Il neorealismo (prima parte) – Capire le relazioni internazionali/4

di Mauro Gilli

Prosegue con questo articolo la serie sulle diverse teorie in Relazioni Internazionali. Dopo quello sulle origini del realismo e sul realismo classico, in questo articolo spiegherò come si è sviluppato il neorealismo, focalizzandomi sulla teoria dell’equilibrio di potenza, e analizzandone gli aspetti principali. Nel prossimo articolo considererò la teoria della stabilità egemonica.

Quando si parla di neoralismo, si parla di quella che è una delle più grandi e geniali menti che hanno popolato il campo delle Relazioni Internazionali: Kenneth N. Waltz. Non lo nascondo, ritenngo il contributo di Waltz il più imporante che sia mai stato dato alla disciplina. Ciò va sottolineato in quanto il buon Waltz è stato odiato, attaccato, criticato più di qualsiasi altro autore contemporaneo. Soltanto Milton Friedman, nel campo dell’economia, ha ricevuto un trattamento simile dai suoi detrattori. Non vi è comunque paragone: Waltz, rivoluzionando la disciplina, è anche diventato la betè noir di una generazione intera di studiosi. Ancora oggi, libri e articoli vengono pubblicati avendo come solo obiettivo quello di screditare il neorealismo di Waltz. Ancora oggi, 50 anni dopo il suo primo contributo, Man, State and War e 30 anni dopo il suo secondo contributo, Theory of International Politics, la produzione in Relazioni Internazionali è influenzata da quello che questo ormai simpatico anzianotto ha scritto agli inizi della sua carriera (per chi fosse interessato, qui si può vedere un’intervista di alcuni anni fa a Kenneth Waltz).

Ebbene che cosa ha scritto Waltz di tanto importante? Andiamo in ordine cronologico. Considererò qui i due volumi menzionati più sopra. In primo luogo, Man, State and War e quella che oggi è conosciuta come “l’analisi di livelli”. Successivamente illustrerò il contributo di Theory of International Politics, e la teoria dell’equilibrio di potenza (da ora in avanti, Balance of Power theory).

Man, State and War e la nascita del genio

Waltz ha scritto tre soli libri. Due di questi sono tra i dieci più importanti in Relazioni Internazionali. E’ incredibile pensare che uno di questi, Man, State and War – la tesi di dottorato di Waltz – fosse nient’altro che una serie di appunti che Waltz aveva “buttato giù” per studiare meglio in vista dei preliminary exams del suo programma di dottorato. Per rendere più digeribile la mole di libri da studiare, Waltz fece una semplice tassonomia, che divideva gli studi esistenti in Relazioni Internazionali in base al “livello d’analisi” al quale appartenevano. Questa sarebbe diventata la sua tesi di dottorato, e successivamentte il più importante libro di Relazioni Internazionali fino all’apparizione, venti anni dopo, del suo secondo lavoro, Theory of International Politics. Questa tassonomia è generalmente conosciuta come “l’analisi per livelli”.

Che cos’è l’analisi per livelli? Lo studio delle relazioni internazionali si è sviluppato partendo da una domanda molto semplice: quali sono le cause della guerra? In epoche diverse, autori diversi hanno dato risposte diverse. Alcuni autori hanno trovato le cause della guerra nella natura umana (il primo livello). Lo abbiamo visto nei due post precedenti. Hobbes (stando ad una certa interpretazione) e i realisti classici appartengono a questo gruppo. La guerra esiste perchè gli uomini sarebbero intrinsecamente cattivi, e proni al conflitto. Altri autori, come Nietzsche, arrivarono a conclusioni simili, partendo però da assunti diversi. Lo stesso è vero per altri ancora che sono arrivati a teorizzare che le cause delle guerre vadano trovate in fattori biologici. In generale, il primo livello di analisi si concentra dunque sugli uomini, e più in particolare sui leader dei paesi, in quanto questi ultimi sono quelli che prendono le decisioni importanti. Secondo questa prospettiva, la seconda guerra mondiale sarebbe stata causata da Hitler; la prima da Guglielmo II; e così via.

Allo stesso tempo, altri autori si sono concentrati sul secondo livello: importanti non sarebbero tanto l’uomo e la natura umana, quanto piuttosto le istituzioni domestiche di un dato paese. Lenin e Hobson hanno reso popolare questo approccio assertendo che sono i paesi capitalistici ad essere proni alla guerra e all’espansionismo. I paesi socialisti sarebbero invece pacifici. Prima di loro, filosofi liberali come Kant, Cobden e Mill avevano abbracciato una prospettiva simile, anche se con conclusioni diametralmente opposte, sostenendo il ruolo pacificatore della democrazia e dell’apertura commerciale verso l’estero. La causa delle guerre andrebbe dunque trovata nei regimi oppressivi, non-democratici e chiusi in sè stessi.

Waltz si limitò ad osservare un problema che invalidava le teorie appartenenti al primo (natura umana) e al secondo livello (istituzioni domestiche). La guerra è sempre esistita. E’ probabilmente una delle più vecchie istituzioni sociali. Le guerre sono state combattute tra uomini diversi in epoche e luoghi diversi. Ma sono anche state seguite da successivi periodi di pace. Se la natura umana spiega la guerra, come può anche spiegare la pace che segue ogni guerra? Se gli uomini sono così cattivi da decidere di combattere, come possono poi decidere di smettere? Senza un cambiamento della natura umana, il primo livello di analisi non è utile a spiegare lo scoppio delle guerre. Se la natura umana è responsabile sia della guerra che della pace, allora ad essa non può essere attribuita nessuna delle due.

Un problema simile affligge anche il secondo livello di analisi. Guerre sono state combattute tra tribù, città stato, imperi, stati assoluti, stati costituzionali, repubbliche, e monarchie. Come è possibile che lo stesso tipo di esito (la guerra) possa essere riconducibile ad un particolare tipo di istituzioni domestiche, quando storicamente, tutti i tipi di organizzazione politica sono stati impegnati in conflitti armati? Come si può dire che gli stati capitalisti siano responsabili della guerra, quando la guerra esisteva prima del capitalismo. Come si può imputare la guerra agli stati non-democratici, quando questa era una prassi comune prima ancora che la dicotomia “democrazia-autocrazia” emergesse, ossia addirittura tra le tribù antiche, quelle in cui erano gli uomini stessi a decidere di combattere?

Riprendendo gli scritti di Rosseau, Waltz portò un terzo livello all’attenzione degli studiosi. Se non è la natura umana o il tipo di istituzioni domestiche di un paese, che cosa può spiegare la guerra? Waltz non era interessato a spiegare alcuna guerra in particolare, ma l’esistenza della guerra a livello internazionale. Waltz offrì una risposta molto semplice, ma profondamente importante: la guerra esiste perchè a livello internazionale non vi è nulla che la possa fermare. Esiste dunque una distinzione tra quelle che chiama “efficient causes” (primo e secondo livello), e “permissive causes” (il terzo livello, il livello sistemico). La guerra esiste perchè il sistema internazionale è anarchico. Mentre a livello domestico, come spiegato da Hobbes, il Leviatano arroca a sì il monopolio della forza, e dunque impedisce la guerra, a livello internazionale ciò non è vero. Non esiste alcuna organizzazione che possa impedire la guerra. Fino a quanto il sistema internazionale rimarrà anarchico, le guerre continueranno ad esserci. Da questa prospettiva “sistemica” prende piede il suo successivo volume, Theory of International Politics.

Theory of International Politics e la nascita di una nuova disciplina

In Theory of Internatioanl Politics, che ha occupato Waltz per più di dieci anni, si trova la formulazione più chiara e importante del neorealismo (o realismo strutturale, come lo chiama Waltz). Waltz ammette che spiegare la politica estera (foreign policy) di un paese sia un’impresa troppo complessa e complicata, in quanto una miriade di variabili giocano un ruolo importante. Con Theory of International Politics, Waltz non vuole spiegare la politice estera di alcun paese: vuole creare una teoria di politica internazionale (la differenza si trova tra foreign policy e international politics). In altre parole, Waltz vuole continuare l’opera di Man, State and War. Non vuole spiegare alcuna guerra in particolare, ma la guerra.

Una teoria è una semplificazione della realtà. Allo stesso tempo è una generalizzazione che, illustrando quali sono i fattori importanti, permette di individuare delle relazioni causali tra variabili (indipendente, ossia quella che spiega; e dependente; ossia il risultato che vogliamo spiegare) valide nel tempo e nello spazio. In altre parole, una teoria spiega “regularity of behavior”: come mai due attori diversi si comportano in maniera uguale o, all’inverso, due attori uguali si comportano in maniera differente.

Waltz era interessato infatti a spiegare come mai, nei millenni, la politica internazioale fosse stata caratterizzata dalla presenza continua di guerre. Come anticipato nella sezione precedente, per Waltz la spiegazione si trova nella natura anarchica del sistema internazionale. In Theory of International Politics Waltz è andato oltre, e ha cercato di spiegare un’altra ricorrenza: la tendenza del sistema internazionala a convergere verso l’equilibrio – ossia, l’equilibrio di potenza (Balance of Power).

Nella prima parte del libro Waltz spiega in dettaglio per quale motivo una teoria di politica internazionale debba essere sistemica. Così come in microeconomia il comportamento delle aziende è dettato dalla natura del mercato nel quale operano; analogamente, spiega, il comportamento degli stati è dettato dalla natura del sistema nel quale essi vivono. Ne consegue dunque che non è necessario capire le motivazioni (o preferenze) degli attori. Per Waltz è sufficiente assumerle. I limiti e gli incentivi imposti dal sistema (dal mercato e dal sistema internazionale, rispettivamente per le aziende e per gli stati) saranno sufficienti ad influenzare in maniera significativa le azioni degli attori.

Qualora questi ultimi decidessero di non conformarsi alla realtà nella quale operano, e ignorare i limiti e gli incentivi sistemici, “they will fall by the wayside” (scompariranno). Gli economisti assumono che le aziende siano interessate a massimizzare il profitto. Analogamente, l’assunto di Waltz è semplicemente che gli stati siano interessati a garantire la loro sopravvivenza. Qui sta la grandezza della sua teoria. Per spiegare la guerra, Waltz non ha bisogno di assumere che gli stati siano guidati da cattive intenzioni (su questo punto, si ricordi una delle due interpretazioni di Hobbes di cui si è parlato in un precedente articolo).

Cosa ne consegue? Se il sistema internazionale è anarchico, e se gli stati sono gli attori più importanti (questi sono gli altri due assunti di Waltz), e se gli stati sono motivati dalla ricerca della propria sopravvivenza, ne consegue che saranno particolarmente proni ad adottare politiche volte a garantire questo fine. In altre parole, saranno portati a garantire un equilibrio di potenza. Solo quando non vi è nessuno stato più forte degli altri, ma ogni stato che aspiri al dominio o all’egemonia globale viene controbilanciato da una coalizione anti-egemonica, la sicurezza per gli stati sarà garantita.

Quali sono le implicazioni della teoria di Waltz? Le implicazioni sono immediate: il perseguimento delle superiorità o dell’egemonia a livello mondiale è “self-defeating”, in quanto esso provocherà una reazione (balancing behavior) degli altri stati per cui questo obiettivo non potrà essere raggiunto. E’ per questo motivo che i realisti – tranne alcuni, come Wohlfort e Brooks – sono largamente contrari ad una politica estera egemonica, o che miri a stabilire il primato americano. Perchè alla lunga essa non farà altro che riunire gli altri paesi contro gli Stati Uniti.

Nel prossimo post illustrerò la teoria della stabilità egemonica, che condivide gli assunti di Balance of Power theory, ma che arriva a conclusioni opposte.

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