac pensava appunto che Europa e Paesi emergenti avrebbero voluto la guida francese. Sarkozy pensa che gli USA abbiano a lungo bisogno della Francia. In realtà, non appena gli interessi della Francia inizieranno a contrastare con quelli americani, sono abbastanza certo che le relazioni tra i due Paesi andranno peggiorando.

Certo, rimane sempre la terza opzione – quella dei governi Berlusconi (verso gli USA) e Prodi (verso l’UE). Svendere gli interessi nazionali per rimanere fedeli agli alleati. Non penso che i francesi vogliano percorrere una tale strada.

Saluti, ag.

Emergenza rifiuti e credibilità internazionale

il commento del docente è assolutamente condivisibile. Mi pare, però, che dimentichi un semplice dato: nel nostro Paese è assolutamente normale che un gruppo di interesse blocchi l’economia nazionale per proteggere le proprie rendite.

I metalmeccanici o i dipendenti pubblici che scioperano, gli avvocati che chiudono le camere penali, i farmacisti che abbassano le saracinesche, etc. sono solo alcuni esempi.

L'illusione della moratoria della pena di morte

Ciò che distingue gli economisti dagli scenziati politici è il diverso approccio verso i guadagni relativi.

Per gli economisti, gli attori massimizzano i vantaggi assoluti. Per gli scienziati politici, gli attori massimizzano quelli relativi. [A proposito c'è un interessante paper di Mastanduno (1990).]

Ho citato questa discrepanza di vedute per specificare il mio argomento. Bussare alla porta delle diplomazie altrui costa, certo. Ma relativamente costa molto poco.

Mi spiego meglio: se l’Italia avesse voluto occupare militarmente il Medio Oriente, oltre al costo dell’operazione sarebbe stato necessario fronteggiare anche i costi delle ritorsioni altrui.

Bussando alle diplomazie altrui si sopporta un solo costo: quello dell’operazione. Non c’è rischio ch qualcuno smetta di considerarci amici o alleati.
Insomma, se l’operazione fallisce, abbiamo buttato via un po’ di soldi e un po’ di tempo. Ma è finita lì. Si rischia davvero poco.

Se l’Italia volesse davvero l’eliminazione della pena di morte, o rinesse la questione di così vitale importanza, per esempio potrebbe interrompere le relazioni con tutti i paesi contemplano tale istituto. USA, IRan, Cina, Russia, Algeria, Libia: ecco alcuni nomi. Nostri fornitori o aquirenti fondamentali. Questa sarebbe una strategia costosa (in termini relativi): Ecco perchè non viene neppure presa in considerazione. Ed ecco perchè si preferisce andare a bussare alle porte altrui. Ci impegnamo, ma stando ben attenti a darci la zappa sui piedi. Ovvero, ad evitare che i costi relativi dell’operazione siano troppo alti.

L'illusione della moratoria della pena di morte

Rispondo per interposta persona.

Gli Stati hanno una natura tendenza ad espandersi. Quando le cpaacità militari, le dimensioni delle loro economie interne o la coesione della loor popolazione glielo permettono, questi tendono ad instaurare egemonie militari o economiche esterne attraverso le quali cercano di controllare altri paesi.

I paesi “controllati” non sfuggono al bisogno di espandersi. Non potendo però pensare a mirabolanti avventure, questi si inventano delle nicchie in cui possono primeggiare. A livello internazionale, ciò dà loro vantaggi pari a zero. A livello interno, però, è possibile vendere queste sceneggiate come degli eclatanti successi.

Quando il governo di uno Stato si vede a corto di consenso domestico, queste operazioni sono sempre molto utili: costano poco, non comportano alcun rischio pratico, e soprattutto possono essere mascherate dietro retorica buonista e utopista.

Il peace-keeping rappresenta l’apice di questa ricerca di prestigio.

saluti, e grazie per il commento, ag.

L'Iraq, la Turchia e la complessità degli affari internazionali

Non ho parlato della questione per non rendere troppo lungo e complesso l’articolo.

La questione del genocidio armeno è stata tirata fuori per motivi di politica interna. In parte per motivi etici, in parte per complicare ulteriormente lo sforzo americano in Iraq. Non mi è chiaro se sia sorta prima o dopo gli interventi militari turchi.

In ogni caso, tra i democratici americani, molti vogliono davvero far terminare la presenza USA in Iraq, e quindi hanno optato per la via indiretta. Attraverso la Turchia passano i rifornimenti USA che vanno a Baghdad. Se la Turchia li blocca, gestire l’Iraq diventa ancora più problematico.

In realtà così non si servono gli interessi di lungo periodo degli USA – ma uno può a ragione sostenere che non li serve neppure la presenza in Iraq.

In merito al senso di questo articolo, la querelle sul genocidio armeno rileva un semplice dato – la Turchia è pronta a rompere le relazioni con Washington se gli USA dovessero parlare di genocidio armeno.

La ragione è molto semplice – proprio come la questione curda, quella armena rappresenta una pericolosa insidia per l’integrità turca. Su questo punto la Turchia non può transigere – ne va della sua legittimità interna.

Sono entrambe democrazie – ma come si vede, ciò che guida la loro politica non è necessariamente lo spirito democratico.

saluti, ag.

La fine dell'Europa

Politica estera europea: va a favore di tutti? Puo’ essere. Vediamo un esempio concreto, pero’. Quale posizione tenere verso la Russia.

La Polonia e gli altri dell’Est temono la Russia, quindi propongono la linea dura – forti anche del sostegno USA. Italia, Germania, Francia sostengono la linea morbida: piu’ gas e petrolio a prezzi bassi, piu’ investimenti in Russia, e soprattutto buoni rapporti con la Russia significano non necessita’ di costruire un esercito forte: perche’ l’unica minaccia militare credibile all’Europa, attualmente, viene dalla Russia.

Tutti ci guadagnano? Dipende. Mettiamo che nel giro di vent’anni, come e’ verosimile, Germania, Francia e Italia siano economicamente a pezzi: pensioni, deficit, bassa natalita’. La possibilita’ che questi possano in breve accumulare potere militare e’ veramente ridotta. Allora la Russia fa il grande passo: si riprende cosa le e’ stato tolto. Attacca Polonia e soci, e il resto dell’Europa non puo’ che stare a guardare, perche’ non ha i mezzi per opporsi.

Questa e’ la politica estera comune. A me sembra che qualcuno non ci ha guadagnato.

saluti, aa.

Iran, Iraq e un puzzle irrisolvibile

grazie del commento.

1) Definire le intenzioni degli Stati e’ complicato. In un modello si assumono. Si puo’ pensare che gli Stati cerchino la loro sicurezza (Waltz, 1979) o che invece tendano ad espandersi per instaurare sfere di influenza regionale o globale (Gilpin, 1981; Zakaria, 1998; Mearsheimer, 2001). In ogni caso, a me sembra invece che l’Iran veda la presenza USA come una minaccia alla propria sicurezza o un ingombro ai suoi piani regionali (le due cose comunque non sono in contraddizione), e quindi reagisca a tale situazione.

2) Per quanto riguarda l’UE, credo che fin quando non vi sia una sorta di stato europeo, sara’a difficile avere efficacia negoziale. Spero pero’ di sbagliarmi.

saluti, ag.

Chi rappresenta l'Italia

Caro Lorenzo,

grazie per l’intervento. Rispondo alla critica. Non so se la mia è equidistanza. Noto solo come entrambi gli schieramenti propongano due posizioni inconsistenti e incoerenti. La mia critica non riguarda l’etica o la moralità dell’invito ai talebani. Mi limito a segnalare come, in senso filosofico consequenzialista, tanto questa soluzione, quanto quella riassumibile nel “combattiamo fino alla vittoria definitiva”, siano errate, in quanto partono da posizioni etico-morali dubbio portando a risultati sicuramente peggiori.

La guerra si fa per vincere: e la vittoria si ha con il raggiungimento di una pace che l’avversario accetta. Proporre la distruzione del nemico, oltre ad essere di tendenze genocide, è una soluzione irrealizzabile, perchè non considera che il nemico cresce in numero proprio perchè lo combattiamo.

Caro Alexis,

parte della risposta si torva in quanto scirtto qua sopra. Sul problema della natura westfaliana della guerra sono più o meno d’accordo. Il tema troppo vasto per essere trattato in questa sede. Obietto però sulle implicazioni che ne trai, almeno in due modi:

1) I talebani hanno comunque un fine politico, non escatologico. Possiamo considerare folle il loro fine (o non accettabile) e quindi combatterli per “imporre la nostra volontà su di loro”. Ma per batterli, ovvero perchè smettano di combattere non c’è altra via, alla fine, se non quella di una pace.

2) La stessa critica che tu muovi ai talebani può essere posta, senza eccedere in relativismo etico o culturale, agli USA: i talebani possono tranquillamente dire che con gli USA non si tratta, bisogna distruggerli, perchè vanno in Afghanistan ad imporre che venga costruito uno stato islamico. La critica che si sceglie dipende dalla barricata in cui ci si siede.

3) Su Esposito dico solo che dubito che la Georgetown university dia la cattedra ad uno che sostiene tesi assolutamente non provate. Possono essere discusse e discutibili, ma non lo tratterei come un incompetente. Bernard Lewis insegna a Princeton, eppure sulle sue raccomandazioni io nutro molti dubbi.

4) La critica sulla pertinenza di usare il paradigma realista, in questo caso, è pertinentissima. Ritengo che la mia analisi rimanga valida. Ma non nascondo che le obiezioni formulate sono legittime. Dalla mia, dico solo quanto dice William C. Wohlforth (1994/5): il realismo è praticamente non falsificabile, offre proposizioni ambigue e usa concetti non operazionabili. La sua forza emerge solo dopo averlo paragonato agli altri paradigmi”. Se il Realismo guarda alla lotta per il potere, credo che con tutti i suoi limiti anche in questi casi continui ad avere molto da dire.

Saluti, ag.

Chi rappresenta l'Italia

La differenza e’ minima ma sostanziale. In entrambi i casi le trattative sono state svolte (anche?) da organi non governativi. In entrambi i casi un’organizzazione non governativa è diventata de facto rappresentante pro tempore del Governo e dello Stato italiano. Solo in Afghanistan, però, è successo che gli organi dello Stato siano stati esplicitamente estromessi dalla trattativa su esplicita richiesta di un privato cittadino.

Per esplicitare meglio il significato della vicenda, provi a pensare se un’organizzazione privata proclamasse di essere l’unica in grado di garantire la sicurezza dei cittadini italiani all’interno (o all’esterno – come in questo caso) dei nostri confini nazionali. A questo punto non si capisce più per quale ragione lo Stato Italiano dovrebbe ancora esistere.

In Iraq, infatti, nessuno guardava alla Croce Rossa come al nuovo rappresentante istituzionale della Repubblica Italiana. Emergency in questo caso ha invece avocato a se’ competenze che si avvicinano troppo, a modo di vedere di chi scrive, a quelle dello Stato.

Va da sè, che anche la liberazione degli ostaggi iracheni è avvenuta in maniera tutt’altro che soddisfacente (appunto coinvolgendo interlocutori che erano privi della componente principale di ogni trattativa: la forza) ledendo così in modo significato la credibilità del nostro Paese.

In questo non c’è differenza con quanto avvenuto recentemente in Afghanistan.

Distinti saluti, ag.

Perche' un Iran nucleare non rappresenta necessariamente una minaccia

Shortly,

1) I rischi fanno parte della vita. Waltz dice giustamente che se si vuole liberta’ allora ci vuole anche insicurezza. Se invece si vuole annullare ogni tipo di incurezza, allora bisogna vivere sotto dittatura.

2) Il terrorismo: per sviluppare, mantenere e controllare armi nucleari ci vogliono strutture e personale (laboratori, guardie, rifornimenti, etc.), che il terrorismo non puo’ avere. Il mero possesso di sostanze radioattive da’ la possibilita’ di costruire armi radiologiche, non nucleari. Il cui potenziale e’ dunque totalmente diverso.

3) Con armi nucleari sempre piu’ piccole (dimensioni di una 24 ore) c’e’ la possibilita’ di un loro passaggio a gruppi terroristi da parte di “Stati canaglia” che non e’ impossibile pensare possano restare impuniti (se non si puo’ stabilire la paternita’ della bomba). Ma a quel punto il problema non e’ piu’ il terrorismo, pensi’ l’uso delle armi nucleari. Sono rischiose, sempre, non solo se in mano ai terroristi o all’Iran. Inoltre, c’e’ un altro problema: se non si rivendica l’uso di un arma (passaggio a gruppi terroristi) non si puo’ neppure utilizzarne gli effetti. Mi spiego: le armi sono usate per ottenere vantaggi politici. Se non se ne rivendica l’uso, allora si possono difficilmente sfruttarne i vantaggi. E a quel punto il problema sarebbe simile a quello di catastrofi ambientali.

In definitiva, le armi nucleari restano pericolose, ma la loro pericolosita’ non muta significativamente dal chi le detiene.

Sul tema, sono sempre utili Jervis (1989) e Goldstein (2000).

Grazie e saluti, ag.

Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani

Ovviamente il sottoscritto crede che la Rai sia da privatizzare. Non era possibile inserire il tema dell’informazione televisiva nell’articolo, altrimenti sarebbe venuto un romanzo.
Il sistema dell’auditel e’ da cambiare, come anche la regolazione dell’emittenti televisive e il sistema di assegnazione delle frequenze: piu’ pluralismo, meno oligopoli.

Il punto e’ un altro: i sussidi non fanno crescere la qualita’. Come detto: guardiamo la qualita’ dei nostir quotidiani e quella degli altri paesi e ce ne rendiamo conto.

Addendum: la qualita’ della televisione italiana e’ bassa. Non a caso l’intervento pubblico nel sistema radioteleviso e’ estremamente elevato. La relazione sembra piu’ che causale. Saluti, ag.

Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani

Credo il problema sia da guardare sotto il profilo dell’efficienza, l’unico parametro oggettivo per esprimere un’opinione.

I (grandi) giornali italiani vengono letti da poche persone. Quelli piccoli, da pochissime: oserei dire quasi da nessuno (Il Foglio, tanto per fare un nome, vende 10.000 copie al giorno “dichiarate”; praticamente nulla). Se i lettori di questi giornali hanno tanto a cuore la sorte della loro lettura quotidiana preferita, allora saranno sicuramente disposti a pagare un prezzo maggiorato per continuare ad avere questo prodotto. Se cio’ non avviene, allora bisogna trarre due conclusioni:

1) gli stessi lettori non considerano quella data testata cosi’ importante;
2) i lettori di quella testata sono davvero pochi (cosa che implicherebbe costi mastodontici per quei pochi utenti).

In entrambi i casi e’ chiaro che allora quei quotidiani non contano poi cosi’ tanto nel panorama informativo italiano, soprattutto alla luce del fatto che i loro stessi lettori o non lo considerano un prodotto indispensabile o addirittura questi lettori non ci sono proprio.

In definitiva: non si vede una ragione valida per finanziare i quotidiani. L’unica ragione (ma non valida) mi sembra quella suggerita nell’articolo: il nesso tra politica e giornalismo. La politica ha a sua disposizione degli individui che, volenti o nolenti, sostengono sempre e comunque certe posizioni. Il giornalismo ha una fonte certa di finanziamento, che gli permette di prendersi dei lussi che altrimenti non si potrebbe prendere. Insomma: anziche’ essere lo spirito critico di una societa’ (come appunto dovrebbe essere il giornalismo), i quotidiani finiscono per essere lo strumento di protezione della politica.

Quest’oggi sul Corriere Nicola Rossi parla di leadership decadute: chi scrive ritiene che se quelle leadership sono ancora in sella ai loro partiti lo si deve anche al fatto che il giornalismo italiano ha sempre evitato di porre certe domande. Perfettamente in linea con le conclusioni dell’articolo qui sopra.

Saluti, ag.

La tortura e la legalità

Gentile lettore,

credo non abbia letto l’articolo, quindi le consiglio la prossima volta di commentare solo dopo averlo fatto (e magari anche dopo aver capito). Nell’articolo dico chiaramente che la tortura, al momento, non mi sembra giustificata. Lei mi critica perche’ giustifico la tortura: mah…

Comunque, nell’articolo rilevo anche come Panebianco abbia posto un problema serio. Se Lei preferisce che la tortura venga utilizzata senza che nessuno ne sia al corrente (cosa che verosimilmente potrebbe accadere) sono felice per Lei. Almeno non avra’ problemi etici che la tormenteranno.

AG

Prodi incontra Ahmadinejad: etica o interesse?

LiberaleScomodo: ottima osservazione. Tutti i testi di IR sottolineano come i mezzi di comunicazione “personifichino” le relazioni internazionali. Quindi sappiamo tutto su Bush, Clinton, Osama, etc. In realta’, come scrive il certo non neo-realista Chris Brown, se al posto di Bush ci fosse stato Clinton, la politica estera americana non sarebbe stata molto diversa.

Purtroppo l’ideologia fa brutti scherzi. L’ideologia unita all’ignoranza fa disastri.