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Il dilemma del dollaro
November 25th, 2009 at 19:31Sono del tutto d’accordo sul concetto di inflazione in senso lato. Se le banche centrali avessero monitorato anche il mercato delle attività reali, come l’immobiliare, forse (e sottolineo forse) la politica monetaria sarebbe stata meno lasca in questi anni.
Se gli Stati Uniti si incammineranno verso l’inflazione (ma non è ancora detto che avvenga) è inevitabile un certo grado di contagio globale.
Quanto alla Cina, se perseguiranno lo sviluppo della domanda interna (movimento molto lento proprio perché epocale), è possibile attendersi una minore propensione inflazionistica, per definizione.
Le divergenze fiscali minacciano il futuro europeo
July 10th, 2009 at 14:38Alberto,
concordo assolutamente col tuo titolo. Sono peraltro anch’io contrario ad una “armonizzazione fiscale” che si risolverebbe in limitazione della concorrenza fiscale, per consentire di sopravvivere ai paesi incapaci di ristrutturare la spesa pubblica.
Sul deficit: la proposta tedesca è scioccamente pro-ciclica, e si risolverà in dannose strette fiscali durante le fasi recessive. Meglio sarebbe stato (ma forse si è ancora in tempo ad emendare la proposta originaria), a stabilire un target di pareggio di bilancio durante un intero ciclo economico. Diversamente, la divergenza tra Francia e Germania porterà alla fine della Ue, e non credo di essere profeta di sventura pensando questo.
Il paradosso del debito mondiale
May 28th, 2009 at 15:59Il paradosso si crea perché tutti vogliono ridurre il debito allo stesso momento. Ciò determina un crollo della domanda di consumi, che causa aumento della disoccupazione, che genera deflazione, che aumenta il valore reale del debito, anziché ridurlo.
P.S. Mi permetta di osservare che “pilotare la decrescita” è un’ossimorica illusione.
Sì alle politiche pro-family, no al quoziente familiare
April 18th, 2008 at 19:00I buoni-spesa (voucher) verrebbero assegnati alle famiglie in base alla quantificazione della spesa sociale prevista in bilancio. Le famiglie potrebbero spendere tali buoni per acquistare prestazioni e servizi alla persona, erogati in un contesto di mercato. In tal modo, si rafforzerebbe anche il principio di sussidiarietà.
Il quoziente di quali famiglie?
April 11th, 2008 at 10:48Gentile Giovanni,
per conseguire l’obiettivo di fare crescere un paese occorre, tra le altre cose, aumentare il tasso di partecipazione dei suoi abitanti alla forza-lavoro, sia per genere che per classi anagrafiche. Riguardo il genere, come ho segnalato, l’Italia è in gravissimo ritardo rispetto alla Agenda di Lisbona, che prevede un obiettivo di almeno il 60 per cento per le donne, contro il circa 40 per cento attuale. Come si consegue questo obiettivo? Certamente con una rete di welfare più strutturata ed efficace dell’attuale, ma anche con il fisco. Se una donna decide di entrare nel mercato del lavoro (con tutti i caveat, culturali e non, di cui lei parla) occorre non penalizzarla con una tassazione aggiuntiva disincentivante. Il quoziente familiare può rispondere a questa esigenza, ma solo a patto di assegnare alla donna (o al coniuge che non lavora o ha comunque il reddito minore nell’ambito della coppia) un coefficiente molto basso ai fini della determinazione del divisore d’imposta. Se ciò non accade, il risultato è solo quello di ridurre la progressività dell’intero nucleo familiare e ridurre l’offerta di lavoro femminile.
Lei solleva un altro problema, quello dei costi per la produzione del reddito, crescenti al crescere del numero dei carichi di famiglia del lavoratore. Concordo. Ma qui il punto è altro, vale a dire l’inadeguatezza dello strumento del quoziente familiare al raggiungimento dell’obiettivo di aumentare il tasso di occupazione femminile. Obiettivo che Silvio Berlusconi ha dichiarato esplicitamente di voler perseguire.
Sull'aborto, la politica non dia i numeri
January 21st, 2008 at 13:12Mi si chiede di dar conto dell’opinione che chiude il mio pezzo sui “numeri dell’aborto”: opinione (che confermo) secondo cui nel mirino della campagna per la moratoria non vi sarebbe l’aborto, ma quella degenerazione morale, che sospendendo il legame naturale (cioè casuale) tra sesso e procreazione, snaturerebbe il significato della maternità e il ruolo sociale della famiglia. Che la posizione sia questa non lo dicono, ovviamente, i numeri, ma lo suggerisce l’uso che dei numeri fanno alcuni autorevoli promotori della moratoria. Che poi nella campagna sulla moratoria questa posizione sia ampiamente prevalente rispetto ad una posizione “semplicemente” anti-abortista mi pare abbastanza evidente visto che Foglio e Avvenire – che dettano, da par loro, il “tono che fa la musica”- non hanno rinunciato per un solo istante a “martellare” su questa degenerazione morale di cui l’aborto sarebbe “solo” la più efferata e dolorosa manifestazione. E Ferrara, giusto per essere chiaro e per non essere secondo a nessuno, ha associato a questa crociata per la vita una formidabile (e preventiva) campagna anti-divorzista.
Quanto al resto, non mi pare che occorra dimostrare come la pubblicistica catto-ateo-devota metta in relazione diretta, da decenni, aborto e denatalità e, da tempi più recenti, affermi la crescita in termini relativi o addirittura assoluti degli aborti per effetto dei provvedimenti di regolamentazione legale. Comunque, per una recente sintesi di queste posizioni in riferimento alla realtà italiana si veda: P.G Liverani, Un aborto ogni quattro neonati, Avvenire 05-01-08. Invece, rispetto alla tesi: “più contraccezione = più aborti” sul piano internazionale si veda tra l’altro E. Roccella e A. Morresi: Il legame tra contraccezione e aborto, Il Foglio 26-10-05.
In linea generale, da onesto relativista, “credo” fermamente alla cosiddetta “legge di Hume” e dunque sono d’accordo sul fatto che nessuna cifra e nessun fatto possa di per sé fondare una posizione morale: l’opposizione all’aborto ha giustificazioni oltremodo rispettabili e diverse da quelle che si possono desumere dai “risultati” di una legge. Questa è però un’altra ragione per ritenere che la “guerra dei numeri” sia funzionale ad altro. Non c’entra niente con la crociata per la vita sostenere, come fanno ad esempio Roccella e Morresi nell’articolo linkato, che vi sarebbe un “primato europeo” di aborti (che porrebbe il vecchio continente davanti a Cina, India e Vietnam) e dimostrare l’ipotesi ricorrendo all’indicatore che non misura la tendenza del ricorso all’aborto, cioè il tasso di abortività (aborti per 1000 donne), ma a quello che misura la relazione tra aborti e gravidanze: ma è onesto dire – anche in una logica anti-abortista – che se su 1000 donne ci sono 100 gravidanze e 10 aborti ovvero 500 gravidanze e 50 aborti in fondo è la stessa cosa, visto che il rapporto fra aborti e gravidanze è sempre di 1 a 10?
Sull'aborto, la politica non dia i numeri
January 20th, 2008 at 20:07Oltre che di stile (quello sarebbe il meno) è anche e soprattutto una questione di contenuti. Basta leggere quel testo, e confrontarlo con quello della legge 194.
Vietare le “politiche pubbliche antinataliste che utilizzano la soppressione violenta di esseri umani concepita come strumento di pianificazione familiare e di utilitarismo eugenetico transumano” significa, fuori di apocalittica metafora ferrariana (che continua, alla lettera, a descrivere la Cina e non l’Occidente), eliminare la legge 194. Con buona pace di vagheggiati articoli 3b, che dettano le eccezioni, finendo peraltro col tornare allo spirito della 194. E’ un’aporia, caro Martino.
La legge è ovviamente perfettibile, ed enormi sforzi devono essere portati avanti per informare e prevenire. Tutto il resto, quello che lei vede “chiaro”, sono fumisterie propagandistiche. Mi fermo qui, per non creare le tipiche ridondanze chiacchierecce da blog, che qui si ambisce ad eliminare, e lascio la parola all’autore dell’articolo, non prima di aver ricordato agli apocalittici (che di questo aspetto si disinteressano amabilmente) che il modo migliore di prevenire decisioni drammatiche come quella dell’aborto è anche quella di ridisegnare la società ed i suoi ritmi per agevolare la maternità, che non è solo quella legata alla fase prenatale, a meno di non considerare la donna solo un utero, s’intende. Qui la testimonianza di una donna e madre, rigorosamente credente. Vale la pena leggerla.
Sull'aborto, la politica non dia i numeri
January 20th, 2008 at 18:12La ringrazio per i link, soprattutto per quello al Foglio, che spiega meglio di mille tabelle fitte di numeri a cosa porti la confusione ideologica di alcune persone, e l’uso caricaturale che tali persone riescono a fare della propria intelligenza (if any). Si tratta di “indicazioni operative”, (sorvolando sul linguaggio millenaristico utilizzato e sulla commistione tra regimi autoritari asiatici e democrazie più o meno liberali d’Occidente), che portano ad un esito ben diverso da quello da lei preconizzato, e cioè alla messa fuorilegge dell’interruzione volontaria di gravidanza.Ciò premesso, le garantisco che continueremo a seguire laicamente il dibattito, avendo come obiettivo la salute della donna e la minimizzazione della pratica abortiva vista come forma di contraccezione, e giro i suoi rilievi all’autore dell’articolo.
Sull'aborto, la politica non dia i numeri
January 20th, 2008 at 15:10Martino, questo è un sito che fa dell’analisi empirica una base di discussione, non certo un feticcio. Quindi, l’analisi di dati empirici rappresenta per noi la migliore metodologia “laica” per fungere da base di discussione.
Lei parla di situazione francese, ma non indica uno straccio di fonte di dati, quindi che possiamo risponderle, che ha ragione?
Lei parla delle intenzioni dei proponenti della moratoria, dei quali tutti è evidentemente l’esegeta, ma anche questo non rileva, ai fini del nostro approccio, basato su dati empirici a supporto di una tesi. Né spiega in cosa dovrebbe consistere, operativamente, la “moratoria”, termine ambiguo e vacuamente propagandistico, a mio modesto avviso.
Certo, tutto è perfettibile, e ognuno di noi può auspicare miglioramenti che riducano ulteriormente il ricorso all’aborto. Ma dietro i dati empirici non ci si nasconde: al massimo, ci si nasconde dietro le opinioni, come la sua.
Libero commercio e neo-globalizzazione: scommesse del prossimo "number one"
January 15th, 2008 at 9:40La globalizzazione ha finora migliorato le condizioni di vita di oltre due miliardi di persone, questo è sufficientemente oggettivo. La crescita del reddito di paesi emergenti (e a questo punto sufficientemente emersi) regala loro potere d’acquisto, di cui ci stiamo già avvalendo grazie al commercio internazionale.
Riguardo il dirigismo, la condivisione di valori da parte della popolazione e l’efficace controllo degli eletti conducono a risultati di efficacia ed efficienza: il modello scandinavo conferma questo paradigma, ma ne conferma anche la scarsa riproducibilità.
La redistribuzione degli utili da remunerazione del capitale investito spetta alla politica e non al mercato, posto che non mi pare di aver ancora visto all’opera, in Occidente, modelli di “liberismo sfrenato”. I costi del protezionismo si pagano in termini di maggiore costo di beni e servizi: il primo interesse nazionale deve essere la crescita del reddito, senza il quale ci limitiamo a fare della filosofia e a rimembrare i “bei tempi andati”, che coincidono con fasi di ricostruzione post-bellica, quelli dove la spesa pubblica è più efficace e la concordia tra la popolazione maggiore.
Non è con l’autarchia che si stimola lo sviluppo: la storia lo ha già insegnato ad abundantiam, e guardare nello specchietto retrovisore non ci porta da nessuna parte.
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Banca d'Italia, ma non avete mai osato chiedere
January 2nd, 2008 at 16:19Luca, la “disastrosa azione della Banca d’Italia, almeno negli ultimi 30 anni”, è da ricondurre soprattutto alla mancata separazione tra banca centrale e Tesoro. Quando quel divorzio si è consumato, anche per convergenza all’euro (la Bundesbank era separata da sempre dal governo federale tedesco), le cose sono migliorate, con buona pace dei nostalgici delle svalutazioni competitive del cambio, formidabili generatrici di inflazione. Come diceva Guido Carli, quando il divorzio non c’era, un banchiere centrale che avesse voluto contrastare la politica monetaria lassista del governo avrebbe compiuto “un atto eversivo”. Detto tutto, mi pare.
Signoraggio, tra mito e realta'
January 2nd, 2008 at 9:21Beh, Alan Greenspan non è esattamente un modello di virtù monetarista, data la sua celeberrima doppiezza: sostenitore del gold standard in gioventù, in maturità è stato autore del più impressionante diluvio di liquidità della storia contemporanea.
Si potrebbe argomentare che, se il gold standard fosse stato la panacea dei mali del mondo non avrebbe finito con l’essere abbandonato. La verità è che l’espansione dei commerci ha portato con sé l’esigenza di espandere il credito oltre i limiti fisici dello stock di oro esistente, e i rapporti di forza geostrategica hanno fatto il resto.
Ma ribadisco, una riforma del sistema internazionale dei pagamenti è indifferibile, anche se non dovrebbe essere quella di eliminare le banche centrali, che ci porterebbe al caos ed all’anarchia globale.
Signoraggio, tra mito e realta'
January 1st, 2008 at 19:57@ OTC: Un sistema monetario si chiama fiduciario esattamente per la inconvertibilità del mezzo di pagamento, mi pare ovvio ed implicito, né è sottaciuto in alcuna parte dell’articolo.
La descrizione dell’implosione del sistema nato dagli accordi di Bretton Woods del 1944 è sostanzialmente corretta, e va inserita nella più generale crisi di bilancia dei pagamenti statunitense. La fine della convertibilità si è ovviamente basata sui rapporti di forza geostrategica, che vedevano e vedono gli Stati Uniti come unica superpotenza globale in un sistema di mercato. Diciamo che l’alternativa alla mossa di Nixon sarebbe stato il caos e la catastrofe economica planetaria, pertanto tale mossa (necessaria e necessitata) fu l’unica possibile, ed evitò guasti ben peggiori. Io tuttavia non enfatizzerei i meriti del sistema aureo: una democrazia ben difficilmente riuscirebbe a tollerare e sopravvivere al processo di correzione deflazionistica implicito nel gold standard durante i deficit di bilancia commerciale, e che caratteristicamente colpisce i ceti più poveri. Senza contare il blocco del commercio internazionale causato da un regime di gold standard. A meno di affermare che da un ritorno all’autarchia il benessere dei consumatori ne beneficerebbe.
La base monetaria si forma nel momento in cui la banca centrale acquista titoli del Tesoro. Il Tesoro corrisponderà interessi su tale prestito, che andranno a formare l’utile della banca centrale, successivamente trasferito allo Stato-azionista, sia tramite dividendi che attraverso la tassazione ordinaria. Non vedo la cripticità di un simile meccanismo, che e può essere concepito come parte del più generale processo di creazione di fiat money. Ribadisco: eliminare il fractional reserve banking e lasciare emettere (ed allocare nell’economia) moneta solo allo stato è una idiozia para-sovietica.
Riguardo il tema del moral hazard nel sistema finanziario internazionale, sono assolutamente d’accordo. Oggi, il sistema creditizio globale opera in senso di privatizzare gli utili e socializzare le perdite, come assai efficacemente illustrato da questo articolo, ed è evidentemente necessaria (come ho scritto nell’articolo) una riforma del global banking tale da salvaguardare comunque competizione ed innovazione finanziaria.
Riguardo la crescita degli aggregati monetari, essa è innegabilmente esistente, anche se alcuni suoi esiti, soprattutto recenti, sono in parte da imputare ad una marcata ricomposizione dei portafogli a favore della pura liquidità, data la forte avversione al rischio esistente in questo momento sui mercati, ed in precedenza dalla riduzione di durata finanziaria degli investimenti in titoli, per evitare minusvalenze durante le fasi di restrizione monetaria, interrotte. Il tema della specializzazione degli intermediari creditizi per scadenze, ad evitare mismatch tra raccolta ed impieghi, dovrebbe essere gestito in sede di Banca dei Regolamenti Internazionali, rafforzando la patrimonializzazione. Esigenza a cui in parte risponde Basilea2.
Signoraggio, tra mito e realta'
December 31st, 2007 at 18:22L’argomentazione libertaria resta certamente valida, a patto di non cercare di calarla in un contesto operativo. In quel caso le conseguenze sarebbero certamente devastanti, come lei correttamente ipotizza. Ciò premesso, ribadisco quanto scritto nell’articolo: il signoraggio esiste, ma comporta una (oggi) limitata perdita di benessere per la collettività, anche grazie al divorzio tra Tesoro e banche centrali, più che compensata dai benefici dell’espansione del credito. Ma non bisogna abbassare la guardia, perché inondare i mercati di moneta finisce coll’impoverire tutti noi, e minare dalle fondamenta il concetto stesso di fiat money, che nel bene e nel male ci ha dato (in concorso con altre forze di mercato, quali la globalizzazione) la più importante crescita economica della storia, in alternativa al gold standard, che poggiava sulla restrizione fisiologica al credito e sulla deflazione come dolorosa correzione del ciclo economico.
Le leggi dell'economia non usano il taxi
December 16th, 2007 at 23:10Stefano, i dati che lei fornisce sono (come correttamente segnalato nel paper) parziali, non tengono conto del costo della vita nei differenti contesti nazionali. Né della pletora di sovrapprezzi di ogni fantasia e tipologia, oltre alle note “progressioni” scalettate per spazio e tempo, che fanno la vera differenza tariffaria. Sarebbe per me facile risponderle proponendo a mia volta altri “studi”, come questo:
Oppure citare i dati non smentiti pubblicati da lavoce.info proprio su Roma:
Osservo che la vostra categoria continua a non rispondere alla domanda principale: perché in Italia il rapporto tra auto pubbliche e cittadini è troppo basso? E non è una mia opinione. Io non sono un liberalizzatore compulsivo, per me le liberalizzazioni sono un mezzo, e non un fine. Lei parla di qualità del servizio e io le do ragione: oggi la qualità del servizio taxi è scadente e costosa. Guadagnate troppo poco? Le è mai venuto in mente che ciò derivi dal rigido sistema di tariffe amministrate rigide (anche verso il basso) e dalla rigidità della definizione dei turni che VOI tassisti imponete ai comuni, pena blocchi stradali e paralisi urbana? Io sono per combattere le aree di privilegio, ovunque si annidino. Non faccio guerre di religione: sono un contribuente che non può bloccare stazioni, aeroporti e strade, e che paga le tasse che servono anche a finanziare i sussidi erogati a pioggia in questo paese.
Cordiali saluti.
Le leggi dell'economia non usano il taxi
December 15th, 2007 at 17:16Stefano, mi pare che lei lamenti che ci sono già troppi taxi in giro e che la domanda di corse in taxi sia anelastica al prezzo. E che lamenti che, quando la domanda aumenta, i taxisti non possano correttamente adeguare i prezzi alla domanda. Mi pare anche di intuire che lei non ritiene che avere libertà di tariffe per i taxisti possa intercettare domanda aggiuntiva riducendo le tariffe, e quindi complessivamente aumentare il reddito della categoria. Ma ad oggi a nessuno è dato sapere se la domanda è realmente anelastica, perché nessuno ha ancora liberalizzato le tariffe. Pertanto lei mi sta proponendo un assioma, e temo che di dogmi in questo paese ce ne siano anche troppi. Che pensano i taxisti della liberalizzazione dei turni, ad esempio? Sarebbe un primo, parziale esempio di adeguamento della domanda all’offerta, pur col vincolo del “cap” al prezzo della corsa. I taxisti sono lavoratori autonomi anomali, concordo con lei, ma proprio perché turni e tariffe non sono liberalizzati.
Riguardo le comparazioni tra paesi, sono molto interessato ad esaminare dati relativi a numero e modalità di assegnazione di licenze, tariffe e tipologia di sovrapprezzi, rapporto taxi-abitanti e confrontarli con il livello generale dei prezzi di un paese. Pertanto, se lei dispone anche solo di parte di tali dati me li invii.
Riguardo l’ottimo paretiano, temo sia cosa differente dagli esempi che lei propone. Nel mio, parlavo di possibilità (da sperimentare) di aumento di reddito complessivo dei taxisti attraverso liberalizzazione delle tariffe. In quel senso l’esempio ricade nel concetto di ottimo paretiano: una situazione in cui l’allocazione delle risorse è tale che non è possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. Lei, invece, coerentemente con l’approccio corporativo che domina questo paese, punta il dito su “altri”. Anche questi “altri” sono probabilmente un problema, ma legarli alla problematica dell’incontro di domanda e offerta di taxi è perlomeno pretestuoso, mi permetta.
Le leggi dell'economia non usano il taxi
December 13th, 2007 at 15:30Flavia, mi pare che (forse per eccesso di entusiasmo confutatorio) lei faccia molta fatica a comprendere i testi degli articoli che compaiono su questo sito. Le suggerisco di rileggere attentamente il testo, in caso vi fosse qualcosa che le sfugge può contattarmi alla mia mail, che trova sul sito.
Taxi e licenze
December 5th, 2007 at 9:54Philippe, riguardo il punto 1 non saprei, vivo a Milano dalla nascita ma durante i giorni di pioggia riscontro sempre forte congestione complessiva del traffico, il che indica che chi viaggia sui taxi in quei giorni paga prezzi stratosferici per la corsa. Cosa che mi suggerisce che non si tratta di privati ma di persone che si fanno rilasciare ricevuta da presentare al rimborso alla propria azienda, quindi mi pare un segmento di domanda assai poco elastico al prezzo. Riguardo il punto 2 hai ragione, ma considera che noi abbiamo esplicitamente ipotizzato una situazione di raddoppio delle licenze (per assegnazione gratuita) in presenza di tariffe invariate. In questo scenario vale quanto da noi sostenuto.
Baratto o gold standard?
September 24th, 2007 at 17:03Carlo, parte di quella liquidità ha alimentato la bolla sul mercato immobiliare, un tipo di inflazione che sfugge al consumer price index, di solito…
L'affondamento
August 6th, 2007 at 22:52L’articolo non assegna paternità “temporali” al deterioramento della posizione di business friendliness italiana, ma valuta se le misure di “riforma” introdotte nell’ultimo anno dall’esecutivo italiano si inseriscano nel mainstream dei paesi che hanno efficacemente riformato e liberalizzato i singoli ambiti di operatività. I capitoli (e le ricette di intervento) sono lì da leggere: (“How to reform”). Se poi vogliamo cadere nell’abituale giochino di società tribale, credo che otterremo solo di sprecare il nostro tempo. Ma posso essere smentito: magari l’anno prossimo, grazie all’aumento della contribuzione previdenziale su parasubordinati e all’eliminazione di job-on-call e staff leasing l’Italia balzerà intorno alla trentesima posizione del ranking, chissà.
Per il momento, godiamoci il trend di produzione industriale. Quella tedesca, intendo, il cui dato di giugno è in pubblicazione domani, martedì 7 agosto.
Il nuovo welfare: strategia dell'immersione
July 25th, 2007 at 16:44Assolutamente si. Job on call e (soprattutto) staff leasing finora non sono state significativamente utilizzate. Ciò significa, come sottolineato anche da Michele Tiraboschi, che non possono essere considerate responsabili di precarietà di alcun tipo, e ciò rafforza il carattere ideologico delle critiche della sinistra politica e sindacale. Semmai, occorrerebbe ridisegnare gli strumenti contrattuali per renderli più efficaci rispetto alla situazione del mercato del lavoro italiano. Ma soprattutto, la strategia di costante aumento della contribuzione sulle tipologie contrattuali “atipiche” produrrà inevitabilmente la fuga verso il sommerso di parti non marginali del mercato del lavoro, la strategia dell’”immersione” di cui abbiamo scritto. E’ solo questione di tempo, forse meno di quanto si pensi: basterà monitorare i prossimi dati sull’occupazione, che sono cosa ben diversa da quelli sulla disoccupazione.
Argentina: pacta (et debita) servanda sunt
June 15th, 2007 at 14:55Ho letto il vs articolo:
Sono una “crackata tango bond” e seguo l’operativita’ del dr Paganini da tempo.
La presente per evidenziarvi la petizione on line che e’ nata il 21 marzo
scorso da cittadini riuniti sotto la bandiera dell’art 47 della Costituzione
Italiana:
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme;
disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà
dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e
indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del
Paese.”
http://www.petitiononline.com/.....ition.html
La petizione e’ stata inoltrata all’Atfa/Soderberg-Shapiro, per giusta conoscenza.
La ripropongo qui di seguito in lingua inglese:
“The Italian Constitution – Art. 47 -
The Republic encourages and protects savings in all its ways;
regulates, coordinates and controls the exercise of credit.
It favours the access of the people’s saving to housing property, to the direct farmland property and to direct and indirect equity investment in the largest production conglomerates of the Country”
“TANGO BOND – WE DO NOT FORGET -
To: ITALIAN GOVERNMENT
Honourable Prime Minister,
The Republic of Argentina has not been honouring its foreign debt for the last six years. Although it possesses the financial capability to do it, Argentina has simply declared and legislated that IT WILL NOT PAY.
Argentina is being sentenced to pay by Courts from the whole world (i.e. Germany and USA) but it hides its own assets to avoid confiscation like the worst of the debtor.
This problem cannot be regarded anymore as a private issue, it has become a POLITICAL one and you cannot ignore that.
We would like that you, before restarting economic relations with Argentina, TAKE CARE OF THE SAVINGS OF ITALIAN CITIZENS owners of Argentine Bonds that have not accepted the exchange offer from 2005, because it is offensive, insufficient and indignant, also in relation with the economic possibilities of the Argentine State.
As voters WE DEMAND the respect of the art.47 of the Italian Constitution, which our forefathers have written having in mind as a primary objective the protection of earnings resulting of the daily work of Italians.
We kindly request you to make PRESSURE to the Argentine government in order to accept to pay all what is owed and to finally formulate a payment proposal for all Bond owners.
We kindly request you TO CONDITION every investment in that country to the solution of the debt problem which Argentina is not honouring.
It is not acceptable that the savings of the Italians are sacrificed for the scope of good international relations, we do not believe that the Argentine themselves would have allowed it.
Be aware that until Argentina will not honour the debt, the Italians will not forget that this State has not returned their hard earned money. And we also will not forget that until now the Italian government has not protected them.
Please, avoid to take us into account only for election purposes and take care of our request. Please, communicate this our letter to all Parliamentarians so that they know that those who have elected them demand an answer.
WE DO NOT FORGET
Yours Sincerely,”
Grazie per avermi letto e permesso di divulgare questa iniziativa.
Buon lavoro.
Cordialmente,
rosanna
Argentina: pacta (et debita) servanda sunt
June 11th, 2007 at 20:49La ripresa dell’Argentina è dovuta all’effetto catch-up: la partenza da livelli molto depressi del Pil, che determina una forte espansione in termini percentuali, fino al raggiungimento di una “velocità di crociera” oltre la quale il paese necessita di una politica economica virtuosa, pena la reiterazione dei crash del passato. FMI non finanzia occultamente i paesi, una spiegazione certamente robusta (perché verificata) è quella della forte espansione degli aggregati monetari (cioè dell’offerta di moneta), che sta già innescando pressioni sui prezzi, che il governo contrasta con le solite ricette: da un lato, il non-senso dei controlli sui prezzi (che alimenta accaparramenti e mercato nero), dall’altra la recente rimozione e sostituzione del presidente dell’Istituto Argentino di Statistica, che non voleva fornire dati dell’indice dei prezzi al consumo addomesticati.
Cultura economica e Considerazioni Finali
June 8th, 2007 at 15:55Mi perdoni, Emiliano, ma credo che ci sia una inesattezza epistemologica nella sua considerazione. Ciò che ha caratterizzato e caratterizza i regimi totalitari è il teleologismo, cioè la finalizzazione a lungo termine di uno stato del mondo, non sic et simpliciter il “pensare a lungo termine”. Per il pensiero liberale, pensare nel lungo termine vuol dire semplicemente pensare al divenire, cioè all’”essere” che sarà, in modo probabilistico, senza finalismi. Mentre per l’approccio costruttivista dei regimi totalitari pensare a lungo termine significa pensare al “dover essere”, in senso prescrittivo. Differenza non di poco conto, converrà. Inoltre, nella finanza pubblica, pensare al lungo termine equivale pensare alle prossime generazioni, una forma di responsabilità alta e nobile.
Chi rappresenta l'Italia
March 22nd, 2007 at 20:51A ulteriore supporto della tesi che vede Emergency come outsourcing di organi legittimi dello stato italiano, che evidentemente ha abdicato dalle proprie funzioni, segnaliamo questo articolo di Le Figaro, in particolare il passaggio: