Obama contro S&P

Più di un processo, serve una legge sui conflitti di interesse delle agenzie di rating

di Mario Seminerio – Libertiamo

Martedì scorso, l’Amministrazione Obama ha formalmente accusato l’agenzia di rating Standard& Poor’s di aver mentito agli investitori sul reale stato del mercato immobiliare statunitense nell’imminenza dello scoppio della bolla subprime, perché ciò avrebbe significato perdere clienti, cioè le società che richiedono l’emissione di un rating su proprio debito. La mossa ha conseguenze potenzialmente di vasta portata, non solo per S&P ma più in generale per tutto il sistema delle agenzie di rating, ed è verosimilmente destinata a causare ampi fraintendimenti anche a casa nostra, dove già vi sono evidenze di un improprio protagonismo di frange della nostra magistratura inquirente, nella più placida inconsapevolezza di una politica che ha ormai perso il polso dei tempi. Ma andiamo con ordine.

Intanto, l’azione legale è di tipo civile e non penale, ed è promossa dal Dipartimento di Giustizia del governo federale, a cui si sono finora affiancati gli attorney general di sedici stati oltre al District of Columbia. L’accusa per S&P è di aver deliberatamente gonfiato i rating di titoli di debito aventi come sottostante mutui ipotecari di tipo subprime, non procedendo a revisioni al ribasso del merito di credito pur in presenza di evidenze di deterioramento del mercato immobiliare già dal 2004. Il Dipartimento della Giustizia chiede a S&P un risarcimento di 5 miliardi di dollari, che è pari ad un multiplo del fatturato annuale di S&P (pari a 1,77 miliardi di dollari nel 2011) e quasi eguale all’intero giro d’affari della sua controllante, la casa editrice McGraw Hill, che nel 2011 è stato di 6,25 miliardi di dollari.

La tesi dell’accusa è che S&P avrebbe evitato di rivedere al ribasso i rating su debito subprime cartolarizzato e strutturato perché questo avrebbe finito per avvantaggiare i suoi due maggiori competitor, Moody’e Fitch, spingendo i clienti a chiedere il rating a loro per ottenere giudizi migliori e/o addomesticati. E’ importante ribadire che, sul debito aziendale, il rating è richiesto e pagato dagli emittenti, e ciò rappresenta una enorme fonte di conflitto d’interessi per le agenzie. Un processo completamente differente (merita ribadirlo) rispetto a quello di valutazione del merito di credito sovrano, perché in quest’ultimo caso il rating è unsolicited, cioè non richiesto dallo stato, e si basa su opinioni dell’agenzia sull’evoluzione delle prospettive del paese e della sua capacità di servire il proprio debito, utilizzando non modelli statistici proprietari ma dati che sono evidentemente pubblici. Ma torneremo su questo aspetto tra poco.

Assegnando il massimo rating a prodotti complessi di debito, le agenzie hanno di fatto dato il via libera agli acquisti di tali prodotti da parte di investitori istituzionali quali fondi pensione, fondi comuni ed università, che per statuto possono acquistare solo debito “sicuro”, o ritenuto tale. Quando la crisi dei subprime esplose, questi investitori subirono enormi danni: un istituto californiano di credito cooperativo, ad esempio, è dovuto ricorrere ad un salvataggio federale miliardario. Ora si tenta di presentare il conto.

Tutta l’accusa verte sul deliberato occultamento della realtà da parte di S&P, e non sull’utilizzo di modelli statistici di valutazione rivelatisi (a posteriori) fallaci. L’operazione dell’Amministrazione Obama suscita peraltro alcune perplessità. In primo luogo, ci si chiede perché un’azione civile (che rischia di affossare la società, la sua controllante ed i loro azionisti) e non penale, che colpirebbe soprattutto i singoli manager. Una interpretazione maliziosa vede poi questa iniziativa come la ritorsione di Obama nei confronti dell’agenzia di rating che nel 2011 ha “osato” togliere la tripla A al debito federale statunitense. Ma l’attorney general, Eric Holder, ha liquidato l’obiezione sostenendo che l’investigazione federale daterebbe in realtà dal 2009. La politica è l’arte del mentire più che del possibile, dopo tutto.

Come che sia, quello avviato da Obama potrebbe essere l’inizio della fine per il modello di business delle agenzie di rating, riguardo la valutazione del debito societario ed i conflitti di interesse che questa procedura tipicamente implica. Ma è evidente che l’amministrazione non può non avere previsto alcuni scenari, in caso di condanna di S&P. Ad esempio, che l’eventuale fallimento dell’agenzia finirebbe col rafforzare la posizione di Moody’s e Fitch, aumentando la concentrazione del mercato dei rating in un modo non tollerabile.

La verità è che servirebbe un’azione legislativa strutturale, sull’intero settore. Non si deve infatti dimenticare che le agenzie di rating sono a tutti gli effetti delle creature della SEC, il regolatore statunitense dei mercati finanziari. E’ la SEC, infatti, che ha creato il concetto di NRSRO (Nationally Recognized Statistical Rating Organization), cioè un “mercato” fortemente oligopolistico (ed ancor più collusivo), creato in regime di riserva legale, dove cioè solo le agenzie che ottengono il “bollino” federale possono esercitare l’attività. Non solo: la SEC ha determinato che siano i debitori e non gli investitori a pagare per il rating, creando in tal modo le condizioni per un conflitto d’interessi esiziale per il sistema finanziario. Fino a quando l’amministrazione Obama non agirà in modo radicale da questo versante, una singola azione civile, per quanto “esemplare”, potrà essere utilizzata solo come medaglia da appuntarsi gattopardescamente al petto.

E veniamo ai riflessi alla periferia dell’impero, cioè su questo lato dell’Atlantico. Dopo la grancassa di compiacimento e gli inviti a “fare come Obama”, restiamo in attesa che da noi “qualcuno” si renda conto che il processo di rating sul debito sovrano nulla c’entra con quello relativo all’emissione di debito societario, per i motivi detti sopra. Sarebbe pertanto utile evitare di scadere nel ridicolo e giungere a decretare reati di opinione sul rating sovrano, come previsto di recente dal parlamento europeo. Ma, come noto, nel vecchio ed austero continente delle correlazioni divenute causalità, la situazione è molto grave ma assai poco seria. Parimenti siamo anche in attesa che, nel nostro paese, “qualcuno” si renda conto che investigazioni penali a carico delle società di rating su giudizi espressi su debito sovrano sono un puro nonsenso. Perché, sul debito sovrano, le agenzie di rating ormai da tempo sono “dietro la curva”, cioè (detto in altri termini), non sono un market mover  e riescono a “prenderci” meno del lancio di una moneta.

Perché è giusto e doveroso perseguire le frodi sul debito privato, cioè azioni che si configurano come deliberato inganno ai danni del mercato (ammesso e non concesso di disporre di magistratura inquirente dotata delle competenze per farlo: ci permettiamo di avere robusti dubbi, in merito), ma farlo sul debito sovrano, magari con la tradizionale accusa di aggiotaggio, assomiglia molto più ad una prova di forza ideologica contro i “perfidi speculatori” che non alla ricerca della “giustizia”. Che poi, a dirla tutta, se il concetto di turbativa di mercato fosse utilizzato estensivamente, alcuni pm potrebbero coronare il sogno della propria vita e tentare di incriminare praticamente tutta la nostra classe politica. Suggestivo ma un tantino pericoloso, non trovate?

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