Signoraggio, tra mito e realta’

di Mario Seminerio

Questo articolo rappresenta un tentativo di spiegare cosa è il signoraggio, come si produce ai nostri giorni, quale è la fondamentale differenza tra signoraggio nominale, reale ed imposta da inflazione, quale è il ruolo delle banche commerciali nel processo di creazione della moneta, attraverso il meccanismo del moltiplicatore dei depositi indotto dalla riserva obbligatoria. L’imperfetta conoscenza dei meccanismi economici alla base del processo di creazione della moneta ha concorso ad alimentare alcuni miti intorno al concetto di “moneta fiduciaria”. Riteniamo quindi opportuno e necessario tentare il debunking di tali miti.

Cosa è
Il signoraggio è l’insieme delle risorse ottenute da chi emette moneta, in virtù del proprio potere di emissione. In un regime monetario metallico quale quello esistito in Occidente fino al Ventesimo secolo, il signoraggio deriva storicamente dall’inclusione dei costi di coniazione nelle ragioni di scambio tra metallo coniato e non coniato. Tale ragione di scambio è superiore all’unità (cioè produce un signoraggio) in quanto chi emette moneta deve recuperare i costi della coniazione. Con il progressivo rafforzamento dell’autorità centrale dello stato si afferma il monopolio statuale della coniazione e si attribuisce alla moneta legalmente certificata potere liberatorio nei confronti dei rapporti di debito, in primo luogo del debito fiscale. Il signoraggio viene così ad includere un vero e proprio profitto di monopolio. Il passaggio al corso forzoso della moneta, nel corso del Ventesimo secolo, implica che la carta moneta non rappresenta più una passività redimibile in risorse reali nei confronti dello stato. Quest’ultimo può quindi acquisire risorse reali emettendo debito irredimibile (la moneta) a fronte del quale non contrae alcuna obbligazione di pagamento per interessi.

Un esempio concreto
Nel caso canadese, il Ministero delle Finanze paga la Zecca (Royal Mint) per produrre e distribuire monete metalliche. Il “costo industriale” di produzione è attualmente pari a 12 centesimi per moneta di valore nominale pari a un dollaro. L’utile della Royal Mint equivale quindi ad un signoraggio di 88 centesimi per ogni dollaro posto in circolazione. Per le banconote, responsabile dell’emissione è la Bank of Canada. Qui il processo di contabilizzazione del signoraggio è diverso rispetto al caso delle monete metalliche. La banca centrale utilizza le banconote per acquisire titoli governativi fruttiferi. In Canada, il reddito da interessi ha oscillato tra 1,7 e 2,2 miliardi di dollari annui. Detratte le spese operative della banca, che includono i costi di stampa e distribuzione delle banconote e quelli per il ritiro e la distruzione delle banconote logore (spese complessivamente stimate in 130 milioni di dollari annui), la differenza viene acquisita dall’Erario. Il reddito da signoraggio su banconote rappresenta, quindi, una forma di finanziamento (peraltro piuttosto contenuta) della spesa pubblica federale, alternativa (o più propriamente aggiuntiva) all’imposizione fiscale.

Il signoraggio, oggi
Ai giorni nostri, un governo che voglia utilizzare il signoraggio per finanziare il proprio deficit non ricorre alla stampa diretta di moneta, ma utilizza un procedimento indiretto. Il Tesoro emette titoli governativi fruttiferi per un importo pari al deficit da finanziare. Ma, anziché essere collocati presso i risparmiatori, tali titoli vengono sottoscritti dalla banca centrale, che può essere costretta a farlo in caso non sia indipendente dal potere politico. La banca centrale stampa quindi il denaro necessario per acquistare i nuovi titoli di stato emessi, e lo consegna al Tesoro nazionale, che se ne serve per compiere i propri pagamenti. Questa operazione di stampa di cartamoneta per acquisto di titoli governativi di nuova emissione è del tutto equivalente alle c.d. “operazioni di mercato aperto”, attuate dalle banche centrali per regolare la liquidità di sistema.

Riassumendo: il nuovo deficit pubblico equivale alla variazione dello stock di titoli di stato circolanti. Quest’ultimo viene a sua volta disaggregato in stock detenuto dal pubblico e stock detenuto dalla banca centrale. Le variazioni di quest’ultimo equivalgono a variazioni della base monetaria, o moneta ad alto potenziale. L’aumento di base monetaria rappresenta il signoraggio nominale raccolto dal governo. Chi ritiene che il signoraggio rappresenti una rilevante fonte di risorse per i governi in tempo di pace dovrebbe trarre spunti di riflessione da questo esempio: negli Stati Uniti, la variazione media annua di base monetaria è di circa 30 miliardi di dollari, pari al 2 per cento del gettito prodotto dalle imposte federali. Ad evidenza, i governi non possono fare affidamento sul signoraggio per raccogliere risorse, e ciò a causa dell’inflazione.

Signoraggio reale ed imposta da inflazione
La base monetaria è collegata alla variazione dell’offerta di moneta attraverso il meccanismo del moltiplicatore dei depositi. Torneremo a breve su questo concetto. Per ora, è importante sapere che la quantità di reddito reale che i governi possono raccogliere dal signoraggio è limitata dal tasso d’inflazione. Il reddito reale da signoraggio è il valore reale della moneta appena creata, ed è uguale al reddito nominale da signoraggio diviso per il livello dei prezzi. In altri termini, il reddito reale da signoraggio è uguale al tasso di inflazione moltiplicato per l’offerta reale di moneta. Questa equazione spiega efficacemente perché gli economisti talvolta definiscono il signoraggio come “imposta da inflazione”. In ogni imposta, infatti, il gettito è dato dal prodotto tra aliquota d’imposta e base imponibile. Nel caso dell’imposta da inflazione, la base imponibile è data dall’offerta reale di moneta e l’aliquota d’imposta è data dal tasso d’inflazione. Il governo, quindi, raccoglie l’imposta da inflazione stampando moneta ed utilizzandola per acquistare beni. L’imposta da inflazione è pagata da chiunque detenga moneta, perché l’inflazione erode il potere d’acquisto della medesima. Ad esempio, quando il tasso d’inflazione è al 10 per cento annuo, una persona che detenga banconote per un anno perderà il 10 per cento di potere d’acquisto su quel denaro liquido; ciò equivale ad un’imposta del dieci per cento sul potere d’acquisto, che altro non è che la moneta reale.

Ora, ipotizzate che un governo intenda finanziare il proprio deficit attraverso la stampa di moneta. Pensate che il signoraggio reale aumenti in parallelo? La risposta è no. O almeno, non necessariamente. Aumentando l’offerta di moneta, il governo può aumentare il tasso d’inflazione. Tuttavia, nell’ipotesi di tasso d’interesse reale costante, un aumento dell’inflazione provoca un aumento equivalente del tasso d’interesse nominale, inducendo il pubblico a ridurre la propria domanda reale di moneta. Quindi, il reddito reale da signoraggio aumenta al crescere del tasso d’inflazione solo se l’aumento di quest’ultima eccede il calo nei saldi di moneta reale detenuti dal pubblico. Confusi? Per meglio visualizzare il concetto di imposta da inflazione, pensate all’impianto teorico della curva di Laffer. Avrete un grafico di questo tipo (cliccare l’immagine per ingrandirla):

seignorage.jpg

Vi risulta più familiare? Per approfondimenti e per comprendere le sottostanti al questo modello, vi rinviamo a questo articolo (di cui è co-autore l’attuale presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke), da cui sono tratti anche gli esempi utilizzati in questo articolo.

Per riassumere, cosa è possibile affermare sul signoraggio di matrice “governativa”, quello derivante dalla stampa di cartamoneta per finanziare acquisti di beni? Sostanzialmente due cose. In primo luogo, che il signoraggio nominale rappresenta una frazione trascurabile delle risorse raccolte attraverso imposizione fiscale. Ma soprattutto che il signoraggio reale, l’unica grandezza rilevante ai fini dell’acquisizione di merci e servizi da parte del governo, è una grandezza che non può essere accresciuta indefinitamente attraverso l’espansione dell’offerta di moneta.

Signoraggio e banche commerciali
Come scritto sopra, il moltiplicatore dei depositi rappresenta il meccanismo attraverso il quale variazioni della base monetaria si trasformano in variazioni dell’offerta di moneta. Tale moltiplicatore è anche lo strumento che consente alle aziende di credito di creare moneta apparentemente dal nulla, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria. Ipotizziamo che la banca centrale acquisti buoni del tesoro dalla banca commerciale. Il controvalore della transazione sarà disponibile per la banca commerciale, che potrà utilizzarlo concedendo prestiti. La banca commerciale non potrà tuttavia prestare l’intero importo del deposito, perché è obbligata a mantenere una frazione dell’incremento dei depositi presso la banca centrale sotto forma di riserva obbligatoria. Ipotizzando un coefficiente di riserva obbligatoria del 10 per cento, la banca commerciale (o meglio, l’intero sistema delle banche commerciali) potrà realizzare impieghi pari a 9 volte l’importo originario generato in contropartita con la banca centrale. Se tale importo fosse stato di 1000 euro, il sistema delle banche commerciali si troverà, al termine del processo di aggiustamento, con 9000 euro di impieghi e 10.000 euro di depositi, e questo riassume il processo di creazione della moneta. E’ importante precisare che questo esempio è frutto di semplificazione. Il valore effettivo del moltiplicatore dei depositi e della moneta è influenzato, oltre che dal coefficiente di riserva obbligatoria, anche dal quoziente di drenaggio di circolante (la propensione del pubblico a detenere banconote anziché depositarle presso la propria banca) e dal quoziente di riserve in eccesso, o riserve libere, detenute dal sistema delle banche commerciali a titolo prudenziale. Questi due quozienti impliciti tendono a ridurre il moltiplicatore della moneta, sommandosi al coefficiente di riserva obbligatoria imposto dalla banca centrale per finalità di regolazione dell’offerta di moneta.

Data la descrizione del processo di moltiplicazione dei depositi, è possibile affermare che le banche commerciali godano di un “pasto gratis” rappresentato dalla remunerazione dei prestiti concessi a partire dall’originario deposito in contropartita della banca centrale? Non esattamente. Si ricordi che le banche commerciali ricevono effettivamente una remunerazione sui prestiti, ma devono anche remunerare i depositi che il processo moltiplicativo genera. Nell’esempio precedente, ipotizzando una remunerazione media sugli impieghi pari al 6 per cento ed un costo medio dei depositi del 4 per cento, il sistema beneficia di un differenziale di circa l’1,55 per cento sul totale degli impieghi, il cosiddetto margine di interesse. Tale margine, che rappresenta la remunerazione del rischio d’impresa nell’intermediazione creditizia, entra nella determinazione dell’utile della banca, sul quale vengono prelevate le imposte. Nulla di così scandaloso o illusionistico, con buona pace delle leggende metropolitane sulla creazione di credito da parte delle banche commerciali.

Ogni paese necessita di un meccanismo per espandere la propria offerta di moneta in modo consistente con il tasso di crescita potenziale dell’economia. In linea di principio, non c’è un bisogno insopprimibile di banche private. Le loro funzioni potrebbero essere svolte direttamente dalla banca centrale, raccogliendo depositi da privati ed aziende, pagando interessi su tali depositi, e gestendo il trasferimento di fondi tra conti correnti in quanto parte del più generale sistema di pagamenti. Allo stesso modo, la banca centrale potrebbe fornire l’intera crescita dell’offerta di moneta concedendo prestiti e monetizzando il debito pubblico attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro. Sfortunatamente, operare in questo modo equivale a gestire la crescita dell’economia attraverso una burocrazia centralizzata. Sistema di solito malfunzionante, come dimostra l’esperienza storica dell’Unione Sovietica. Le banche private che operano sotto l’incentivo del profitto possono allocare i fondi in modo più efficace ed efficiente, basandosi sulla propria conoscenza dei mercati locali e settoriali, e del rischio di credito. Le banche hanno quindi l’esigenza di ottenere una remunerazione (sotto forma di margine d’interesse e/o di commissione su servizi) sui prestiti concessi. Diversamente, non sarebbe possibile coprire i costi operativi e non ci sarebbe ragione per restare in affari. Alcune banche fanno un buon lavoro, ed accrescono il proprio capitale assieme all’economia che sostengono. Altre prestano male, diventano insolventi e trascinano con sé i propri investitori-proprietari. In media, la profittabilità del sistema creditizio è comparabile a quella del sistema economico complessivo. Nel lungo periodo, le banche possono evidentemente crescere solo allo stesso passo dell’economia reale. Le banche private agiscono quindi come agenti della banca centrale, utilizzandone il credito ed operando sotto la sua supervisione. Esse sono regolamentate e nessuna può prestare oltre un dato multiplo del proprio capitale a rischio. Gli utili delle banche private dipendono dall’efficienza e dall’efficacia con cui le stesse gestiscono la propria attività.

Il sistema creditizio oggi funziona abbastanza bene, ma l’esperienza recente dimostra che vi sono prassi da correggere. Una è la tendenza a prestare pro-ciclicamente, cioè troppo durante le fasi di espansione dell’economia (e prima di rallentamenti e recessioni, attenuando gli standard di controllo del rischio e selezione dei debitori) e troppo poco durante le fasi iniziali della ripresa. O ancora, si pensi alla crescente propensione a prestare ad istituzioni finanziarie impegnate in attività eminentemente speculative, con scarso o nullo beneficio economico. Anche per questo, le banche centrali sono impegnate nella sfida della regolamentazione per correggere gli eccessi finanziari senza danneggiare l’innovazione finanziaria e la competizione tra intermediari, che sono alla base della crescita complessiva dell’economia.

Le conclusioni
Per quanto premesso ed analizzato, ci pare possibile affermare che il tema del signoraggio rappresenta, soprattutto per insufficiente conoscenza dei meccanismi economici ad esso sottostanti, una sorta di matrice cospirazionista dalla quale origina una florida mitologia. Anche la genuina argomentazione libertaria contro il sistema creditizio a riserva frazionaria non riesce a cogliere l’effetto contro-intuitivo di un modello creditizio a riserva totale: un sistema di pagamenti centralizzato altamente rigido ed incapace di cogliere tempestivamente i segnali di evoluzione della domanda di credito proveniente dagli agenti economici, famiglie ed imprese. Meno libertà e meno crescita sarebbero l’ovvia risultante dell’abolizione del sistema creditizio privato. Ancora: la separazione, formale e sostanziale (cioè perseguita da banchieri centrali realmente autonomi), tra banca centrale e Tesoro rappresenta la migliore garanzia contro il ricorso da parte dei governi all’imposta da inflazione.

Una certa quantità di signoraggio è inerente ad un sistema economico fondato sulla moneta fiduciaria, ma la marginale perdita di benessere collettivo ad esso associata è più che compensata dallo sviluppo che l’attuale ordine monetario garantisce alle economie di mercato. Compito dei liberali è quello di restare vigili riguardo l’indipendenza della banca centrale ed il conseguimento e mantenimento di condizioni di concorrenza sui mercati. Incluso quello, fondamentale, del credito.

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8 Responses to Signoraggio, tra mito e realta’
  1. calcabrina
    December 31, 2007 | 17:09

    Articolo molto chiaro e ben scritto, ma rimango convinto che la “genuina argomentazione libertaria” e soprattutto austriaca (Rothbard, de Soto) rimanga valida, e trovo che il tema del signoraggio perda abbastanza significato in un sistema di fiat money cartacea completamente slegato da un bene reale come l’oro.

    Detto questo, non saprei come tornare a un sistema simile, né quali sarebbero esattamente le conseguenze, probabilmente disastrose nel breve periodo.

    GC

  2. MS
    December 31, 2007 | 18:22

    L’argomentazione libertaria resta certamente valida, a patto di non cercare di calarla in un contesto operativo. In quel caso le conseguenze sarebbero certamente devastanti, come lei correttamente ipotizza. Ciò premesso, ribadisco quanto scritto nell’articolo: il signoraggio esiste, ma comporta una (oggi) limitata perdita di benessere per la collettività, anche grazie al divorzio tra Tesoro e banche centrali, più che compensata dai benefici dell’espansione del credito. Ma non bisogna abbassare la guardia, perché inondare i mercati di moneta finisce coll’impoverire tutti noi, e minare dalle fondamenta il concetto stesso di fiat money, che nel bene e nel male ci ha dato (in concorso con altre forze di mercato, quali la globalizzazione) la più importante crescita economica della storia, in alternativa al gold standard, che poggiava sulla restrizione fisiologica al credito e sulla deflazione come dolorosa correzione del ciclo economico.

  3. OTC
    January 1, 2008 | 17:47

    Articolo interessante, che però trascura alcuni particolari.

    In un sistema monetario fiduciario, le banconote emesse dalla B.C. sono iscritte al passivo, quindi rappresentano un debito della banca stessa. Ma tale “debito” è di fatto inesigibile, in quanto, per legge, le banconote devono essere accettate come mezzi di pagamento.

    E’ come se un’azienda pagasse i fornitori con assegni (di dubbia copertura) e li costringesse, con la forza, ad utilizzarli per i pagamenti tra loro, senza mai portarli all’incasso.

    Inoltre, ritornando alle banconote emesse dalla BC, spesso sfugge il fatto che il valore dei titoli a copertura è “misurato” nella stessa unità monetaria emessa e fronte di essi: tale valore non è infatti assoluto, ma è direttamente influenzato dal processo stesso di creazione della moneta.

    Tutti questi “problemi” scompaiono in un sistema monetario “serio” come il gold-standard: l’attivo a fronte del quale viene emessa moneta è l’oro, che si misura in once, ed ogni assegno portato all’incasso viene pagato con l’equivalente in metallo giallo.

    Ricordiamo che fino al 1971 il sistema monetario internazionale (Bretton Woods) era di fatto aureo-convertibile; in quegli anni fu ricostruita l’Europa dopo la guerra e gli USA sono diventati la prima potenza industriale del pianeta.

    Ricordiamo anche come e perché tale sistema fu abbandonato: verso la fine degli anni 60 la guerra in Vietnam stava diventando sempre più impopolare, e per finanziarne gli ingenti costi gli USA si trovarono costretti a ricorrere all’emissione di dollari senza copertura. Nel 1971 il generale De Gaulle, vista la situazione, decise di portare all’incasso i dollari a riserva della Banque de France, ma dal momento che a Ft. Knox di lingotti ne erano rimasti ben pochi, Nixon non poté onorare il debito.

    Quindi l’attuale sistema monetario non è stato scelto affatto per i suoi presunti (e falsi) meriti, ma fu imposto dall’insolvenza degli USA.

    E veniamo al discorso sugli interessi: tutta la moneta in circolazione (a parte quella metallica) è emessa a debito, ovvero per entrare in circolazione deve essere presa in prestito da qualcuno. Ed tale prestito è gravato di interesse. Ma i soldi per pagare gli interessi ovviamente non esistono, e quindi dovranno essere presi a prestito anche quelli, con nuovo aggravio di ulteriori interessi. Gli interessi sulla moneta emessa non potranno quindi mai essere completamente ripagati, per definizione.

    Non si infatti perché lo Stato, per finanziare le proprie spese, debba emettere dei titoli ed ottenere in cambio un prestito, anziché emettere direttamente la moneta. L’argomento che così facendo si creerebbe inflazione è totalmente falso, in quanto la storia economica dimostra che l’unico e solo sistema per evitare inflazione è la convertibilità.

    Dopo il 2000-2001 si è avuta la più colossale espansione creditizia che la storia recente ricordi, con aggregati in crescita a 2 cifre per anni, e tutto questo causato dalla manipolazione al ribasso dei tassi fatta proprio dalle banche centrali.

    Questa lunga premessa consente di cogliere il senso dell’affermazione di Maurice Allais, grande scienziato e Premio Nobel per l’Economia nel 1988:

    “In essence, the present creation of money, out of nothing by the banking system, is similar – I do not hesitate to say it in order to make people clearly realize what is at stake here – to the creation of money by counterfeiters, so rightly condemned by law.”

    Concordo comunque con l’autore che il reddito prodotto in senso stretto dal signoraggio non è di grande rilevanza, mentre è argomento molto più importante una seria discussione sugli “effetti collaterali” che l’attuale sistema monetario produce, primo fra tutti il “moral hazard”.

    Grazie alla valuta non convertibile ed al monopolio dell’emissione delle BC, queste agiscono di fatto come prestatori di ultima istanza e possono, se necessario, salvare con operazioni più o meno trasparenti istituti bancari in difficoltà. Questo sta accadendo praticamente ogni giorno in questo periodo.

    Questo rende le banche delle imprese di fatto immuni dal rischio di fallimento, in quanto in caso di problemi hanno sempre una linea di credito virtualmente illimitata dalla quale possono attingere. Ed un’impresa che non può fallire, di fatto si assume rischi impropri che se si “traducono” in profitti vengono privatizzati, e se provocano perdite, queste vengono invece socializzate.

    Questo ha provocato un indebito vantaggio per il sistema bancario a discapito degli altri settori industriali (basta vedere la crescita del peso dei financials sullo S&P negli ultimi decenni), causando la finanziarizzazione dell’economia e lo strapotere della speculazione.

    Altra fonte di pericolosa instabilità del sistema bancario è il mismatch temporale tra i depositi (a vista) e gli impieghi (a medio lungo), fatto che ha causato la crisi alla Northern Rock Bank.

    Pertanto l’attuale sistema monetario e finanziario necessita di riforme importanti e strutturali. Riporto alcune idee di Maurice Allais e James Tobin (anch’egli Premio Nobel per l’Economia, nel 1981):

    - la creazione della moneta dovrebbe essere fatta unicamente dallo stato

    - nessuna moneta dovrebbe essere emessa al di fuori della base monetaria, cosicché nessuno si avvantaggi dei “benefits that attach to the creation of bank money”.

    - separazione netta tra banche depositarie (custodia dei depositi ed investimento in titoli di stato a breve) e banche di investimento, che si finanziano ed impiegano su orizzonti temporali simili

    Qui i dettagli: http://ideas.repec.org/p/lev/wrkpap/77.html

  4. calcabrina
    January 1, 2008 | 17:49

    Grazie della risposta.
    Concordo sull’insufficienza strategico/operativa della proposta libertaria, e sul signoraggio.
    Ritengo però, da un lato, che l’autonomia di una banca centrale dal Tesoro (cioè dallo stato) sia al massimo una pia illusione e, dall’altro, che la deflazione sia l’unica soluzione possibile e necessaria al ciclo, che è appunto messo in atto dalla creazione ex nihilo di cartamoneta scoperta (inflazione). Temo che tentare di governare lo strumento inflazionistico non possa che aggravare la crisi e la sua correzione, ammesso che quest’ultima sia possibile. Né l’economia in generale, né soprattutto la moneta, che ne costituisce il cuore, possono venir controllare da interventi artificiali e dirigistici.

  5. MS
    January 1, 2008 | 19:57

    @ OTC: Un sistema monetario si chiama fiduciario esattamente per la inconvertibilità del mezzo di pagamento, mi pare ovvio ed implicito, né è sottaciuto in alcuna parte dell’articolo.
    La descrizione dell’implosione del sistema nato dagli accordi di Bretton Woods del 1944 è sostanzialmente corretta, e va inserita nella più generale crisi di bilancia dei pagamenti statunitense. La fine della convertibilità si è ovviamente basata sui rapporti di forza geostrategica, che vedevano e vedono gli Stati Uniti come unica superpotenza globale in un sistema di mercato. Diciamo che l’alternativa alla mossa di Nixon sarebbe stato il caos e la catastrofe economica planetaria, pertanto tale mossa (necessaria e necessitata) fu l’unica possibile, ed evitò guasti ben peggiori. Io tuttavia non enfatizzerei i meriti del sistema aureo: una democrazia ben difficilmente riuscirebbe a tollerare e sopravvivere al processo di correzione deflazionistica implicito nel gold standard durante i deficit di bilancia commerciale, e che caratteristicamente colpisce i ceti più poveri. Senza contare il blocco del commercio internazionale causato da un regime di gold standard. A meno di affermare che da un ritorno all’autarchia il benessere dei consumatori ne beneficerebbe.

    La base monetaria si forma nel momento in cui la banca centrale acquista titoli del Tesoro. Il Tesoro corrisponderà interessi su tale prestito, che andranno a formare l’utile della banca centrale, successivamente trasferito allo Stato-azionista, sia tramite dividendi che attraverso la tassazione ordinaria. Non vedo la cripticità di un simile meccanismo, che e può essere concepito come parte del più generale processo di creazione di fiat money. Ribadisco: eliminare il fractional reserve banking e lasciare emettere (ed allocare nell’economia) moneta solo allo stato è una idiozia para-sovietica.

    Riguardo il tema del moral hazard nel sistema finanziario internazionale, sono assolutamente d’accordo. Oggi, il sistema creditizio globale opera in senso di privatizzare gli utili e socializzare le perdite, come assai efficacemente illustrato da questo articolo, ed è evidentemente necessaria (come ho scritto nell’articolo) una riforma del global banking tale da salvaguardare comunque competizione ed innovazione finanziaria.

    Riguardo la crescita degli aggregati monetari, essa è innegabilmente esistente, anche se alcuni suoi esiti, soprattutto recenti, sono in parte da imputare ad una marcata ricomposizione dei portafogli a favore della pura liquidità, data la forte avversione al rischio esistente in questo momento sui mercati, ed in precedenza dalla riduzione di durata finanziaria degli investimenti in titoli, per evitare minusvalenze durante le fasi di restrizione monetaria, interrotte. Il tema della specializzazione degli intermediari creditizi per scadenze, ad evitare mismatch tra raccolta ed impieghi, dovrebbe essere gestito in sede di Banca dei Regolamenti Internazionali, rafforzando la patrimonializzazione. Esigenza a cui in parte risponde Basilea2.

  6. OTC
    January 1, 2008 | 22:18

    Ringrazio l’Autore per la risposta. Aggiungo un paio di note: il gold-standard aveva dei difetti (infatti è stato migliorato da Bretton Woods), ma associarlo allo spauracchio-deflazione ritengo sia ingeneroso.

    In primo luogo, le “correzioni deflazionistiche” dovute a squilibri della bilancia commerciale erano piuttosto modeste, e soprattutto “automatiche”.

    Forse è meglio la situazione attuale, nella quale paesi come Spagna, Portogallo e Grecia hanno un deficit commerciale superiore al 10% del PIL ? Come lo finanzieranno (forse svendendo proprio le riserve aurifere della BC, come sta facendo la Spagna) ? Questo aprirebbe un altro discorso sulla follia della moneta unica e del tasso unico per paesi così diversi, ma non divaghiamo troppo.

    Inoltre molti “incolpano” il gold-standard ritenendolo responsabile della crisi deflazionistica avvenuta durante la Grande Depressione. Lo stesso Alan Greenspan analizza a fondo la questione e sostiene, nel suo indimenticabile “Gold and Economic Freedom” che fu proprio l’abbandono della disciplina aurifera a causare l’espansione creditizia e la conseguente bolla speculativa la quale, una volta scoppiata, provocò la grande depressione.

    http://www.321gold.com/fed/greenspan/1966.html

    Last but not least, l’esperienza giapponese, mettendo l’ultimo chiodo nella tomba della teoria monetarista, ha dimostrato che 18 anni di deflazione sono possibili anche in un sistema monetario fiduciario.

    Cercare di evitare strette deflazionistica e crisi valutarie dopo un periodo di boom creditizio (che l’attuale sistema monetario ha spesso causato), è come voler evitare il mal di testa dopo una sbornia: non è possibile; si può prolungare un po’ l’ebbrezza, ma nulla più. Sarebbe molto meglio evitare di ubriacarsi.

    Ma l’attuale sistema monetario non sembra molto adatto allo scopo: basta ricordare la crisi dell’America Latina anni 70, la crisi petrolifera, quella del Giappone, quella delle Tigri Asiatiche e quella forse definitiva, del dollaro, della quale la vicenda subprime non è che un piccolo antipasto.

    La storia ripete sempre: l’impero romano, quello spagnolo e quello britannico finirono per la medesima causa: bancarotta. Troppo forte e l’illusione umana di poter “stampare” la propria ricchezza, ed inevitabilmente la moneta fiduciaria, come diceva Voltaire, finisce per tornare al proprio valore intrinseco: zero.

    Quanto al discorso di emissione della moneta, rilancio sostenendo che se qualcosa di para-sovietico esiste nei sistemi monetari, quelle sono le banche centrali: enti inutili e pericolosi che si arrogano il diritto di decidere al posto del mercato il tasso di interesse, provocando colossali misallocazioni di capitali e ponendo le basi per crisi finanziarie di difficile soluzione.

    Un tasso di interesse di mercato, deciso dal libero incrocio fra domanda ed offerta di moneta, avrebbe consentito tutti quei miliardi di $ di prestiti ai subprime ? Con una qualche forma di convertibilità e senza la linea di credito delle BC, le banche avrebbero speculato (con i soldi dei depositanti) attraverso CDO, LBO e compagnia cantante ?

    Se qualcuno deve avantaggiarsi di quello che i Premi Nobel chiamano “benefits that attach to the process of money creation”, è meglio che sia lo stato o gli speculatori ?

    Questo nella ferma convinzione che l’allocazione dei capitali non debba essere compito né dello stato né del sistema bancario, ma semplicemente del mercato.

    Concludo con le parole di Thomas Jefferson, Padre Fondatore e Terzo Presidente degli Stati Uniti:

    “If the American people ever allow private banks to control the issuance of their currency, first by inflation and then by deflation, the banks and corporations that will grow up around them will deprive the people of all their property until their children will wake up homeless on the continent their fathers conquered.”

    Oltre che un ottimo Presidente, fu anche un ottimo profeta.

  7. MS
    January 2, 2008 | 9:21

    Beh, Alan Greenspan non è esattamente un modello di virtù monetarista, data la sua celeberrima doppiezza: sostenitore del gold standard in gioventù, in maturità è stato autore del più impressionante diluvio di liquidità della storia contemporanea.

    Si potrebbe argomentare che, se il gold standard fosse stato la panacea dei mali del mondo non avrebbe finito con l’essere abbandonato. La verità è che l’espansione dei commerci ha portato con sé l’esigenza di espandere il credito oltre i limiti fisici dello stock di oro esistente, e i rapporti di forza geostrategica hanno fatto il resto.

    Ma ribadisco, una riforma del sistema internazionale dei pagamenti è indifferibile, anche se non dovrebbe essere quella di eliminare le banche centrali, che ci porterebbe al caos ed all’anarchia globale.

  8. Sul Signoraggio « Maurizio Morabito
    March 20, 2008 | 22:49

    [...] segnalo questo ottimo articolo (in Italiano) sul signoraggio e i miti cospirazionisti che esso spesso evoca. In particolare, sulla tesi (popolare a sinistra) che le banche private [...]