July 3rd, 2008 by editor
di Carlo Stagnaro*
Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. Ha determinato, tra le altre cose e forse non senza dolo, il ricorso al gas naturale come fonte privilegiata nella generazione elettrica, e ha privato il paese dei frutti di investimenti tanto impegnativi come quelli negli impianti atomici. Ha, infine, causato la diaspora, l’indebolimento e poi la quasi estinzione di tecnici specializzati, lasciando oggi una drammatica carenza di know how soprattutto nella pubblica amministrazione (nel settore privato è più facile importare gli ingegneri dall’estero). Il meno che si possa dire, quindi, è che gli italiani ne siano stati penalizzati. La corretta comprensione – e un adeguato giudizio – sul passato è però solo il primo passo, e non il più complicato, di un lungo percorso. Il secondo passo, altrettanto necessario e altrettanto semplice, consiste nel giusto inquadramento del problema nella sua dimensione economica, finanziaria e politica. A partire dalla domanda di fondo: che non è se assegnare un ruolo all’atomo nel mix elettrico italiano (già ce l’ha, coprendo la quasi totalità delle importazioni di energia elettrica, pari a circa un settimo dei consumi), bensì se sia preferibile l’acquisto di energia nucleare dall’estero o piuttosto la sua generazione sul territorio nazionale.
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July 2nd, 2008 by editor
di Mario Seminerio
Sul Sole24Ore Fabrizio Galimberti, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po’ scolasticamente, che i tassi di inflazione core, cioè espressi al netto dei costi per alimentari ed energia, sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ infatti consuetudine osservare i tassi d’inflazione al netto di alimentari ed energia per indagare l’esistenza dei cosiddetti second round effects, cioè della diffusione di pressioni inflazionistiche generalizzate all’intera economia, la temuta spirale prezzi-salari. Poiché i tassi core sono rimasti stabili, Galimberti inferisce che non ci sono rischi d’inflazione e che quindi utilizzare la stretta monetaria sarebbe controproducente. Galimberti dovrebbe chiedersi, prima di balzare alle conclusioni, perché è stata introdotta la misura di inflazione core.
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July 1st, 2008 by editor
di Mario Seminerio – © Libero Mercato
In questi mesi difficili per la congiuntura economica (difficoltà purtroppo destinate a proseguire) stiamo assistendo, in alcuni paesi europei, a manifestazioni di crescente insofferenza da parte di politici e media nei confronti della Banca Centrale Europea. La si vorrebbe incline (ancora più incline, per essere precisi) ad una politica monetaria lasca, nella speranza (più propriamente nell’illusione) di risollevare un’economia europea che non appare così omogeneamente prostrata. Le richieste di easy money rivolte alla Bce provengono soprattutto da paesi, come Francia, Italia e Spagna, che si trovano in condizioni economiche fragili e squilibrate, per insufficienza strutturale della crescita o per lo scoppio (è il caso della Spagna) di bolle immobiliari. Vi è, in tali recriminazioni contro la Bce, il germe di pericolose involuzioni e derive, contro le quali è opportuno argomentare.
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