“And the winner is…The European Union”

di Mauro Gilli

Con un po’ di ritardo intervengo sul Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Ne hanno scritto in molti, quindi eviterò di riproporre considerazioni già presentate altrove. Il premio Nobel Per la Pace viene generalmente attribuito sulla base di una di queste tre considerazioni: un riconoscimento per gli sforzi e l’impegno dimostrati (ad esempio il Premio Nobel assegnato agli attivisti per i diritti umani come Aung San Suu Kyi e Liu Xiaobo), un riconoscimento per il raggiungimento di un importante risultato (ad esempio il premio a Yassir Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin per aver raggiunto gli accordi di Oslo), oppure per spingere due parti in conflitto verso la pace (il premio a Henry Kissinger e Lu Duc Tho nel 1973).

Il premio all’Unione Europea, almeno stando al comunicato del comitato, rientrerebbe nella seconda categoria in quanto giustificato dal contributo che le istituzioni europee avrebbero dato per “più di sei decenni… alla pace e alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa.”

Ci sono due modi di leggere questa dichiarazione: da una parte, il comitato ha voluto premiare proprio i risultati ottenuti dall’Unione Europea; dall’altra, ha voluto invece spingere gli Stati Europei a non abbandonare il progetto europeo in un momento che è evidentemente difficile. Entrambe le interpretazioni sono problematiche.

Veniamo alla prima interpretazione. Le varie leadership europee che si sono susseguite nei decenni hanno trovato molto facile esaltare lo spirito cooperativo europeo, risultato dalla volontà dei popoli europei di abbandonare la guerra come risoluzione dei conflitti e abbracciare l’armonia, la pace, e la democrazia. Inutile dire che le cose non sono andate in questo modo. Anche autori ideologicamente convinti di questa interpretazione “buonista” dell’Europa hanno dovuto riconoscere le considerazioni “strategiche” che si trovavano dietro al progetto Europeo (è il caso di Andrew Moravcsik ad esempio). Il progetto era infatti uno dei due pilastri, come chiunque abbia letto una storia della Guerra Fredda sa, che servivano per tenere “The Germans down, the Russians out and the Americans in. La Comunità Economica per il Carbone e l’Acciaio, l’istituzione dalla quale si è arrivati poi alla CEE e poi alla UE,  nacque infatti come progetto per privare i tedeschi del controllo diretto dell’industria carbo-siderurgica. Prendo la pagina di Wikipedia perché accessibile senza limitazioni:

La scelta del settore carbo-siderurgico era giustificata da molti fattori: innanzitutto la posizione dei principali giacimenti delle risorse, situati in una zona di confine piuttosto ampia tra Francia e Germania, (bacino della RuhrAlsazia e Lorena), zona tra l’altro oggetto di numerosi e sanguinosi conflitti in passato e di lunga contesa. Inoltre l’oggetto dell’accordo era una risorsa fondamentale per la produzione di armamenti e materiale bellico, che impediva un riarmo segreto quindi a entrambe le nazioni coinvolte.

E infatti, l’interpretazione “buonista” non riesce a spiegare i vari sviluppi delle istituzioni europee. Ad esempio come mai DeGaulle volle tenere fuori l’Inghilterra; come mai il piano per la creazione di una Comunità di Difesa Europea non si realizzò; come mai la violazione dei parametri di Maastricht da parte di Francia e Germania non portò alle sanzioni imposte al Portogallo; come mai il sistema di votazione del Parlamento Europeo adottato in seguito all’allargamento ad Est privilegi Francia e Germania; come mai la Germania – ignorando gli obblighi dello SME II – non intervenne in soccorso della lira nel 1992 e ancora più chiaramente come mai oggi i paesi europei (dalla Germania all’Italia, dalla Grecia alla Finlandia) si preoccupino dei loro interessi nazionali, e non di quelli europei.

Non voglio dilungarmi oltre. Ma se esiste una volontà europea di cooperare, in tutti questi casi si sarebbe dovuta vedere. E invece, non si è vista. Questa discussione è importante perché ci porta al nesso causale esplicitamente suggerito dal comitato per il Premio Nobel. Non voglio discutere di inferenza causale e di metodologia perché la discussione diventerebbe noiosa – chiunque abbia letto un testo di statistica applicata o di metodologia avrà già capito cosa sto sottintendendo – il fatto è che se l’Unione Europea non è nata dalla semplice volontà dei popoli europei di promuovere la pace, ma da necessità strategiche ben definite, allora attribuirle cosa è seguito è logicamente sbagliato.

Questo è il punto. Necessità strategiche hanno portato alla presenza americana in Europa insieme alla promozione di istituzioni europee. Le due cose non sono separate, ma strettamente connesse. In altre parole, la pace è stata mantenuta dai soldati americani dislocati in EuropaLa minaccia sovietica insieme alla presenza americana hanno mantenuto la pace in Europa. A sua volta, la pace ha favorito la democrazia e i diritti umani – che peraltro, si sono diffusi anche in Sud America, Asia e Africa – zone dove chiaramente l’Europa non era presente.

Veniamo alla seconda interpretazione. Se lo scopo del comitato del Nobel era quello di spingere i paesi europei a non abbandonare la barca, per quanto lodevole bisogna riconoscere che il loro sforzo sarà chiaramente insufficiente. Se, come scritto nei precedenti paragrafi, il processo Europeo è stato promosso da esigenze strategiche, è difficile credere che le buone intenzioni riusciranno a fare da collante in un panorama internazionale nel quale queste esigenze sono venute meno. Queste sono le conclusioni a cui è arrivato Sebastian Rosato in un recente libro. Venendo meno la minaccia sovietica, l’Unione Europea ha perso un importante fattore aggregante – la minaccia esterna.

In conclusione, quale che siano le reali motivazioni del comitato del Nobel, in entrambi i casi il premio è tutt’altro che giustificato. Nel migliore dei casi si tratterebbe di un premio sprecato, che si sarebbe potuto dare alle vittime siriane o ad altri popoli vittime di ingiustizie; nel caso peggiore si tratta di un’ennesima prova di quanto gli Europei amino darsi pacche sulle spalle e congratularsi a vicenda.

Sorry, comments are closed for this post.