La guerra (in)finita

di Andrea Gilli

Ieri le ultime unità combattenti dell’esercito americano hanno lasciato l’Iraq. E’ il ritiro che Obama aveva promesso in campagna elettorale e Bush aveva, di fatto, programmato. La guerra è dunque finita? Non proprio.

All’ottima analisi di Stratfor c’è, probabilmente, poco da aggiungere.

In primo luogo, in Iraq rimarranno sine die più di 50.000 soldati americani. A cui vanno sommati le migliaia di contractors inviati di recente in aggiunta alle già migliaia che operano nel Paese. Dunque, gli USA non si apprestano a lasciare l’Iraq. Cambia la natura, ma la missione non finisce.

Il Paese, intanto, è incapace di formare un governo – dopo diversi mesi dalle elezioni. Il dato è interessante, specie se prendiamo gli obiettivi prefissati all’inizio della campagna militare lanciata nel 2003. Questi erano: sconfiggere l’esercito iracheno, annullare il sistema baathista, trasformare l’Iraq in una democrazia stabile e non influenzata da potenze straniere (leggi: l’Iran). L’Iraq non è una democrazia stabile e, soprattutto, non è indipendente. A parte l’influenza americana, l’Iran gioca un ruolo centrale nel Paese.

La ragione per cui truppe americane continuano a rimanere in Iraq si trova proprio nell’influenza dell’Iran. Abbattendo Saddam, gli Stati Uniti hanno aperto un vuoto che l’Iran, grazie anche ai suoi legami culturali con il sud-est dell’Iraq, ha potuto colmare. Quando si parla della permanenza delle truppe americane, molti ricordano l’esempio della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’analogia vale, anche, rispetto all’avversario: le truppe sono rimaste in Germania per evitare l’allargamento sovietico. La differenza, nel caso dell’Iraq, riguarda il fatto che il Paese non è diviso politicamente.

Quindi? L’evoluzione del Paese non la possiamo prevedere. Il fatto che però non ci siano delle chiare linee che demarchino le rispettive aree di influenza peserà in futuro, in quanto la tentazione di scalzare l’avversario ci sarà sempre e si farà sentire specie nei momenti meno opportuni. Come ripetiamo da molto tempo, la soluzione migliore sarebbe un accordo con l’Iran nel quale, in cambio di un riconoscimento del ruolo del Paese nel Medio Oriente, e quindi di un suo contributo in Iraq e in Afghanistan, si accetta una sua maggiore influenza nella zona.

Né Obama né alcun presidente americano sembra disposto a questo passo. Allora siamo sicuri di una cosa: l’Iraq continuerà ad avere un futuro incerto e complicato.

P.S.: se vogliamo dirla tutta, non tutte le unità combattenti lasceranno l’Iraq.

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