Euro, e se facessimo il referendum?

Default e crack delle banche, disastro totale

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi, Beppe Grillo ha parlato della necessità di tenere un “referendum sull’euro”, per restituire ai cittadini la sovranità perduta. Nobile intento, scalfito dal fatto che un referendum sull’euro non può essere celebrato, poiché coinvolge trattati internazionali. Il punto vero è cosa ci attenderebbe se assumessimo la decisione di uscire dalla moneta unica.

Intanto, occorre sgombrare subito il campo da un pericoloso malinteso: il parallelo con l’uscita della lira dallo Sme, nel 1992. All’epoca avevamo una banca centrale in grado di stampare moneta, ed una nostra divisa. Uscire da un accordo di cambio (o sganciarsi da una divisa forte, come fece l’Argentina nel 2001) è tecnicamente assai più facile che non lasciare una moneta unica condivisa con altri paesi.

Anni addietro l’economista Barry Eichengreen si esercitò a simulare la fuoriuscita proprio del nostro paese dall’euro. Dal momento della decisione del parlamento di lasciare la divisa unica, scriveva Eichengreen, famiglie ed imprese sposterebbero i propri depositi in altre banche dell’Eurozona, scatenando una corsa agli sportelli del sistema bancario nazionale, che finirebbe rapidamente in dissesto. In tale circostanza sarebbe impossibile ottenere l’assistenza della Banca centrale europea come prestatore di ultima istanza. Servirebbe, quindi, l’adozione di feroci controlli sui movimenti di capitale, da parte del paese in uscita dall’euro ma anche dal “blocco tedesco”, i cui membri dovrebbero introdurre in fretta una nuova divisa per evitare che gli spalloni italiani giungano in Baviera con bauli di euro. In altri termini, andrebbe distinto il contante tedesco da quello italiano.

Molte aziende sarebbero poi dissestate dal nuovo sistema valutario. Le multinazionali, ad esempio, tendono ad avere una sussidiaria di tesoreria che gestisce l’indebitamento in modo centralizzato. Spesso la giurisdizione delle passività è quella olandese, e l’Olanda finirebbe nel gruppo dell’euro-marco. Ciò vorrebbe dire un enorme aumento dell’onere del debito per le imprese coinvolte. Servirebbero quindi degli imponenti salvataggi: il sistema finirebbe travolto dalla illiquidità e da dispute legali sulla giurisdizione nazionale di attività e passività, trascinando con sé il sistema bancario nazionale.

Ipotizziamo invece che obiettivo grillino sia quello di ridurre l’onere del servizio del debito, oggi pari a circa il 6 per cento del Pil. Ciò in astratto sembrerebbe non necessitare di fuoriuscite dall’euro ma “solo” di ristrutturare il debito sovrano, cioè di fare default, magari confidando nella presenza di un avanzo primario, che in teoria dovrebbe “isolarci” dai mercati dei capitali. In questo caso, tuttavia, avremmo il fallimento pressoché immediato del nostro sistema bancario, inzeppato di titoli di stato, che andrebbe quindi nazionalizzato, con costi stratosferici. In quel caso ci servirebbe una banca centrale autonoma ed indipendente, per stampare la moneta necessaria per sostenere questi enormi costi. E si torna al via, l’uscita dall’euro. Come si vede, un rompicapo.

Altra tesi cara a Grillo è che noi saremmo trattenuti nell’euro per il tempo necessario a “rimborsare le banche tedesche e francesi dei titoli di stato italiani da esse possedute”. Ma neppure questo è vero: negli ultimi mesi, dopo la presa di posizione di Mario Draghi, capitali europei ed extraeuropei sono tornati ad affluire sui nostri Btp, riducendo rendimenti e spread: altro che rimborso. Se si propone una narrativa serve anche tenerla aggiornata alla luce della realtà, oppure si compiono solo inganni a danno della popolazione credula e spaventata.

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