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	<title>Comments on: Contro il monopolio intellettuale (III): interviene Michele Boldrin</title>
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	<description>Studi economici e politici</description>
	<lastBuildDate>Fri, 05 Mar 2010 19:02:36 +0000</lastBuildDate>
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		<title>By: Michele Boldrin</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/02/26/contro-il-monopolio-intellettuale-iii-interviene-michele-boldrin/comment-page-1/#comment-546</link>
		<dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2007 16:31:08 +0000</pubDate>
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		<description>Quesito (3), Non so darla. Non ho idea di quanto la musica sia un bene composito e quanto la pubblicita&#039; influenzi il tutto, prezzi inclusi. La banale osservazione secondo cui cantanti assolutamente sconosciuti vendono i loro CDs allo stesso prezzo delle hot stars suggerisce che la pubblicita&#039; influenza la quantita&#039;, ma non il prezzo del bene. Che e&#039; cosa strana, perche&#039; un paio di jeans di DG non vendono allo stesso prezzo di un paio di Lee&#039;s o Levi&#039;s ... Ma nel mercato dei jeans non c&#039;e&#039; copyright e ci troviamo davvero di fronte ad un segmento in concorrenza monopolistica (i jeans &quot;firmati&quot;) verso un segmento altamente competitivo e non differenziato (i jeans &quot;standard&quot;). Non vi sono neanche patents, sino ad adesso almeno ... vedremo come finira&#039; il ridicolo tentativo di LV di fare rent-seeking sul successo degli altri sostenendo di avere una patent su ... la forma delle cuciture delle tasche posteriori!

Quesito (2). Ovviamente copiano e riproducono i motivi di successo solamente, o quelli che a loro sembrano essere di successo ed hanno un mercato residuo vasto. Sono comunque tantissimi. Ovviamente, se togliamo copyright gli incentivi a fare grandi spese pubblicitarie su singoli cantanti caleranno e, come succede nei mercati competitivi, spunteranno &quot;coalitions&quot; di industrie che pubblicizzeranno il prodotto, come il latte che fa bene o il pane che alimenta.

Quesito (1). La piccola band avrebbe molto meno incentivo a finire nelle grinfie della grande multinazionale, perche&#039; questa non potrebbe offrirgli la protezione monopolistica che ora offre. D&#039;altro lato, essendo molti i chiamati e pochi gli eletti, molte bands potrebbero accedere al mercato on a level playing field, cosa che ora non possono fare. Infatti, a mio avviso senza copyright non v&#039;e&#039; ragione &quot;tecnologica&quot; per avere queste majors che monopolizzano il mercato mondiale. Si romperebbero. A mio avviso lo stesso succede se eliminiamo o fortemente limitiamo i brevetti farmaceutici. Big pharma e&#039; un prodotto dei brevetti, non del mercato. E NON produce piu&#039; medicine e migliori, neanche per sogno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quesito (3), Non so darla. Non ho idea di quanto la musica sia un bene composito e quanto la pubblicita&#8217; influenzi il tutto, prezzi inclusi. La banale osservazione secondo cui cantanti assolutamente sconosciuti vendono i loro CDs allo stesso prezzo delle hot stars suggerisce che la pubblicita&#8217; influenza la quantita&#8217;, ma non il prezzo del bene. Che e&#8217; cosa strana, perche&#8217; un paio di jeans di DG non vendono allo stesso prezzo di un paio di Lee&#8217;s o Levi&#8217;s &#8230; Ma nel mercato dei jeans non c&#8217;e&#8217; copyright e ci troviamo davvero di fronte ad un segmento in concorrenza monopolistica (i jeans &#8220;firmati&#8221;) verso un segmento altamente competitivo e non differenziato (i jeans &#8220;standard&#8221;). Non vi sono neanche patents, sino ad adesso almeno &#8230; vedremo come finira&#8217; il ridicolo tentativo di LV di fare rent-seeking sul successo degli altri sostenendo di avere una patent su &#8230; la forma delle cuciture delle tasche posteriori!</p>
<p>Quesito (2). Ovviamente copiano e riproducono i motivi di successo solamente, o quelli che a loro sembrano essere di successo ed hanno un mercato residuo vasto. Sono comunque tantissimi. Ovviamente, se togliamo copyright gli incentivi a fare grandi spese pubblicitarie su singoli cantanti caleranno e, come succede nei mercati competitivi, spunteranno &#8220;coalitions&#8221; di industrie che pubblicizzeranno il prodotto, come il latte che fa bene o il pane che alimenta.</p>
<p>Quesito (1). La piccola band avrebbe molto meno incentivo a finire nelle grinfie della grande multinazionale, perche&#8217; questa non potrebbe offrirgli la protezione monopolistica che ora offre. D&#8217;altro lato, essendo molti i chiamati e pochi gli eletti, molte bands potrebbero accedere al mercato on a level playing field, cosa che ora non possono fare. Infatti, a mio avviso senza copyright non v&#8217;e&#8217; ragione &#8220;tecnologica&#8221; per avere queste majors che monopolizzano il mercato mondiale. Si romperebbero. A mio avviso lo stesso succede se eliminiamo o fortemente limitiamo i brevetti farmaceutici. Big pharma e&#8217; un prodotto dei brevetti, non del mercato. E NON produce piu&#8217; medicine e migliori, neanche per sogno.</p>
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		<title>By: Adam Hayek</title>
		<link>http://epistemes.org/2007/02/26/contro-il-monopolio-intellettuale-iii-interviene-michele-boldrin/comment-page-1/#comment-525</link>
		<dc:creator>Adam Hayek</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2007 14:16:35 +0000</pubDate>
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		<description>Eccellente analisi. Ho solo una piccola obiezione/domanda. Michele sembra trascurare tra i costi fissi quelli di promozione del disco/personaggio (marketing, ospitate, interviste, ecc.). Sono tali costi che, tra l&#039;altro, creano un&#039;artificiale differenziazione del prodotto, superiore a quella &quot;oggettiva&quot;, cioè legata alla qualità della musica. Mi chiedo: se tali costi di marketing sono, come credo, molto elevati, anzi forse sono i più rilevanti in assoluto, che conseguenze hanno: 1) sugli incentivi degli artisti? (la piccola band potrebbe ambire a finire nelle &quot;grinfie&quot; della grande casa discografica perché solo quest&#039;ultima gli garantisce un livello d&#039;investimento adeguato a trasformarla negli U2); 2) sul comportamento dei copiatori/riproduttori? (che possono free ride sugli investimenti altrui: mi viene in mente il caso per certi versi simile del prezzo imposto (RPM) come incentivo a competere in servizi alla vendita); 3) sulle preferenze del pubblico? (che in realtà non compra e/o preferisce &quot;solo&quot; musica, ma un bene composito di cui è magna pars l&#039;&quot;immagine&quot; creata dal marketing delle majors). Grazie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Eccellente analisi. Ho solo una piccola obiezione/domanda. Michele sembra trascurare tra i costi fissi quelli di promozione del disco/personaggio (marketing, ospitate, interviste, ecc.). Sono tali costi che, tra l&#8217;altro, creano un&#8217;artificiale differenziazione del prodotto, superiore a quella &#8220;oggettiva&#8221;, cioè legata alla qualità della musica. Mi chiedo: se tali costi di marketing sono, come credo, molto elevati, anzi forse sono i più rilevanti in assoluto, che conseguenze hanno: 1) sugli incentivi degli artisti? (la piccola band potrebbe ambire a finire nelle &#8220;grinfie&#8221; della grande casa discografica perché solo quest&#8217;ultima gli garantisce un livello d&#8217;investimento adeguato a trasformarla negli U2); 2) sul comportamento dei copiatori/riproduttori? (che possono free ride sugli investimenti altrui: mi viene in mente il caso per certi versi simile del prezzo imposto (RPM) come incentivo a competere in servizi alla vendita); 3) sulle preferenze del pubblico? (che in realtà non compra e/o preferisce &#8220;solo&#8221; musica, ma un bene composito di cui è magna pars l&#8217;&#8221;immagine&#8221; creata dal marketing delle majors). Grazie.</p>
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