Lo stato di necessità di Obama

di Mario Seminerio

In un recente editoriale sul Washington Post, scritto con Dan Blumenthal, Robert Kagan assume una posizione critica verso l’atteggiamento di Barack Obama nei confronti delle potenze regionali (o aspiranti globali) della zona eurasiatica, Russia e Cina. In entrambi i casi, Kagan denuncia l’esistenza di una politica obamiana di accommodation (per non definirla più esplicitamente appeasement). Nei confronti della Russia, tale accomodamento si sarebbe realizzato nella accettazione della presenza di truppe di Mosca sul suolo georgiano e, soprattutto, nell’aver in qualche modo “tradito” le attese dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, rinunciando al dispiegamento di postazioni fisse di missili intercettori.

Riguardo il rapporto con la Cina, Kagan è particolarmente indispettito dall’utilizzo, da parte di Obama, dell’espressione strategic reassurance. Secondo Kagan, questi annunci segnerebbero la fine dell’era della competizione tra grandi potenze. Lo stesso Obama, lo scorso luglio, ha dichiarato rispetto alla Cina che il perseguimento del potere non deve più essere “un gioco a somma zero”. Parole che coincidono con la teoria del mondo multipolare di Fareed Zakaria e che ben si prestano ad una lettura in chiave di accommodation. A nostro giudizio, questa posizione di Obama è più necessaria e necessitata che frutto di una reale scelta tra opzioni strategiche, e ciò a causa dell’indebolimento geostrategico che gli Stati Uniti hanno subito nell’ultimo decennio, a seguito dell’avventura irachena.

In Medio Oriente Washington necessita della cooperazione di Mosca per contenere l’Iran, pur continuando a non essere chiaro quanto durerà un regime come quello degli ajatollah, minato dalle fondamenta dalle proprie contraddizioni e da una crisi economica sempre più grave. Ma pur se su una parabola già discendente, il regime di Tehran ha trovato nuova linfa, nazionalistica e di leverage regionale, dal collasso iracheno provocato dagli stessi Stati Uniti. Analogo discorso per la Russia, che non ha più le risorse economiche e (soprattutto) demografiche per giocare un ruolo di potenza globale, ma può mettersi di traverso sul piano multiregionale in Europa ed Asia, e sta giocando le proprie carte nell’unico modo che le è consentito.

Tornando alla Cina, Kagan ritiene nell’ordine naturale delle cose che Pechino voglia assurgere al ruolo di dominus asiatico, e la sua crescita economica le fornisce carburante per alimentare questa aspirazione. Qui entra in gioco una valutazione di ordine soprattutto economico. Dalla grave crisi finanziaria che ha avuto il proprio epicentro negli Stati Uniti, la Cina ha appreso di dover cambiare il proprio modello di sviluppo, passando dall’export alla domanda interna. In coerenza con ciò, Pechino si muove per stimolare la domanda interna e divenire il traino della crescita economia della regione asiatica. Dietro la asettica categoria di “stimolo della domanda interna” si cela anche l’ammodernamento e l’ampliamento delle forze armate che Kagan denuncia con preoccupazione. Non vi è nulla di realmente nuovo nell’ascesa di una potenza economica, e la Cina sta seguendo quanto fatto nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo dagli Stati Uniti.

Non vi è nulla che Washington possa realisticamente fare per invertire questo corso della storia, se non ricorrere alla tradizionale strategia duale di engagement e balancing. Kagan, che proprio sprovveduto non è, lo sa perfettamente, e cita gli esempi dell’ingresso della Cina nella WTO bilanciato dal rafforzamento della cooperazione militare col Giappone. Oppure lo sviluppo (anch’esso necessario e necessitato) della cooperazione economica e strategica con Pechino, promossa e perseguita dall’Amministrazione Bush, bilanciato dalla partnership strategica con l’India ed i rafforzati legami con Giappone, Singapore e Vietnam.

Non c’è nulla di realmente nuovo, se non il timore, di Kagan ed altri, che dietro la “dottrina” della strategic reassurance obamiana si celi il disimpegno e l’arretramento americano dal teatro asiatico, il baricentro mondiale del Ventunesimo secolo. Una simile accommodation si verificò nel Diciannovesimo secolo, quando la Gran Bretagna cedette agli americani l’egemonia sull’emisfero occidentale. Secondo Kagan, però, quella cessione di potere non era disfunzionale agli interessi del mondo libero. Per Kagan, “i leader britannici riconobbero gli Stati Uniti come un alleato strategico in un mondo pericoloso – come si è dimostrato vero nel corso del Ventesimo secolo”. Posizione piuttosto naïf, a nostro giudizio, perché sembra sottintendere che i britannici avrebbero ceduto di buon grado ricchezza e potere ad un soggetto emergente ideologicamente a loro affine. In realtà, quella cessione avvenne obtorto collo, per presa d’atto dello sfiancamento dell’Impero britannico, che era ormai overstrechted, e in quell’accomodation si celava il tentativo di ridurre i danni, fingendo una cooptazione che era una resa.

La Cina del Ventunesimo secolo non sarà il Regno Unito del Diciannovesimo, ma l’Impero americano è overstretched, indebolito da gravi errori strategico-militari e da una crisi finanziaria che sarebbero piaciuti a Edward Gibbon. Obama dovrà rimediare a queste debolezze, per poter recuperare leverage strategico nei teatri mondiali, segnatamente in Asia. Per farlo, è scontato e razionale che debba consentire (o meglio, che non possa impedire) alla Cina di aumentare la propria influenza, regionale e globale, senza che ciò significhi disarmo unilaterale ma anche senza pensare ad improbabili confrontation muscolari. Ma ad oggi, e dopo il discorso di accettazione del controverso premio Nobel per la pace (come in parte lo stesso Kagan riconosce), non c’è nulla che ci consenta di inferire che Obama sarà il commissario liquidatore del “benevolo” Impero americano del Ventesimo secolo.

Tutte le analisi che vanno in questa direzione, o che assimilano Obama ad un Re Tentenna che oscillerebbe tra irresolutezza declamatoria e scimmiottatura delle “eterne leggi” del neconservatorismo sono solo parte di una pubblicistica dozzinale che ammorba il nostro tempo.

One Response to Lo stato di necessità di Obama
  1. Stefano Magni
    December 15, 2009 | 14:53

    Scusa Mario, sarò dozzinale, ma non capisco come si possano considerare gli Stati Uniti, prima potenza militare al mondo, “overstretched” dopo una piccola guerra regionale, che è costata in sei anni circa 5000 vite (uno dei tassi di perdite più bassi di tutta la storia militare americana). E in cui gli Usa (che dispongono di mezzo milione di uomini solo nell’esercito di terra, più le riserve) non hanno mai impegnato più di 150mila uomini. Si può considerare “overstretched” l’Impero Britannico dopo la I Guerra Mondiale. Ma, con tutto il dovuto rispetto per i caduti in Iraq, mi sembra che le proporzioni di quel conflitto e delle perdite subite dai britannici siano ben altre.
    Inoltre, mi risulta dai sondaggi pre-elettorali, che gli americani non fossero tanto preoccupati dalla guerra irachena, quanto dalla crisi economica prima dell’elezione di Obama. E da quel che vedo la politica di Obama in Iraq è identica a quella annunciata da George W. Bush (disimpegno graduale entro il 2011). Siamo sicuri che la guerra in Iraq sia stata sufficiente a determinare un cambiamento della politica estera statunitense?